Sentenza Consulta: nulla può essere più come prima

ANPILa sentenza della Corte Costituzionale relativa alla legge elettorale costituisce un colpo (quasi) mortale alla credibilità dei partiti. Quasi otto anni, trascorsi nella diffusa affermazione che il “porcellum” era una vera porcheria, ma soprattutto privava i cittadini di una parte della sovranità popolare garantita dalla Costituzione e nella altrettanto diffusa negligenza e indifferenza verso quella che doveva essere una più che doverosa ricerca di una soluzione rapida ed efficace. Otto anni di chiacchiere al Senato, di promesse, di impegni, andati assolutamente a vuoto. Qualche sciocco si è unito al (giusto) coro di protesta, contro una situazione del genere, cercando di coinvolgere nell’incredibile ritardo anche la Corte Costituzionale; dimenticando che la Corte non può decidere >motu proprio <sull’illegittimità di una legge, ma può farlo solo quando è investita della questione da parte di uno degli organismi competenti e legittimati a sollevarla. Dopo di che ci sono stati anche dei mesi di silenzio, attribuibile in parte ai complessi e difficili nodi da sciogliere ed in parte anche alla speranza che la politica si decidesse a risolvere un problema che era, ed è, in realtà, tutto politico. In questi tempi (normali) la Corte ha fatto quello che doveva, resistendo alle pressioni di chi voleva ancora un rinvio e deludendo (giustamente) le speranze di chi voleva una decisione “politica” e non di legittimità costituzionale.
Lasciamo dunque le responsabilità a coloro cui spettano, sperando che comprendano finalmente la gravità di quanto è accaduto, delle responsabilità che si sono assunti e del baratro che, ancora una volta, si è aperto tra cittadini e partiti.
E adesso? Personalmente, non ho dubbi sul fatto che la sentenza della Corte Costituzionale sia giusta, sul piano giuridico-costituzionale, ed efficace, nei limiti cui le sentenze del genere debbono sottostare. Niente retroattività, per il principio – assolutamente pacifico – della continuità dello Stato, ribadito, anche in questi giorni da costituzionalisti di rilievo; efficacia reale, a partire dal momento del deposito della motivazione. Il che significa che non è in discussione il Parlamento, né alcune delle istituzioni come tali, mentre dubbi ed opinioni diverse si sono profilati, anche tra i giuristi, per ciò che attiene alla posizione dei parlamentari eletti in base al premio di maggioranza e non ancora convalidati dai competenti organi del Parlamento. A dire la verità, non si capisce perché questa convalida (si trattava solo della presa d’atto di un’elezione avvenuta in base ad una legge vigente) non sia stata fatta; il Parlamento aveva altro da fare? Oppure, qualcuno ha cercato di differire questa convalida, per ragioni che sarebbero ancor meno comprensibili. La convalida è uno dei primi atti che si dovrebbero compiere, in tempi rapidissimi, proprio per garantire la regolare costituzione delle Assemblee parlamentari. Ma, poiché in questo Paese tutto può accadere, di fatto siamo a questo punto. E se ci fosse logica, buon senso e buona fede (tutta merce rara, di questi tempi) non ci dovrebbero essere esitazioni a procedere subito alla convalida, per eliminare ogni dubbio, prima che le motivazioni della Corte vengano depositate. Se non lo si farà, vorrà dire che c’è qualcuno che sta giocando allo sfascio e pensa di trarre vantaggio da una pur evitabile situazione di caos. Io continuo a sperare, che questo non avvenga, per il bene del Paese. E continuo a condividere con diversi costituzionalisti l’opinione che in realtà basti la proclamazione, fatta a suo tempo, a garantire la permanenza anche di questi parlamentari, fino allo scioglimento delle Camere.
Fin qui, gli aspetti giuridici, che precludono tutti quei discorsi di delegittimazione di questo e di quello, spesso senza motivazioni che abbiano un minimo di fondamento.Restano, però, gli aspetti soprattutto “politici” e non solo per il giudizio severo che ho già espresso nella prima parte di questa nota, ma anche perché sarebbe giusto aspettarsi che chi è in Parlamento e al Governo si rendesse conto che, invece, di una crisi di legittimazione, sul piano politico, è più che giusto parlare. Alla fine, Parlamento e Governo restino pure in carica, in base al principio di continuità, ma si rendano conto che nulla può essere come prima e soprattutto che non si può fare finta di nulla. Il che implica anche serie valutazioni di opportunità politica (in senso buono).
Nessuno potrà obiettare se ci si deciderà a varare, al più presto, una legge elettorale, quale che sia (non voglio entrare nel merito delle varie opzioni possibili), purché essa corrisponda all’interesse dei cittadini ed a loro restituisca ciò che da otto anni gli è stato tolto.
Ugualmente, non si potranno fare obiezioni se si approverà rapidamente la legge di stabilità e se il Governo metterà in pista quei provvedimenti da tutti richiesti, che mirano a risolvere la grave emergenza sociale in cui versa il Paese.
Al di là di questo, il problema della delegittimazione politica si porrà in tutta la sua essenza e gravità. Sembra, però, che non se ne rendano conto quando alcuni esponenti politici di rilievo parlano e discettano sulle riforme che bisogna fare, a partire da quella della giustizia (quale?) e da quelle cui si faceva riferimento nello sciagurato disegno di legge costituzionale che intendeva modificare l’art. 138 della Costituzione, indicando percorsi, costituendo organismi e definendo contenuti assolutamente al di fuori di quanto previsto dalla Costituzione vigente.
Si accorgono, costoro, che è un vero paradosso che organismi politicamente delegittimati mettano mano addirittura alla Costituzione? E non lo dico solo pensando al disegno di legge costituzionale sulla istituzione di una speciale Commissione per le riforme, ma anche a ogni disegno di legge che, pur rispettando l’art. 138, volesse avviare, specificamente, singole modifiche, ritenute essenziali, urgenti e mature.
Sotto il primo profilo, è ovvio che non si dovrebbe neppure pensare alla possibilità di sottoporre al voto della Camera (l’ultimo della serie) quel disegno costituzionale, già tanto discusso e criticato in quanto ingiustamente e illegittimamente derogatorio rispetto alle normali procedure previste dall’art. 138; spero che sia così e che quel cammino, anche se in parte già percorso, nel silenzio diffuso della stampa e in una incredibile arrendevolezza di alcuni gruppi parlamentari di maggioranza, venga finalmente avviato sul binario morto.
Ma riterrei necessaria anche una seria riflessione su quello che qualcuno ha definito “il piano B” e cioè procedere, per via ordinaria (e dunque nell’ambito dell’art. 138) a due o tre riforme costituzionali, sulle quali risulterebbe già una sufficiente maturazione ed una sostanziale intesa, cioè diminuzione del numero dei parlamentari; differenziazione del lavoro delle due Camere (io preferisco questa formula rispetto a quella della “eliminazione del Senato”, perché non sono affatto convinto che quest’ultima sia la soluzione migliore, per evitare il “bicameralismo perfetto”); e infine, per qualcuno, il riassestamento del sistema delle autonomie e per altri, spero pochi, le riforme della giustizia, intendendo per tali non quelle che mirano a risolvere la crisi della giustizia senza richiedere interventi sulla Costituzione, ma quelle che finiscono per puntare le armi contro l’indipendenza e l’autonomia della Magistratura.
Ebbene, anche su questo piano, il problema della “legittimazione politica” si pone, seriamente; a meno che si dimostri che le forze politiche – anche le più diverse – sono compatte sulle concrete soluzioni e sull’urgenza di provvedere; del che, francamente, c’è da dubitare, quando dalle affermazioni di principio si passa all’esame analitico dei singoli problemi che si pongono. Ho già accennato ai miei dubbi sul modo di differenziare il lavoro delle Camere: ci sono molte soluzioni possibili e non traumatiche; ma quella della “abolizione del Senato” o della trasformazione in “Senato delle autonomie” è proprio la più discussa (e discutibile). E dunque è il caso che un tema del genere sia affrontato da questo Parlamento? Tutto questo significa che non deponiamo le armi, ma restiamo vigili e attenti a ciò che accade; pronti a manifestare la nostra indignazione e la nostra protesta se le forze politiche non dimostreranno di aver capito la lezione e soprattutto di aver compreso la potenza dello “schiaffo” ricevuto dal massimo organo di garanzia costituzionale.
Il nostro “presidio” resta in piedi, pronto a scattare non appena vi fossero notizie allarmanti, in una qualsiasi delle direzioni che sopra abbiamo paventato.
E siamo certi che non saremo soli, perché dalle prime dichiarazioni, provenienti anche da Associazioni “amiche”, abbiamo raccolto concetti ed idee assai vicine alle nostre.
Tutta la nostra Associazione resta dunque mobilitata, in tutti i suoi organismi (Comitati provinciali, coordinamenti regionali, sezioni), per impegnarsi – come sempre – contro ogni tentativo di andare per strade diverse da quelle indicate dalla Costituzione ed oggi, anche per implicito, dalla stessa Corte Costituzionale.

*Carlo Smuraglia – presidente nazionale ANPI

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