Stefano Rodotà, “L’uomo che fu quasi presidente”

Stefano Rodotà, “L’uomo che fu quasi presidente”

La domanda che di solito si fanno coloro che conoscono bene Stefano Rodotà è se aver sfiorato l’elezione a presidente della Repubblica abbia prodotto o meno un trauma. Faccio fatica a immaginare un uomo, per quanto indifferente alle cose della vita, che non resti turbato dalla grande esposizione mediatica. Bastano il pensiero, lo studio, il raccoglimento, gli amici fidati a curare tutto questo? È un pomeriggio romano, bello e mite. La casa — ai bordi del ghetto ebraico — vasta e carica all’inverosimile di libri mi accoglie come fossi parte di un arredo naturale. Tento di farmi un’idea di quest’uomo affabile, colto, premuroso. Lievemente sofferente per una caduta che ha richiesto un’operazione e molti fastidi. Ora sta decisamente meglio. Non ha mondi onirici da raccontare. Sorveglia e accudisce — con una punta, sospetto, di antica vanità e precisione — i nudi fatti della vita. Alla fine della nostra lunga conversazione gli chiedo se abbia un’idea del numero di libri che ha scritto. Mi guarda un po’ sorpreso. Forse per la prima volta spiazzato. È la sola esagerazione che riscontro: i libri scritti, quelli letti, quelli raccolti. Un’enormità. Penso che il suo mondo sia imparentato con quelle carte geografiche trapunte di bandierine. Ognuna è una conquista. Lì, Cosenza dove è nato. Al centro Roma dove vive. E poi Carla, la moglie da più di mezzo secolo; i due figli; l’università dove emerito ancora insegna diritto civile; la pubblicistica; la politica; gli impegni che lo vedono permanentemente in giro per l’Italia e il mondo. Stento a immaginare che quest’uomo abbia avuto un’infanzia.

Com’eri da bambino?
«Normalissimo. Il pallone, gli amici, i libri».
Cosenza fine anni Trenta. Cosa ricordi?
«Una piccola città di provincia, quando la provincia era migliore di ora. Mio padre insegnante di matematica. Non voleva che frequentassi le scuole pubbliche. Non ho mai capito perché. Ricordo una maestra che mi preparava da privatista. Fascistissima. Un incubo di retorica. Però davanti a casa, il sabato, quando sfilavano i giovani balilla, provavo una certa invidia».
Tuo padre era fascista?
«No. Alcuni anni dopo si sarebbe iscritto al Partito d’Azione. Il resto della famiglia si barcamenava. Alcuni tiepidamente contro. Altri a favore. Solo uno zio si mostrò decisamente antifascista. Ascoltammo alla radio la dichiarazione di guerra di Mussolini. Alla fine serpeggiò un grande stordimento. Solo lo zio disse: speriamo di perderla questa guerra. Sentii per la prima volta pronunciare la parola disfattismo».
Che effetto ti fece?
«Non piacevole. Proprio sotto casa c’era una bottega di calzolaio retta da due fratelli. Bravissimi. Si chiamavano Aversa. Erano ebrei. Ogni tanto arrivava la polizia li prelevava e li portava via. Imparai che il regime fascista era un misto di controllo e di sopraffazione».
Ti sei mai sentito coinvolto?
«Ma sai, nel 1940 quando scoppiò la guerra avevo sette anni. Ebbi la fortuna di avere a disposizione una biblioteca enorme. Diciamo che la coscienza letteraria ha preceduto quella politica».
Anche quella giuridica?
«Ma sì. Ricordo la grande casa degli zii e del nonno con una infilata di stanze, ciascuna piena di libri. Nella prima c’erano letteratura russa e francese. Mi affascinò da subito Balzac. Ti sembrerà strano, ma attraverso lui ho appreso le prime nozioni di diritto commerciale. Nello studio del nonno, che era stato avvocato, c’era una parete di libri giuridici che non degnavo di uno sguardo».
Cosa significava per un adolescente la lettura?
«Non avevo maestri o suggeritori. Andavo a fiuto. Orgoglioso delle mie conquiste da autodidatta. E poi c’erano i film. Cosenza aveva la bellezza di cinque cinema. Amavo rinchiudermi in quegli spazi fumosi e passarvi ore. Il cinema sarebbe stato una delle mie grandi passioni ».
Al punto di immaginarti realizzato in quel mondo?
«La tentazione ci fu, soprattutto dopo il mio arrivo a Roma nel 1953. Ma non volevo rinunciare all’università. Alla fine cominciai a frequentare i “Circoli del cinema”, uno in particolare, il più noto: “Charlie Chaplin”. Tutte le domeniche mattine si tenevano, nella sala del Rialto, le proiezioni di film che di solito non si vedevano nei circuiti normali. Ricordo la presenza fissa di Moravia e in seguito quella di Pasolini».
All’università ti iscrivesti a Legge?
«Sembrò la classica scelta del ragazzo del Sud. In realtà non pensavo minimamente di fare l’avvocato o il magistrato. Ero attratto da quell’imponente e complicato edificio che è il diritto».
Ti affascinava più la forza o la giustizia?
«Senza la forza il diritto è inerme. Senza giustizia è cieco. Mi affascinava un diritto che fosse aperto alla società. Ho avuto la fortuna di incontrare all’università alcuni insegnanti egregi».
Chi?
«I miei maestri furono Francesco Calasso che insegnava storia del diritto italiano. Ricordo il piglio oratorio e l’immensa cultura. Credeva nella scienza del diritto e nell’università, quando era ancora possibile. Un altro incontro fondamentale fu con Emilio Betti, con cui mi laureai. Era stato fascista e perfino sostenitore di Salò. Un uomo freddo. Tutto il contrario di Calasso. Ma liberò il diritto dallo stretto tecnicismo. Infine ci fu Arturo Carlo Jemolo che insegnava diritto ecclesiastico. Con lui compresi cos’era la dottrina del diritto».
Hai mai conosciuto Carl Schmitt?
«No. È un pensatore da maneggiare con cautela. Il solo libro che mi affascinò è Il Nomos della Terra ». Quando dici cautela alludi alle sue posizioni filo naziste?
«Sì e sinceramente non ho mai compreso l’innamoramento che certa sinistra ha avuto per lui». Credo sia abbastanza spiegabile se si evidenzia la linea che da Machiavelli, passando per Hobbes arriva a Schmitt.
«Questo è vero. Negli anni Ottanta, però, quella sinistra sposò la sua concezione politica fondata su un decisionismo a forte impronta autoritaria. Ti confesso che a Schmitt preferii, almeno in parte, Hans Kelsen, il grande giurista democratico».
Non hai conosciuto neppure lui?
«Lo incontrai una volta, in occasione del Premio Feltrinelli. Era il 1954 o forse il 1955. Vidi arrivare un signore piccolo ed elegantissimo. Portava le ghette. Giunse da solo. Ad attenderlo c’erano Sergio Cotta e Giuseppino Treves che avevano tradotto Teoria generale del diritto e dello Stato . Un libro monumentale».
Sul quale l’opinione dei giuristi si divise. Giuseppe Capograssi parlò di una esecuzione in massa di tutti i problemi. Norberto Bobbio lo difese a spada tratta.
«Bobbio era kelseniano convinto. Io un po’ meno. Anche se tra Kelsen e Schmitt non avevo dubbi con chi schierarmi. Un autore che davvero mi appassionò fu Max Weber. La grandezza di un libro come Economia e Società mi parve insuperabile. Fu Adriano Olivetti a volerlo pubblicare per la casa editrice che aveva fondato, Comunità».
Anche dal punto di vista editoriale Olivetti ebbe bellissime intuizioni.
«Certe volte mi chiedo come un uomo così abbia potuto nascere, vivere e operare in un paese come il nostro. Mi prese in grande simpatia, offrendomi di lavorare per lui».
Accettasti?
«Fui tentato. Ero giovane. Appena laureato. Andai a trovarlo a Ivrea. Partii in treno la sera prima. Era novembre. Nella testa mi risuonava la bella Ivrea. Trovai nebbia e umido e un senso di smarrimento che Ottiero Ottieri, allora incaricato di occuparsi delle questioni intellettuali, contribuì ad accrescere».
Come ti accolse?
«Invece di invogliarmi, cominciò a farmi l’elenco delle cose che non andavano. Mi raccontò le pene dell’intellettuale nell’azienda modello. Del resto, quelle esperienze le avrebbe rifuse nel romanzo autobiografico Donnarumma all’assalto . Rimasi allibito. E quando mi condusse alla mensa vidi le facce di Alessandro Pizzorno e Franco Ferrarotti. Mi sembrarono ferite dalla tristezza. Tornai a Roma e dissi no ad Olivetti».
Come reagì?
«Non se la prese. Gli spiegai che la ragione vera del rifiuto era nel desiderio di voler continuare a studiare. Poi, un’estate che ero a Londra, mi giunse una lettera di mio padre dove mi annunciava che Olivetti aveva depositato a mio nome, alla Barklays Bank, la somma di 300 mila lire».
Gli chiedesti mai di quel dono inaspettato?
«Avrei voluto farlo. Ma per discrezione e timidezza lasciai trascorrere un po’ troppo tempo. Morì improvvisamente nel 1960 e restai con quel gesto bellissimo senza potergli esprimere la mia gratitudine».
Economicamente come te la cavavi?
«A parte quella somma insperata e i soldi che i miei mi spedivano avevo iniziato il mio lavoro all’Università da assistente. Roma, inoltre, offriva diverse occasioni. Come la collaborazione al Mondo di Pannunzio».
In che modo ci arrivasti?
«Frequentavo il Partito Radicale e capitava che fossi invitato nel salotto di Elena Croce. Fu lei a presentarmi Mario Pannunzio. Era una donna sobria, mentalmente elegante, generosa. Nella sua casa potevi incontrare il meglio dell’intellettualità europea. Da Klaus Mann e Maria Zambrano ad Adorno. Quest’ultimo una sera si ostinò a volermi dare una spiegazione sull’origine del mio cognome. Non ricordo a quale astrusa filologia si attaccò. Gli spiegai che il senso etimologico di “Rodotà” era nelle sue radici greco-albanesi. Mi guardò offeso e da quel momento si girò dall’altra parte».
Pensi mai alle tue radici?
«A volte penso ai miei avi. La mia famiglia si stabilì nel Cinquecento a San Benedetto Ullano. Alla vigilia della Prima guerra mondiale vendettero le terre e comprarono buoni del tesoro. Per un po’ fecero i rentier. Poi giunse la crisi, la svalutazione e la famiglia si trovò a Cosenza senza vere prospettive. C’è un avo, Pietro Pompilio Rodotà, che scrisse alla metà del Settecento un libro sulla storia del rito greco in Italia. Un altro, Samuele Rodotà, convinse Clemente XII a creare un Collegio in Calabria ».
Orgoglioso?
«Sì. Per quell’impresa, tesa a formare la élite albanese, Samuele fu molto osteggiato, come un po’ tutta la mia famiglia. Una volta Cesare Luporini mi disse: ho capito che il tuo garantismo nasce dal fatto che sei parte di una minoranza oppressa».
Ti sei mai sentito oppresso?
«Sinceramente no. Ho fatto politica e ho scritto libri contro l’oppressione, questo sì. In nome di alcuni valori universali, e per quei diritti spesso traditi o osteggiati».
Stai sfiorando la politica. Come hai elaborato la vicenda che ti ha visto protagonista per la corsa al Quirinale?
«Non ne ho mai parlato perché ritengo che non ci fosse molto da dire. Sapevo che non c’erano probabilità che io venissi eletto. Non ho provato nessuna delusione, perché se mi fossi illuso sarei stato solo un imbecille».
A volte, sotto la spinta di eventi imprevisti, la gente perde il senso della realtà. Tu l’hai sempre conservato?
«In quella vicenda ci ho messo la faccia, non perché pensassi di farcela ma per un motivo molto semplice: uno con una storia come la mia aveva tutto il diritto di mostrare che un’altra scena era possibile. Bada: possibile non probabile».
Sei diventato noto per questo. La gente ti riconosce.
Stento a immaginare che lo faccia perché insegni diritto.
«L’esposizione mediatica c’è stata. Ma quello che trovo impressionante è l’attenzione che i ragazzi hanno nei miei riguardi per i libri che scrivo».
Quanto ritieni di essere vanitoso?
«Il mio narcisismo l’ho consumato in tutte le cose che ho fatto. Ora mi sento pacificato. E se ancora resiste qualche punta di vanità, pazienza».
Come combatti l’insicurezza?
«Chi ti dice che sono insicuro?»
Ho l’impressione a volte di un certo horror vacui.
«Nella vita ho avuto molte gratificazioni. Ho insegnato a Oxford, Parigi, Stanford. La mia insicurezza, o meglio una certa crisi di identità, l’ho provata quando, lasciando la politica attiva, mi sono chiesto dove avevo fallito ».
A 80 anni è una domanda legittima.
«Ne ho 82 e li vivo abbastanza bene. Ai miei dico: quando comincerò a dare segni di squilibrio chiudetemi in casa».
Cos’è la vecchiaia?
«Non ho una definizione. Si entra nell’ultima fase della vita. Reagisco facendo programmi a medio termine. La esorcizzo così. E poi, mai guardarsi troppo indietro. A volte avverto la provvisorietà della nostra epoca. A me, che sono vissuto secondo i valori dell’illuminismo, provoca sconforto. Se penso al paese dove i miei sono nati e dove sono io, ho l’impressione di essere passato dal medioevo all’ipermodernità. Ho gli strumenti per capire dove siamo giunti? Potrò riuscire a costruirli? Sono queste le domande di un vecchio che non ha del tutto smesso di credere nella ragione e nei suoi scopi».

la Repubblica, 20.9.15

1 commento

  • Questi Persone fuori dalle istituzioni.

    Razzi e Scilipoti, Cuffaro e Cosentino, Genovese e De Gregorio, Dell’Utri e Previti, Renzi e Salvini dentro con i loro sodali e padrini: può salvarsi un Paese dal proprio suicidio?

    Si, ma solo se queste Persone sapranno guidare la Sovranità Popolare REALIZZATA nell’esercizio Diretto della Costituzione, nei limiti e nelle forme del suo Spirito Originale ed Autentico, prima che venga destrutturata dalla mediocrità che intossica il Parlmento e asfaltata dal “rullo compressore”.

    Ma c’è poco tempo!

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