Manovra: ecco cosa nasconde il “giallo della firma”

E’ uno strano spettacolo quello che sta andando in scena intorno alla manovra economica del governo. Una manovra di incerta paternità, viste la proteste che la circondano e gli stravolgimenti di cui è oggetto. Se proviamo ad analizzare i fatti, c’è una sola spiegazione che risulta esauriente: nella maggioranza è in corso una vera e propria guerra, che rischia di travolgere tutto e tutti.

Cominciamo dal principio: quando diventa chiaro che i conti pubblici necessitano di un robusto aggiustamento, l’impressione generale è di un naufragio del berlusconismo. Finisce l’era dei lustrini, comincia quella della dura realtà. Berlusconi se ne rende conto subito, e infatti recalcitra, manda avanti Letta, si nega alle telecamere. Poi si rassegna all’inevitabile, e cioè alla conferenza stampa a fianco di Tremonti dopo la seduta del Consiglio dei ministri.
Anche lì, però, si vede il suo disagio. Il premier sfodera tutto il suo repertorio classico: la colpa è degli altri (la sinistra, la Grecia, forse anche il destino cinico e baro), il governo è compatto come una falange macedone e non mette le mani nelle tasche degli italiani, l’Europa deve ringraziare lui, Berlusconi, e anche Tremonti se le cose non sono andate peggio.
La recita però è tutt’altro che convincente. Anche perché quel Consiglio dei ministri ha approvato non la manovra, ma la copertina di un fascicolo vuoto. Non è la prima volta che questo accade. In passato, però, si ricorreva a questo trucco quando si era arrivati alla scadenza per la presentazione di una Finanziaria e non c’era stato tempo per mettere a punto i dettagli: ma l’accordo tra gli alleati c’era e toccava ai tecnici tradurlo in norme, lavorando anche la notte per far arrivare al Quirinale un testo completo.
Ora le cose stanno in termini del tutto diversi. Il Consiglio dei ministri non ha approvato un decreto vero e proprio perché l’accordo nella maggioranza non c’è: Lega e finiani sono in rotta di collisione, il Pdl non può penalizzare troppo il Sud che costituisce la sua base elettorale e, problema acutissimo, Berlusconi non può accettare di smentirsi, né può rassegnarsi ad apparire un satellite dell’astro nascente Tremonti.

E qui comincia un dramma mai visto: quello chiamato “il giallo della firma”. Davvero Berlusconi non ha firmato il testo consegnato al Quirinale perché attende le osservazioni di Napolitano? Non è importante sapere se la firma ci sia, è importante capire perché mai venga detta una cosa così strampalata. La ragione è una, ma con un esito biforcuto: il premier vuole nascondersi dietro il capo dello Stato, usandone l’autorevolezza sia per far passare aggiustamenti che ridimensionino Tremonti, sia per scoraggiare il Pd da un’opposizione troppo dura. Inutile dire che, se il trucco fosse riuscito, Berlusconi sarebbe tornato ad occupare da solo la cabina di regia, potendo giocare l’una contro l’altra le pedine di Lega, Fini, Tremonti e Pd.

Ma Napolitano non è uomo da cadere in una simile trappola. Così ha preteso, e ottenuto, da Palazzo Chigi la firma del premier sotto il decreto, e ha precisato che le osservazioni del Colle, istituzionalmente limitate ad aspetti puramente giuridici, non significano corresponsabilità del contenuto di una legge, che appartiene esclusivamente al governo.
Una lezione di correttezza che lascia Berlusconi solo davanti ai suoi problemi. Come è giusto che sia. Adesso toccherà a lui vedersela con Tremonti, e sarà battaglia senza quartiere. Il primo assaggio è già venuto dal fido Bondi, che è partito lancia in resta all’assalto del ministro dell’Economia, sicuramente su mandato del premier. Si potranno leggere in questa chiave anche i futuri attacchi dei governatori. A proposito: dice qualcosa il fatto che il centro destra, pur avendo la maggioranza nella conferenza Stato-Regioni, abbia confermato alla presidenza dell’importante organismo il “rosso” Errani?

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