La “dittatura del presente” e l’idealità perduta

DittaturaZagPoche parole, accese e nette, di critica di metodo e di merito del programma di riforme (e del modo in cui ci si è arrivati) che dovrebbe fare dell’attuale governo un “governo costituente”. Pubblicate sul sito di “Libertà e giustizia”. Vi hanno aderito costituzionalisti di grande rilievo e molti altri cittadini. Perché ha sollevato tanta riprovazione e tanta irritazione, al punto che non si sono lesinate parole sprezzanti e toni ultimativi?

Perché quelle parole implicavano un “discorso sui fini”. Non l’accettazione passiva del discorso sui mezzi, che va sotto le etichette di “governabilità” e “stabilità”, ma la messa in questione dei fini (governabilità di cosa e per cosa?). E non va bene. E’ contro la “dittatura del presente”. Gustavo Zagrebelsky sembrava già prevedere gli episodi di intolleranza alla critica che sarebbero seguiti, e che del resto permeano il dibattito pubblico italiano, quando scriveva la breve, serrata meditazione Contro la dittatura del presente – Perché è necessario un discorso sui fini (Laterza – La Repubblica, aprile 2014).

Vi si legge un’articolata risposta in 11 punti o brevi capitoli, corredata da alcuni testi da Platone, Aristotele, Norberto Bobbio, Tzvetan Todorov, Pierre Rosanvallon, Luciano Canfora e Marc Augé, oltre a una raccolta di dati “I numeri della post-democrazia” e a una “Cronologia degli ultimatum” a cura di Giulio Azzolini).

La lettura che ve ne propongo è un dialogo con questo testo vivido e lucido, più che una recensione neutra.

  1. Un allargamento di orizzonte

Leggere questa meditazione significa esperire l’improvviso allargamento dell’orizzonte – rispetto a quello delle polemiche, insieme asperrime e terribilmente miopi, dei giorni passati sul supposto conservatorismo dei professori. “Improvviso”, per la verità, questo allargamento di visuale apparirà soltanto a coloro – ma sono i più – che hanno inconsapevolmente accettato di non mettere in discussione i fini – vale a dire, di accettare come condizione “normale” l’assenza di una politica dalla scena della democrazia. Perché la politica è la discussione (in regime democratico) e poi la scelta e l’attuazione dei fini. Anzi: “la democrazia è prima di tutto una, tra le altre, forma della politica e la politica è sostanza della democrazia. Se manca la sostanza, la forma è vuota di contenuto. La democrazia senza sostanza è, allora, solo una messinscena” (24).

Fermiamoci. Capire questo è importantissimo.

Eravamo abituati a uno schema comodo e tranquillo di cosa sia stata la politica – nel mondo, diciamo rapidamente, antico, e nel mondo moderno. Nell’uno si definisce classicamente come l’arte (o la scienza) di governare gli stati secondo giustizia. Nell’altro come l’arte di conquistare e mantenere il potere. Zagrebelsky va più a fondo. Magari, con la tradizione liberale, rigetta come illusorie le fondazioni filosofiche e assiologiche della politica, leggendo in nuce nel platonismo il mostro della verità totale. Questo in fondo si potrebbe discutere – perché Platone è anche l’immensa invenzione del faccia a faccia socratico, il confronto sui fini nello spazio delle ragioni, quella invenzione completamente greca che non è soltanto l’agorà (la piazza con i suoi temibili risvolti), è l’uso socratico delle strade e delle piazze, è l’autonomia inaudita dell’individuo che si sottrae ai legami dell’appartenenza (ricordate la scena platonica della caverna, dove stanno tutti vincolati a guardare il loro cinema?), si svincola, gira la testa in un’altra direzione, e si mette a cercare il vero, e poi chiede ragione, argomenta, prova a dimostrare a Trasimaco che ha torto, che la giustizia non è l’utile del più forte, a Eutìfrone che non è vero che buono è ciò che piace agli dei, a Gorgia che non è vero che non c’è alcuna verità. Prova ad argomentarlo, non sempre riesce a dimostrarlo. Questa si chiama discussione razionale, e fa dell’agorà una cosa tutta nuova anche rispetto alla democrazia ateniese, in mano ai retori.

Che oggi la ricerca assiologica su cosa sia una società giusta possa fondare la buona politica, il neocostituzionalismo stesso lo ha mostrato con tutta l’opera di Ronald Dworkin e con tanto altro che si potrebbe evocare. Ma qui non serve e non c’entra. Perché l’adesione alla politica nel senso dei “Moderni”, in cui ovviamente anche Zagrebelsky si muove, non è affatto appiattita su un machiavellismo più o meno disincantato, ma sottolinea proprio la circostanza che diventa costitutiva del fare politica la discussione dei fini – cioè in definitiva quel passaggio attraverso il confronto anche sulle ultime cose, in particolare sulle diverse scale e priorità di valori, che era l’eredità socratica (non a caso lo hanno chiamato “intellettualismo”, ed era semplicemente la pratica della libera ragione nella discussione morale e civile).

Resta l’essenziale: per i moderni la politica non può escludere la scelta, e in particolare proprio la scelta dei fini. Non credo che questa tesi debba essere fondata su una qualche forma di relativismo assiologico, credo che senza dubbio diversi ordinamenti di priorità di valori (e interessi) siano precisamente l’espressione di diverse possibilità di realizzare felicità umane, che dipendono da identità culturali, vocazioni individuali, possibilità materiali eccetera: dove la buona politica è quella che consente ai portatori di questi diversi ordini di priorità non solo di coesistere senza coartarsi reciprocamente (e senza devastare o dissipare beni comuni non sostituibili), ma anche di elaborare corrispondenti progetti di società, pur all’interno delle regole del patto stesso che ci costituisce in cittadini della nostra Repubblica. E queste regole, nella misura in cui rinviano ai principi di dignità, libertà, eguaglianza, giustizia, solidarietà e cittadinanza, appunto, sono del tipo che la nostra umana ragione è in grado di difendere. Portano in sé una caratteristica marca di universalità. Non sono relativi i principi su cui si fondano.

Ma, ancora una volta, non è questo l’essenziale al nostro dialogo fra cittadini. L’essenziale – verso cui punta il dito Zagrebelsky – è che invece proprio questa discussione e questa competizione nella elaborazione dei fini concreti, questo cuore della politica e particolarmente della politica nella sua forma democratica, oggi sta venendo meno. Sta venendo meno a tal punto, che basta solo esprimere la radicalità che sempre caratterizza la domanda sui fini, per sollevare un coro di protesta contro chi disturba il guidatore – quando non un silenzio dal piombo delle rotative o dalla garrula voce dei conduttori televisivi.

Questo è il punto essenziale. Il fatto che la democrazia sembra proprio divenuta una semplice messinscena. Dove il significato effettivo di “stabilità” diventa quello di “inamovibilità del ceto dirigente che perpetua se stesso”, e “governabilità” finisce per significare “il rovesciamento gerarchico delle posizioni reciproche dei parlamenti e dei governi….Paralisi della rappresentanza, congelamento della competizione politica, perdita di significanza delle promesse e dei programmi elettorali, condivisione e larghe intese….tutto ciò è quanto può riassumersi nell’espressione, ormai di uso correntem, di “postdemocrazia”, parola che può assumersi nel significato di “divieto di discorso sui fini” (13).

E’ stato detto, ai “professori”: a furia di gridare “al lupo, al lupo” nessuno vi crederà più. Ma è già da un pezzo in noi e fra noi, il lupo. Forse per questo sono (ma non certo da ora, bensì da quando vige la logica delle “larghe intese”) tanto sprezzanti, tanto infastidite le reazioni nei confronti di chi lo indica. Come se il lupo fosse questo o quel dettaglio che non ha magari un significato univoco di per sé (dipende dal contesto): come se l’essere divenuto messinscena della democrazia non fosse, da anni a questa parte, il filo conduttore di tutte le iniziative di critica cosiddetta “radicale”, e in particolare di quelle volte a resistere agli autoproclamati governi “costituenti”.

Perché, cos’hanno di male? Questo: che non esprimono alcun pensiero politico. “Si discute, è vero, dell’opportunità di modificare le forme della politica ma, almeno sulla sostanza, cioè sui principi e sui fini del nostro stare insieme – quelli indicati nella prima parte della Costituzione – tutti si dicono concordi” (30). E allora cosa vogliamo ancora? Ecco, la risposta dovrebbe spiazzare chi si aspetta che alla fine il discorso dei “professori” sia sempre e solo un vano richiamo ai principi e valori fondanti, alla prima parte della Costituzione. Nemmen per sogno. Perché è proprio questa unanimità sui principi la messinscena della democrazia. Accordo pieno sui principi. Ma i principi non esistono se non c’è un pensiero politico che li interpreta e che dà un preciso ordinamento di priorità a interessi e valori. Anzi pensieri, concezioni rivali perché diverse, progetti politici alternativi di cui uno acceda al potere e si realizzi. Senza questo, i principi sono meno che niente. Più sono dati per ovvi e più sono violati, quotidianamente.

“Che ne è del lavoro come diritto; dei doveri di solidarietà sociale; dell’eguale dignità di tutti i cittadini; dell’ambiente come patrimonio comune; della funzione sociale della proprietà; degli obblighi tributari che devono ispirarsi alla progressività; dei diritti sociali come la salute, l’istruzione, la protezione dei più deboli? Sono solo esempi” (30).

Senza una politica (anzi più d’una, in costante competizione) che interpreti “le linee di una ‘buona città’” la democrazia è “una farsa dietro la quale c’è un retroscena, dove si svolge il dramma politico effettivo” (24). Da quanto tempo le cose stanno così? Tutti siamo ormai abituati a veder rispecchiati nei comici l’endemica “mancanza di pensiero” (e la ridondanza di tecniche di marketing) dei leader di turno. Ma qui alla risata amara può seguire il lampo sconcertante dell’intelligenza. Da cosa dipende che il pensiero politico – in quanto pensiero pratico – manchi?

La riflessione di Zagrebelsky si apre su una bella immagine di una tragedia che molti grandi pensatori dei grandi enigmi della socialità, forse Platone stesso e certamente Simone Weil hanno descritto: i mezzi che si fanno fini, e destituiscono con il loro infernale automatismo (lo stesso che precipita l’umanità nelle guerre) le volontà stesse degli individui e i loro fini – svuotandoli di un senso più che ideologico e verbale. E’ l’immagine dell’uroboro, il serpente che si morde la coda, il cerchio nichilistico potere-denaro-potere.

E qui ci sono due piste, che ci vengono proposte, per la ricerca delle cause. L’una va in una direzione oggi molto battuta, certo interessante per il suo potere esplicativo abbastanza universale – il problema non riguarda più i destini dell’Italia o dell’Europa, ma dell’umanità globale. Questa pista rinvia a una diagnosi economico-filosofica del capitalismo finanziario, con la “sua” tendenza a sostituire i fremiti dei mercati alle deliberazioni nelle democrazie. Tendenza che culmina simbolicamente nell’ormai famoso report degli analisti della banca d’affari JP Morgan del maggio 2013, con l’insofferenza “che esso mostra verso le forme politiche che l’Europa ha costruito nei secoli della sua storia, insofferenza motivata dal fatto che la democrazia è una pietra d’inciampo, che spezza il circolo potere-finanza” (14).

L’altra pista va a mio parere più in profondità, oltre ad essere più accessibile al pensiero non-specialistico che è necessariamente quello dei cittadini come tali, e soprattutto alla loro, alla nostra residua capacità d’azione. E senza perdere universalità, non perde neppure di vista le specificità della situazione italiana, che quanto a “mercati” e “capitalismo” è francamente assai peculiare, con la piovra del particolarismo consortile quando non mafioso che da sempre invade tanto le pubbliche amministrazioni quanto i sistemi dell’informazione, soffocando tanto la libera competizione economica quanto l’indipendenza o almeno il pluralismo dell’informazione1.

Questa pista non perde affatto universalità e ampiezza di riferimenti: è quella più filosofico-politologica che coinvolge nell’analisi l’intera tradizione dei critici pessimisti della democrazia, ed è guidata dal dubbio radicale sulla stessa natura di questa – se essa modifichi veramente o no quella che è da sempre la regola pratica dell’esercizio del potere: la persistenza, al più la mutazione, delle oligarchie. Benché la teoria classica delle forme di governo ammetta come possibile il governo dei molti o di tutti che caratterizzerebbe la democrazia, “in pratica, si conoscono solo oligarchie del più vario tipo, più o meno ampie, più o meno strutturate….L’esperienza storica mostra che la democrazia, nella sua forma pura o pienamente realizzata…di fatto non esiste e non è mai esistita, se non in effimeri “momenti di gloria”….quelli iniziali, dell’instaurazione del potere popolare che abbatte le strutture gerarchiche del passato. Ma si tratta di momenti passeggeri e distruttivi, non duraturi o costruttivi” (33). Oggi questa che era la voce di un Joseph de Maistre diventa tesi addirittura prevalente nella “riflessione scientifica sulla democrazia” (23): guai alle anime belle, perché “la democrazia come autogoverno del popolo è tanto più irrealizzabile quanto più è idealizzata” (51).

Questa direzione di indagine, che permette di analizzare i modi specifici di strutturazione delle oligarchie italiane, permette di andare più a fondo non soltanto nell’intelligenza della situazione che è nostra, ma anche nell’analisi della banalità specificamente nazionale del male (anche morale) che ci affligge. Nell’analisi cioè del nichilismo, nome perfino nobile per quella merce da sempre più corrente in Italia, che si chiama cinismo, ma che in questi ultimi vent’anni ha avuto una peculiare libertà di espressione attraverso la sistematica distruzione di risorse pubbliche, incluse quelle della legalità (inquinamento del sistema normativo, conflitti di interesse dilaganti, mafie, corruzione, illegalità industriale). E qui siamo “tutti” coinvolti, tutti quelli che hanno in definitiva accettato, o dovuto accettare, di vivere nelle cerchie infernali in cui si dispiega l’uroboro. Zagrebelsky è spietato nella diagnosi. La democrazia “mostra di poter essere la più efficace formula dissimulatoria di ciò in cui consiste la realtà del potere” (52). Di poterlo essere – e di esserlo di fatto divenuta, qui ed ora.

E la realtà del potere consiste – qui ed ora – nel modus operandi specificamente italiano del suo esercizio fondamentalmente oligarchico: l’essere “nei giri”. Qui ciascuno di noi può aggiungere carne al fuoco dell’analisi. Come l’esser presi e collusi nei patti e legami impropri di tutte le entità che “lo spirito delle leggi” vorrebbe reciprocamente indipendenti – interesse pubblico e privato in primo luogo, con tutti i mostri generati da questo viscido connubio: ruoli pubblici che si fanno servizi privati, macchine d’affari che si fanno organizzazioni di partito, la rappresentanza politica che diventa servizio alla clientela, imprese che foraggiano la politica per esserne sostenute, la politica che svende risorse e beni pubblici, privatizzando profitti e socializzando perdite, e un’enorme percentuale delle attività, dai consigli di amministrazione d’impresa agli organi di governo e autogoverno di tutte le comunità, comprese le amministrazioni locali, che si svolge senza trasparenza, e di questa un’ulteriore enorme percentuale che travalica in tutti i modi la legalità, in forma di evasione fiscale, corruzione, malversazione e mafiosità. E qui davvero non si salva nessuno, se non – forse, ma è ben magra salvezza, se in questa vita è disperazione – la cerchia dei reietti, degli esclusi dal primo giro dei potenti- “i privilegiati del potere e del denaro, i quali, con funzioni diverse (politiche, ideologiche, tecnico-esecutive, avvocatesche) lucrano dello scambio denaro-potere” (16). Ed esclusi anche dal secondo giro, quelli che “operano per fornire loro la humus materiale necessaria, in ciò che resta dell’economia reale’”: vittime “colluse” con il primo giro “perché, e fino a quando, li protegge d’esser cacciati nel terzo cerchio”. Dove stanno gli inutili, i reietti, i disoccupati…come zavorra che non ha diritto…di frenare o impedire la ‘crescita’.”(17).

2. Un problema. Dove comincia l’ambiguità?

L’analisi di Zagrebelsky si concluderà con un atto di fede – “nonostante tutto”. E’ vero, la democrazia potrebbe ridursi ai momenti di gloria in cui cadono le vecchie oligarchie. Ma in primo luogo c’è una bella differenza se è data la possibilità di creare momenti “non eroici” di distruzione delle oligarchie: non con le violenze e le distruzioni che accompagnano le rivoluzioni, ma con l’appello alla “forza della legge applicata in modo uguale per tutti e alla libera circolazione delle informazioni: in una parola, alle precondizioni che permettono oneste misurazioni del consenso e del dissenso”. In secondo luogo, proprio l’analisi spietata che permette di ipotizzare “una forza intrinseca nella democrazia, che la fa rivoltare contro se stessa” – e diventare oligarchia dissimulata – mostra che la democrazia “cela una contraddizione, la contraddizione che consente a chi ne è escluso di combattere [la realtà del potere] legittimamente, proprio in nome dei suoi stessi principi, dietro i quali si opera la dissimulazione” (53).

Eppure questo “nonostante tutto”, questo ottimismo della volontà sembra scontrarsi senza esito fausto con il dato di fatto che il pessimismo dell’intelligenza ha illuminato: gli esclusi stessi o sono collusi, o lo sono stati: e come ipotizzare che possano avere – in quantità sufficiente a divenire maggioranza – un orizzonte diverso da quello del cerchio nichilistico? Come aver fiducia in quegli stessi soggetti che sono magistralmente descritti nel capitolo sul “Servilismo democratico”? “Il giro ‘pesca’ in basso. Il ruere in servitium di cui parlò Tacito, oggi, ha un aspetto democratico perché non si presenta a prima vista come sopraffazione, ma come partecipazione…. La servitù dispotica è un potere cristallizzato; la servitù democratica è mobile, instabile, stressante” (45). Oltre la servitù democratica, però, c’è la vita dei reietti, la disperazione. E come aver fiducia nella disperazione?

Ma le risorse dell’analisi, e soprattutto il concetto centrale di questo saggio come di altri ce lo precedono2, quello di ambiguità della democrazia, permettono di dire di più, e forse di poggiare l’ottimismo della volontà su basi meno precarie. Per questo mi permetto di ri-orientare la discussione su questo binario dell’ambiguità, traducendo il termine nell’idea di una doppia direzione possibile di sviluppo della democrazia. Se, tentando un prolungamento in questo senso, incorreremo nel vizio dell’anima bella, questo non sarà certo imputabile al nostro punto di partenza – e sarà esclusiva colpa di chi scrive.

Già Gustavo Zagrebelsky va oltre l’analisi della dittatura dei mezzi (denaro e potere) che diventano fini, e della forma che il serpente nichilista ha preso nel mondo globale. I primi tre capitoli di questo libro ci illuminano su queste forme del nichilismo contemporaneo. Tutti gli altri, attraverso un prolungamento di quella che fu la riflessione di Norberto Bobbio, indagano sulle “promesse non mantenute” di questo che secondo Bobbio è essenzialmente il “regime del potere visibile”3. E in particolare, appunto sulla persistenza delle oligarchie e su quella del potere invisibile. Torniamo alla questione centrale: “la promessa è di quelle che possono essere mantenute? Oppure è una di quelle, così frequenti nella vita politica, che si fanno proprio per non essere mantenute?….In altre parole, la democrazia è un’illusione?” (37)

Il serpente che si morde la coda, il cerchio nichilistico potere-denaro-potere che Zagrebelsky descrive è forse precisamente il circolo vizioso che la democrazia ha cominciato a percorrere, una delle due direzioni in cui il circolo necessario fra crescita della cittadinanza negli individui ed effettivo funzionamento delle istituzioni democratiche può muoversi. L’altra direzione, quella virtuosa della diminuzione della sudditanza degli individui, presuppone istituzioni che permettano l’esercizio pieno della cittadinanza e delle sue difficili virtù, e che, prima ancora, rendano possibile l’enorme maturazione morale che fa dei bambini degli adulti capaci di autonomia e di responsabilità per i beni di tutti, e dei cittadini. L’abbiamo mai imboccata? No, se siamo ancora così distanti da ogni standard europeo per la crescita personale dell’autonomia, dell’informazione, della capacità critica, del senso della cosa pubblica, del disprezzo dell’illegalità – in masse tanto vaste di popolazione.

Ma sul punto al quale è arrivato il circolo vizioso, Zagrebelsky lascia poche speranze:

“Se solo per un momento potessimo sollevare il velo e avere una veduta d’insieme, resteremmo probabilmente sbalorditi di fronte alla realtà nascosta dietro la rappresentazione della democrazia. Catene verticali di potere, quasi sempre invisibili e talora segrete, legano tra loro uomini della politica delle burocrazie, della magistratura, delle professioni, delle gerarchie ecclesiastiche, dell’economia e della finanza, dell’università, della cultura, dello spettacolo, dell’innumerevole pletora di enti, consigli, centri, fondazioni, eccetera, che, secondo i propri principi, dovrebbero essere reciprocamente indipendenti e invece sono attratti negli stessi mulinelli del potere, corruttivi di ruoli, competenze, responsabilità” (42)

C’è modo, da questa situazione di stallo, di invertire la direzione del circolo? Forse sì – ma allora forse il momento è venuto di un radicale “mea culpa” proprio da parte di tutti gli operatori delle professioni, dell’università, della cultura, delle gerarchie intellettuali (ecclesiastiche e non), dei “professori” anche, che hanno reso possibile e vera la desolata descrizione qui sopra. Un mea culpa riguardo alla “realtà nascosta dietro la rappresentazione della democrazia”: cioè la completa erosione dell’idealità, e con essa di tutto ciò che ha natura di imperativo categorico e normativo, di dovere insomma: l’appiattimento dell’ideale sul fattuale e del diritto sul potere. Il mea culpa investe gli operatori dell’ideale in due direzioni: quella del silenzio pubblico e quella della rassegnazione intellettuale nella ricerca e nella formazione. Il silenzio corrisponde alla nostra auto-deresponsabilizzazione, all’auto-destituzione dal compito, come diceva Kant, di “dar voce alla ragione” nello spazio pubblico – che è poi l’auto-destituzione del soggetto morale nelle sue vesti pubbliche, quelle del cittadino; e la rassegnazione intellettuale corrisponde alla poca cura di un compito deontologico preciso. Perché chi, se non noi, avrebbe dovuto tenere in vita il senso della differenza fra l’idealità e la volontà di potere? Evidentemente, non ne siamo stati capaci.

E se questo è vero, allora è anche vero che i disfattisti del cambiamento non sono certo quei pochi cittadini che, lungi dal fondare partiti o movimenti di massa, esercitano in tutti gli ambiti della vita civile il diritto-dovere della critica – cioè della discussione dei fini.

Torniamo allora al rimprovero fondamentale rivolto ai “professori”: a furia di gridare “al lupo, al lupo” nessuno vi crederà più. Come se il lupo ancora dovesse venire. Come se non fosse già in noi e fra noi. Il rabbioso, affamato ghigno delle fauci è ciò che resta in un uomo quando lo spogliate di tutta l’idealità, che è pensiero e cognizione del valore, ovvero di ciò che è prezioso, di ciò in vista di cui si dovrebbero fare le altre cose; di ciò che non consuma la vita ma la ricrea, di ciò che non serve ad altro ma dà senso e valore all’oggi. Come la bellezza, come la giustizia, come la fioritura delle giovinezze, come la ricerca e la scienza, come i paesaggi storici intrisi di memoria e di cultura che questo paese ancora in piccola parte conserva. Ciò la cui assenza – la cui distruzione – è cognizione del dolore, ma anche sdegno e coraggio, e speranza e lotta, impegno etico, civile e politico. Tensione al fine.

E chi ci ha spogliato dell’idealità? Qui non c’è salvezza per nessuno. Noi stessi lo abbiamo fatto, o i più fra noi. La democrazia ce lo ha permesso. Non certo nel senso che invece un regime non democratico, uno “stato etico”, crescerebbe negli uomini l’idealità – tutta la storia umana, e non solo quella dei totalitarismi, sembra confermare che non c’è peggior bestemmia che fare del valore strumento e – in modo menzognero, fine – dell’esercizio del potere. Non c’è altro peccato imperdonabile, perché “contro lo spirito”: il peccato che trasforma in “parole assassine” (Simone Weil) le parole divine, bellezza, giustizia, ricerca della verità. Che mette le bandiere dei valori sui cannoni o sui droni.

Ma la nostra democrazia ci ha permesso di spogliarci di ogni idealità nella misura in cui ha espresso fino in fondo, dalla prima alla seconda Repubblica e accentuando via via questa tendenza fino al parossismo dei nostri giorni, quella possibilità che della democrazia è costitutiva, e che Zagrebelsky ha illuminato con una variazione sul concetto di ambiguità – quello di mimetismo. Quasi tutti i regimi si qualificano come democratici. Perché , fra tutti, quelli democratici sono “i più mimetici”. “La democrazia è il solo regime che può presentarsi come l’organizzazione di un potere disinteressato” (52). Ma forse, per mettere completamente a fuoco questo punto, occorre andare oltre Bobbio anche in tema di rapporto fra etica e politica.

L’ambiguità comincia nel pensiero. Dunque in certo modo comincia in noi, in ciascuno di noi. Forse la radice dell’ambiguità va ritrovata là dove tutti i sistemi riconducono, là dove soltanto il pensiero umano si genera. Nella mente e nel cuore di ciascuna persona. Lo diceva Aldo Capitini, uno dei fondatori di “Giustizia e libertà”: ogni cosa preziosa nasce e riposa sulla prima pietra di un’anima. Questo vuol dire che il circolo vizioso della democrazia non può arrestarsi e cambiar verso, in primo luogo, che nelle anime – e naturalmente dove questo è ancora possibile. In quelle giovani, appena nate. Dunque sì, la via è lunga, se non vuole esser “eroica” – o sanguinaria. Ma in un certo senso la sua miglior parte non può attendere più un solo momento. La rivoluzione deve esserci – nel pensiero, ed è davvero tempo. Probabilmente, del resto, questa rivoluzione è in corso, nel silenzio in cui sempre i semi germinano.

La mia tesi è che il nesso dell’etica con la politica oggi si esplichi in primo luogo nel compito precipuo e più trascurato che ha la nostra intelligenza : distinguere. Il vero male non è il male, ma la mescolanza del bene e del male. E questa mescolanza è l’arma – in tempi in cui poca presa hanno le ideologie nel senso tradizionale del termine – di cui si serve chiunque sguazzi oggi in quella totale erosione del normativo e dell’ideale a vantaggio dei fatti e delle forze, quella normalizzazione impunita dell’illecito, quel nuovo modo che ha il reale di considerarsi razionale, in cui abbiamo identificato la cifra del nostro tempo, qui, nel paese Italia.

Perché la mescolanza del bene e del male è un’arma? Perché per quanto scilipotica, o razziana, sia divenuta la coscienza di una maggioranza di politici di mestiere, è impossibile per un essere umano fare o accettare senz’altro, senza scusanti, che sia fatto il male “assoluto”, il male in quanto male, e riconosciuto per tale senza residuo, il male “puro”. Qualunque di quelle operazioni che Bobbio e Kant ritenevano inattuabili se non di nascosto, può farsi oggi alla luce del sole, purché nel corrivo silenzio di stampa e media – o nello stridore da pollaio dei talk show che tutto copre di una stessa patina di nonsenso. Ma deve mescolarsi di un pretesto di bene, o almeno del viscido ragionamento del “male minore”, come quello che in certa “sinistra” italiana giustifica il crimine ecologico e ambientale “purché” si salvi uno straccio di lavoro e occupazione.

Perché occorre sempre un pretesto, una scusante? Perché solo così lo sguardo può distogliersi dalla parte di male e volgersi a quella di bene, per quanto infinitesima. Guardatene la controprova: il male assoluto, il male da tutti riconosciuto tale, ha perduto l’artiglio, è diventato impotente: e infatti il male assoluto, se ci pensate, esiste per noi solo al passato, quando ha finito, per lo più, di uccidere. Così è la menzogna quando è da tutti riconosciuta tale – non fa più male a nessuno. Male vero fa quando è ancora mista di verità, e per questo tanti se ne credono legittimati a distogliere gli occhi dalla parte di menzogna. Anche la menzogna uccide solo finché non è assoluta. E’ questa la sorte del male: medietà, mescolanza, ambiguità. Il suo color di topo è indifferenza, ignavia, terzismo: banalità. E’ la ganga sociale e consortile di cui si nutre ogni potere fondato sulla forza e su quel consenso passivo, impersonale e senza volto di cui è fatta infine sempre la violenza, e in primo luogo la violenza fatta alla verità. Il potere del farabutto è nel silenzio di chi non gli chiede ragione. Ci sono silenzi che hanno la stessa natura della nebbia e del fumo: offuscano le differenze, ottundono l’attenzione. O fanno prendere la consistenza e il colore del fumo anche alla parola, la cui essenza è luce, distinzione, chiarezza.

C’è stato un momento in cui le parole-mantra di oggi, “stabilità” e “governabilità” non erano ancora i nomi locali, italiani, della “dittatura del presente”. Non un’altra epoca: solo qualche anno ci separa da quel momento in cui è parso che instabilità e incertezza fossero, non, come sembra alla maggioranza politica di oggi, il male assoluto – ma al contrario, l’espressione delle questioni politiche fondamentali che venivano alla luce. Questioni di fine, appunto. Pareva che, dando loro spazio, affrontando instabilità e incertezza, fosse ancora possibile per la politica “curare la politica”. O almeno così auspicava un uomo che era stato ministro dell’economia, e che fu anche duramente attaccato perché diceva che pagare le tasse è una cosa bellissima. Per quello che fu evidentemente giudicato un eccesso di idealità, appunto. Ne venissero ancora, di uomini così. Lasciamo a lui l’ultima parola, che in poche righe riassume meglio di questa intera riflessione il senso che vorremmo avesse, il senso di un richiamo al “discorso sui fini”.

“Instabilità e incertezza non nascono da disaccordi in campi, pur importantissimi, di politica ordinaria: scuola, disoccupazione, servizi pubblici, sicurezza dei cittadini. Ancor meno, però, nascono da un semplice scontro di personalità e di potere. Le questioni da cui nascono sono più, non meno, fondamentali della politica ordinaria: contrappongono diverse concezioni dello Stato, della politica, della legalità…. Al contrario delle deboli scosse di assestamento che dopo il 1948 hanno accorciato la vita dei governi della Prima Repubblica lasciando intatte struttura del potere e direttrici di fondo, qui si muovono faglie profonde: la legalità, lo Stato di diritto, l’architettura dello Stato, il funzionamento delle istituzioni e della democrazia”4.

1 Come dimostrano le ultime tristi vicende del “Corriere della sera”, cf, “Report”, 14/04/2014.

2 Zagrebelsky (….) Il crucifige e la democrazia, …

3 N. Bobbio, La democrazia e il potere invisibile, ne Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, p. 76

4 T. Padoa Schioppa, La politica curi la politica, “Corriere della sera”, 14/08/2010

4 commenti

  • Il saggio fornisce un’analisi molto approfondita e illuminante, le conclusioni purtroppo non possono essere altrettanto forti.
    Credo che l’uomo occidentale sia andato oltre la fede e l’ideologia e sia approdato alla scienza anche in campo sociale.
    In politica le coordinate di fondo sono stabilite da regole economiche che hanno alla base matematiche dimostrazioni di assunti logici. (vedi teoria di Arrows).
    Con l’Europa ogni Stato ha rinunciato ad una quota di sovranità e ha posto l’economia come strumento per il raggiungimento della razionale felicità.
    La scuola sostiene Zegrebelsky può fornire una via di salvezza, Augré aggiunge anche la donna. Eva che offrì il frutto dell’albero della conoscenza ad Adamo che ne mangiò anche lui.
    La scuola non offre valori, ma solo informazioni, (prima serviva a preparare cittadini obbedienti).
    Da Eva è nato Caino che è stato il primo fratricida.
    Non rimane altro che la scienza.

  • La questione è interessante, peccato che manchi un apposito spazio di approfondimento e confronto di idee.
    Provo qui a sintetizzare alcune considerazioni.
    Nell’incontro del 8 luglio 2013, il prof. Luciano Canfora pose al prof. Zagrebelsky la domanda: “in una situazione in cui si recita la messinscena della politica in mano a personaggi inconsistenti che talora si presentano come “tecnici” rivelandosi esecutori della volontà altrui: mercati, Europa, sviluppo, concorrenza, oligarchie finanziarie, quale possibilità vi è di riappropriarsi, come cittadini comuni, del potere di contare?”.
    Zagrebelsky rispose: “Noi apparteniamo alla cerchia di chi esercita una professione intellettuale. Il nostro compito primario (non voglio dire esclusivo) è cercare di capire, non di cambiare il mondo”.
    Una risposta tranciante che sembrava chiudere ogni questione, perfino sul ruolo degli intellettuali, visto che non servirebbe a niente “capire” la realtà se poi non la si può “cambiare” sia pure nel senso di “governare”.
    E veniva da domandarsi se e come fosse possibile uscire dallo sconforto di una tale conclusione.
    La risposta è venuta dallo stesso Zagrebelsky che, intervistato il 10.03.14 da Il Fatto Quotidiano dice tra l’altro: “occorre avere idee politiche, … avere idee di società, programmi, proposte di vita collettiva… perfino modelli di società… e tentare di metterle in pratica”.
    Notevole passaggio: l’intellettuale pur continuando ad esercitare il ruolo di “capire” il mondo, assume anche un ruolo propositivo politico per “governare” la realtà.
    Il governo della realtà si concretizza appunto nell’azione politica che ha un senso solo se riferita ad un fine.
    Ciò che lascia perplessi è che Zagrebelsky nel passaggio citato parla del “fine” con riferimento a idee di società, proposte di vita collettiva, modelli di società come se fossero proposte politiche ancora non ben definite e quindi da elaborare.
    Il modello di società esiste già, ed è quello che i nostri costituenti, con magistrale lungimiranza, hanno ritenuto di adottare, scegliendolo fra i vari modelli di società elaborati dalla moderna filosofia politica.
    È stato scelto in sede costituente un modello di società statale che, tenuto conto di una realtà che i cittadini vivono quotidianamente e che è caratterizzata da importanti problemi esistenziali (in particolare, illibertà di fatto, diseguaglianze insopportabili, ingiustizie) mirasse alla composizione democratica della conflittualità in atto fra i cittadini e l’apparato di potere costituito dalle oligarchie economiche e finanziarie.
    Un modello di società che è un vero e proprio compromesso tra le tradizionalmente alternative concezioni dello stato, quella liberale e quella sociale, basato su principi fondamentali ineludibili e su una forma di governo rigida, la democrazia rappresentativa parlamentare, revisionabile solo attraverso una rivoluzione di sistema.
    Il problema è che questo modello di società deve essere reso funzionale per evitare che le finalità che esso si propone di conseguire restino, com’è accaduto finora, delle mere enunciazioni, che lasciano troppo spazio a quella che Zagrebelsky e Canfora individuano come la messinscena della politica.
    Si tratta di prendere atto che l’impianto organizzatorio delineato in sede costituente si è rivelato sin dall’avvio dell’esperienza repubblicana non solo non funzionale ma per molti aspetti perfino incoerente con le finalità proprie del modello di società adottato.
    Prendo qui in considerazione per necessità di sintesi solo alcune questioni di estrema attualità, sulle si impone l’impegno degli intellettuali.
    La forma di governo: democrazia rappresentativa parlamentare.
    L’impianto costituzionale vigente, che attribuisce al parlamento la funzione legislativa e attribuisce ad un organo non elettivo ma con piena autonomia di scelte politiche la funzione di governo, è incoerente con il principio di democrazia rappresentativa e disfunzionale sotto vari profili a partire dall’insanabile conflittualità fra i due massimi organi istituzionali. Per coerenza con il principio di rappresentatività elettiva, il parlamento (bicameralismo perfetto o meno, monocameralismo, ma questo non è fondamentale) avrebbe dovuto essere investito costituzionalmente della titolarità della funzione di “governo” democratico nel senso più ampio, comprensiva cioè della funzione legislativa e della funzione di governo in senso stretto (quest’ultima da esercitare attraverso un organismo tecnico burocratico di derivazione parlamentare).
    La repubblica fondata sul lavoro.
    Il principio resta una mera enunciazione se lo stato continua a non osservare l’impegno di creare le condizioni che assicurino ai cittadini la pari opportunità di accesso al lavoro e per converso le condizioni che consentano ai cittadini di assumere la consapevolezza che è loro dovere prepararsi adeguatamente per non farsi sfuggire ogni opportunità di lavoro esistente. La questione va affrontata politicamente su vari fronti, a partire dall’adozione di una diversa organizzazione scolastica che limiti l’attuale sistema nozionistico alla scuola dell’obbligo, per impegnarsi poi, di concerto con le organizzazioni produttive, alla formazione di cittadini professionalmente preparati e orientati, con buona propensione ad integrarsi con scelte consapevoli nel mondo del lavoro.

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