2 Giugno. La Costituzione e i giovani

31 Maggio 2023

Enzo Di Salvatore Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

Il 1926 è un anno in cui accadono molte cose. Negli Stati Uniti, dalla penna di Walt Disney, nasce Topolino. A Londra entrano in funzione i semafori automatici. In un piccolo villaggio della Siberia si registra la temperatura più fredda della storia: -71 °C. In Germania esce Faust di Friedrich Wilhelm Murnau. È l’ultimo film del grande cineasta tedesco prima del suo trasferimento a Hollywood. È un film sulla lotta tra il bene e il male. Un film dove Mefistofele, il diavolo, perde la sua scommessa con l’arcangelo Michele, sconfitto dalla forza di un sentimento che non conosce: l’amore. Ed è un anno strano anche per l’Italia. Alla scrittrice Grazia Deledda è assegnato il premio Nobel per la letteratura: «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano». È quanto si legge nella motivazione che accompagna il premio. Grazia Deledda ha dedicato la sua vita di scrittrice a problemi di «generale interesse umano». Per esempio, alla giustizia: «e poi volete che io non mi sdegni, ch’io non gridi contro questo miserabile mondo, ove tutto, cominciando dalla giustizia, tutto è commedia e viltà? Donde dovrebbe piover la luce viene il buio, donde si spera giustizia viene l’iniquità». Sono queste le parole che Grazia Deledda lascia pronunciare a Stefano, uno dei protagonisti del romanzo «La giustizia», scritto nel 1899, e cioè proprio nell’anno in cui il Presidente della Repubblica francese concedeva la grazia al capitano Alfred Dreyfus, a colui che si ritrovò al centro del maggior caso politico e mediatico dell’epoca: un caso che segnò la nascita dell’intellettuale moderno e che vide schierarsi dalla parte della giustizia scrittori quali Émile Zola: «Sono uno scrittore libero, che ha un solo amore al mondo, quello per la verità».

Cosa pensasse della giustizia Grazia Deledda nel 1926 non lo sappiamo. Non sappiamo quale fosse il suo giudizio sul rapporto che in quell’anno correva tra negazione della legalità, cancellazione dei diritti di libertà e giustizia fascista.

Il 15 febbraio, per mano dei fascisti, moriva Piero Gobetti. Il 6 aprile, Giovanni Amendola. L’8 novembre era tratto in arresto Antonio Gramsci. Lo stesso giorno in Gazzetta Ufficiale veniva pubblicato il Regio decreto 6 novembre 1926, n. 1848, di approvazione del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, con il quale si stabiliva che i prefetti potessero sciogliere le associazioni, gli enti, gli istituti, i partiti, i gruppi e le organizzazioni politiche che avessero perseguito finalità contrarie a quelle propagandate dal regime fascista. Il Regio decreto prevedeva, inoltre, che il confino divenisse la sanzione principale nei confronti di coloro che avessero agito contro il regime.

Nel 1926 Francesco Ruffini dà alle stampe «Diritti di libertà». Ruffini è un liberale, un giurista. Insegna storia del diritto e diritto ecclesiastico. E ha una visione laica dei rapporti tra Stato e Chiesa; tanto che nel 1929 avrebbe criticato i Patti Lateranensi, e cioè il Concordato voluto da Mussolini e sottoscritto tra la Santa Sede e il Regno d’Italia. Ruffini è uno studioso delle libertà e, in particolare, della libertà religiosa. Nel 1925 aveva sottoscritto il Manifesto degli intellettuali antifascisti e nel 1931 si sarebbe rifiutato di prestare giuramento di fedeltà al fascismo: uno dei pochi tra i 1225 professori universitari che c’erano allora in Italia. Sarebbe morto tre anni dopo, nel 1934.

Quando nel 1926 Ruffini pubblica “Diritti di libertà”, il fascismo si è ormai elevato da «ideologia negativa» a «dottrina», come avrebbe scritto Norberto Bobbio nel 1964 e come, in realtà, avrebbe ammesso lo stesso Mussolini nel 1932: «una costruzione, che trovava, successivamente negli anni 1926, 1927, 1928, la sua realizzazione nelle leggi e negli istituti del Regime». Una costruzione che già nel 1926 mirava a rendere nullo l’individuo e tutto lo Stato, come ricorderà ancora Bobbio; che puntava a dare concretezza a quanto Mussolini aveva dichiarato nell’ottobre dell’anno precedente presso il Teatro alla Scala: «la nostra formula è questa: tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato». In pratica, le leggi fasciste puntavano a rovesciare il rapporto esistente tra lo Stato e la società civile: dove lo Stato non era un fine, ma uno strumento della società del tempo, che non si intrometteva negli affari dei cittadini. Nel bene e nel male. Ragion per cui non tanto di dittatura si sarebbe dovuto parlare, ma di Stato totalitario, che finiva per assorbire in sé ogni aspetto della vita. E cosa scrive nel suo libro Ruffini? Che quella era «un’ora tragica» per gli italiani e per le loro libertà. Persino per le libertà politiche, giacché l’idea posta a base dello Stato fascista era dotare lo Stato di una rappresentanza che fosse organica, e cioè che spazzasse via il sistema dei diritti dello Stato liberale, colpevole di aver frantumato l’unità politica della Nazione. Ruffini ammette che la libertà e la democrazia possano talvolta essere foriere di eccessi, ma – facendo proprie le parole del giurista inglese James Bryce – si chiede: «se si comincia a volgere in ridicolo la democrazia, che rimarrà? Un vecchio proverbio greco aveva già posta la questione: se ci si soffoca semplicemente bevendo dell’acqua, che cosa si potrà più bere senza soffocare? Se la fiaccola della democrazia sparisse nell’oscurità, quanto profonde sarebbero le tenebre!». Nel suo libro Ruffini accusa gli intellettuali, le classi dirigenti, il popolo italiano, e cioè le «masse amorfe ed atone» degli ignavi e degli indifferenti, per non aver difeso le «pubbliche libertà». Ma il suo libro sarebbe sparito presto dalle vetrine delle librerie e avrebbe continuato a circolare in clandestinità.

Il 1946 è un anno di grandi cambiamenti. Nasce la Vespa Piaggio. Il Corriere della Sera torna ad uscire in edicola. Al cinema si proiettano Sciuscià di Vittorio De Sica e Paisà di Roberto Rossellini. Il premio Nobel per la letteratura è assegnato a Hermann Hesse.

È l’anno in cui le donne e gli uomini sono chiamati a scegliere la forma istituzionale da rendere al nuovo Stato e ad eleggere i 556 membri dell’Assemblea Costituente. Ma è anche l’anno in cui Piero Calamandrei ripubblica «Diritti di libertà», il libro di Francesco Ruffini, ormai divenuto introvabile. E lo fa introducendo il libro con un denso, bellissimo saggio, che reca lo stesso titolo del capitolo che chiude il lavoro di Ruffini: «L’avvenire dei diritti di libertà».

Calamandrei è tra coloro che nel 1925 avevano firmato il Manifesto degli intellettuali antifascisti, ma non è tra coloro che nel 1931 si rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al fascismo. Eppure – come ricorda Bobbio – Calamandrei non è solo un giurista che ha servito le leggi, ma è un giurista che ha servito anche la giustizia: «quella più alta giustizia morale che sta al di sopra della legge» e che trae vigore da due valori fondamentali: la libertà e l’eguaglianza. Questo, però, lo avrebbe fatto solo a partire dal 1944: attraverso il commento a Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria e, appunto, con la ripubblicazione del libro di Ruffini.

Nel suo saggio, Calamandrei pone al lettore una domanda: come sia stato possibile per il fascismo comprimere le libertà. Una domanda a cui – in parte – aveva già risposto Ruffini: per l’indifferenza delle «masse amorfe e atone». Secondo Calamandrei, le «masse lavoratrici assistettero senza commuoversi al tramonto delle libertà borghesi» perché i diritti di libertà proclamati dallo Statuto albertino non erano i diritti di tutti, e cioè dei contadini, degli operai e, più in generale, di coloro che non appartenevano alla classe agiata della borghesia.

La società dell’epoca prefascista era una società borghese, ossia una società che riteneva che lo Stato dovesse occuparsi il meno possibile degli individui. L’idea di fondo che ispirava i rapporti tra lo Stato e la società civile era quella della separazione: lo Stato era uno Stato minimo, che non interveniva se non nella misura in cui fosse stato necessario intervenire. I borghesi erano convinti di essere in condizione di autogovernarsi. Per questa ragione, sarebbe stato sufficiente ottenere dallo Stato il riconoscimento dei diritti in Costituzione e la garanzia che esso non interferisse nel godimento degli stessi. Una condizione che, in verità, ha attraversato la storia individuale della maggior parte di noi. Mio nonno paterno, per esempio, non sapeva né leggere né scrivere, firmava apponendo una croce e non aveva diritto al voto. Abitava in una casa di appena due stanze senza bagno e trascorreva le sue giornate al pascolo per sfamare i molti figli che aveva. Per lui la religione era un miscuglio di fede e superstizione e lo Stato coincideva con il piccolo borgo in cui viveva: le sue più alte cariche erano il sindaco, il farmacista, il maresciallo dei carabinieri, il parroco. Quando il fascismo arrivò al potere nulla mutò nella sua vita. Non reagì, non se ne accorse neppure. Non per opportunismo, ma per ignoranza. Poi, però, i Calamandrei, gli Amendola, gli Ambrosini, i Nenni, i Moro, i Togliatti si spesero perché mio nonno e tutti gli altri divenissero “cittadini attivi”: le differenze economiche e sociali vennero lentamente ripianate, la Costituzione repubblicana riconobbe a tutti il diritto di voto e proclamò i diritti sociali, in modo che i diritti di libertà divenissero “libertà politiche”, e cioè diritti di partecipazione attiva dei cittadini alla vita del Paese. Insomma, al centro dell’azione dei poteri pubblici veniva posta la persona umana e la sua dignità. La Costituzione affidava alla Repubblica il compito di procedere a una trasformazione economica della società civile e di riconoscere i diritti sociali, prima ancora dei diritti di libertà. Necessario sarebbe stato rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che si frapponevano alla possibilità che tutti fossero uguali. E questa rimozione – che avrebbe realizzato l’eguaglianza sostanziale – avrebbe aperto alla possibilità che tutti potessero lavorare, godere di buona salute, essere istruiti. Solo in questo modo l’individuo sarebbe stato libero. Perché, come dice il filosofo, «un uomo che ha fame non è un uomo libero».

Sono trascorsi settantasette anni da allora. Il mondo è cambiato rapidamente e si trova oggi al cospetto di problemi in parte nuovi e di carattere transnazionale: il terrorismo internazionale, la crisi finanziaria ed economica, la pandemia, la guerra, il cambiamento climatico, la crisi energetica, le migrazioni. La Costituzione italiana ha settantacinque anni, ma non è invecchiata: almeno non nei valori fondamentali che pone e, tra questi, anzitutto quello della dignità della persona. Invecchiato, semmai, è lo Stato. Ciò su cui occorre tornare a riflettere riguarda, quindi, lo Stato, e però anche l’Europa e l’ordine internazionale. Si tratta di questioni certo risalenti e parzialmente già discusse almeno dal 1919. Durante la Resistenza molti intellettuali ebbero modo di confrontarsi sul futuro delle nazioni e dell’Europa, anche se da prospettive diverse. Lo fecero Einaudi, Rossi, Spinelli, Colorni, Silone: chi da una prospettiva liberalsocialista, che si ricollegava alle idee di Carlo Rosselli; chi da una prospettiva socialista, avente per protagonisti i popoli e non già gli Stati. Tutti, in ogni caso, furono accomunati dalla medesima idea di fondo, e cioè che le sovranità nazionali andassero limitate; e tutti, purtroppo, sottovalutarono il ruolo che avrebbero giocato sullo scacchiere internazionale gli USA e l’URSS (che, di lì a poco, si sarebbero spartite il mondo). Per questo, e non per altre ragioni, fu impossibile procedere all’unificazione politica dell’Europa. Nell’ora attuale, l’Italia, l’Europa e il mondo sono a un punto di non ritorno. Le crisi in atto hanno mostrato tutti i limiti di una Europa concepita su basi funzionaliste. Quello che scontiamo è l’assenza di un soggetto politico europeo, che riesca a spazzar via il protagonismo e l’egoismo degli Stati. In breve, occorre abbandonare ciò che divide e lasciar emergere ciò che si ha in comune. Ed è urgente farlo: è questa l’unica strada da percorrere se vogliamo che i valori proclamati dalle Costituzioni del dopoguerra siano un paradiso non solo in cielo, ma anche in Terra.

 

 

 

Professore di Diritto costituzionale Università degli studi di Teramo. Ha scritto su diritto dell’ambiente, federalismo, Unione europea.

È direttore del Centro di ricerca “Transizione ecologica, sostenibilità e sfide globali” presso l’Università degli Studi di Teramo. Coordinatore del corso di laurea in diritto dell’ambiente e dell’energia presso la stessa Università.

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