2 GIUGNO. L’ART 11 E LA FORMA DELLA PACE

2 GIUGNO. L’ART 11 E LA FORMA DELLA PACE

 

  • L’articolo 11 della nostra Costituzione ne riassume l’essenza anti-identitaria, anti-sovranista e congenitamente fautrice di un ordine giuridico sovranazionale per la soluzione pacifica dei conflitti.
  • Lungi dall’esprimere una norma utopica, esprime un’idea della guerra come il presupposto stesso della politica, che è per essenza chiamata ad estinguere la guerra e le sue cause.
  • Codifica una concezione del costituzionalismo come strumento di pace perpetua e non contingente, cioè obbligazione per il legislatore a creare organismi di garanzia o realizzazione dei diritti umani in cui si articola la giustizia globale, condizione di pace.

“La verità è che la guerra è un assassinio di massa, la più grande disgrazia della nostra civiltà; e che garantire la pace mondiale deve essere il nostro principale obiettivo politico, un obiettivo che viene molto prima della scelta fra democrazia e dittatura, o tra capitalismo e socialismo. Non esiste, infatti, la possibilità di un sostanziale progresso sociale finché non sia istituita un’organizzazione internazionale tale da impedire effettivamente la guerra tra le nazioni della terra” (Hans Kelsen 1944, La pace attraverso il diritto).

Due volte “mai più”

Queste parole danno forma a un sentire che fu universale, alla fine della Seconda guerra mondiale: quel “mai più” che già si era levato da tutta la terra alla fine della Prima, e tenne l’umanità intera appesa al filo della Nuova Alleanza promessa da Woodrow Wilson – pace giusta, non umiliazione dei vinti. I fondamenti della pace del futuro dovevano prevalere sugli interessi dei vincitori. Ma Wilson che voleva disarmare il mondo cede a poco a poco al compromesso: la pace da lui sognata, eterna e universale, “non ha preso forma dallo spirito umanitario e dalla pura sostanza della ragione” (Stefan Zweig). La prima “ora stellare” della nostra era si è dissipata a Versailles. Il mondo s’avvia di nuovo verso la guerra totale.

“Ha preso forma”, invece, questo grido, subito dopo la seconda apocalissi. Ha preso forma giuridica, cioè normativa e istituzionalmente incarnata insieme, nell’Organizzazione delle Nazioni Unite. “La comunità delle nazioni, per la prima volta, si fonda su un’organizzazione giuridica” (Valerio Onida). È l’Onu che per la prima volta nella storia umana fa intravedere la possibilità che dov’era la selva geopolitica ci sia l’ordine della legge: non una legge qualunque, ma una Costituzione per la Terra (Luigi Ferrajoli 2022): il diritto a un ordine sociale e internazionale (come enuncia l’articolo 28 della Dichiarazione Universale del ’48) in cui diventino effettivi tutti i diritti umani che le menti migliori e meglio dotate di buona volontà hanno elaborato nei tragici secoli della modernità. Scavando nella profondità informe del valore giustizia con il cesello della pari dignità di ognuno, fino a dar forma e norma a molti strati di ciò che riconosciamo dovuto agli umani come tali, cittadini di qualche stato o no, e indipendentemente da tutte le differenze etnica, culturale, sociale e di genere che ci fanno diversi e diseguali. E almeno una volta all’anno dovremmo tutti andarceli a rileggere, quei 30 articoli, come il cristiano prega almeno a Pasqua. Perché non hanno altra anima che il nostro attivo consentire, benché abbiano corpo nelle istituzioni di garanzia (troppo poche ancora) che dovrebbero attuarle. E dovremmo saperlo che la lettera è morta senza il soffio che l’anima.

Una finestra sulla comunità internazionale?

L’articolo 11 della Costituzione italiana è la “finestra” dalla quale “si riesce a intravedere laggiù, quando il cielo non è nuvoloso, qualcosa che potrebb’essere gli Stati Uniti d’Europa e del Mondo” (Piero Calamandrei, 1950). Perché non si limita a ripudiare solennemente la guerra “come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ma afferma che l’Italia “consente, in parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” e “promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. In realtà l’Articolo 11 è molto più di una finestra. È il nucleo stesso della Costituzione come “monade”, che Leibniz diceva “senza finestre” perché una monade è per essenza un punto di vista sull’universo. E infatti la parola “Nazione” compare soltanto in relazione al paesaggio da tutelare e proteggere (anche per le future generazioni) nell’articolo 9, quasi ad assumere la bellezza come solo tratto identitario degno di qualche rilievo. Nasce, questa Costituzione, da un pensiero opposto al concetto nazionalistico e sovranista della democrazia. Di più: dissocia già il concetto di democrazia da quello di Stato nazionale, aprendolo a quello di cittadinanza europea e poi di ordine cosmopolitico: compie lo stesso gesto che i maggiori filosofi del Novecento avevano riconosciuto costitutivo dell’Idea di Europa, questa patria che rinuncia alle radici di sangue e di terra perché vuole radici di carta e pensiero, di filosofia – di ragione, che è di tutti gli umani.

Il contrario di un idealismo ebbro

Questo gesto è la prima pulsazione della monade, ed è il contrario di un idealismo ebbro. Perché parte dall’assunto che la guerra non è il mezzo né il fine della politica ma è il suo presupposto. La politica non è la continuazione della guerra con altri mezzi, ma il lavoro per estinguerla. Riconoscere che ne è il presupposto, come Hobbes agli inizi della teoria politica, vuol dire porre alla base del costituzionalismo non il principio di omogeneità (Gaetano Azzariti), bensì il principio di eterogeneità, cioè appunto l’uguale valore associato a tutte le identità differenti. La loro pari dignità. E questa è la seconda pulsazione della monade, e insieme sono come la sistole e la diastole del suo cuore. Proprio come nella Dichiarazione Universale, che però la nostra Costituzione precede di un anno. Che si tratti di identità personali o culturali, una Costituzione è tanto più necessaria “quanto più profonde, eterogenee e conflittuali sono le differenze … che essa ha il compito di tutelare e quanto più vistose, visibili e intollerabili sono le disuguaglianze materiali che essa è chiamata a rimuovere e a ridurre” (Ferrajoli). Il vero costituzionalismo ha la guerra alle spalle, e nasce per lasciarsela per sempre alle spalle. Proprio come diceva Kelsen.

L’umanità al bivio

Altro che nubi, oggi, alla finestra dell’Articolo 11. Ferrajoli ha ragione: l’umanità è al bivio. È al bivio dentro ciascuno di noi, nell’anima, aggiungerei. Perché il corpo del costituzionalismo mondiale è fragile, ma è in noi soltanto che la sua anima vive o muore. C’è stato un tempo, prima degli anni Novanta, in cui la guerra, non solo bandita dal diritto e ripudiata dalle Costituzioni, godeva di unanime discredito e repulsione nell’anima di tutti, compresi i governanti del mondo. Andatevi a leggere la Dichiarazione di Nuova Dehli lanciata al mondo da Michail Gorbaciov e Rajiv Gandhi nel 1986. Cominciavano i negoziati per il disarmo nucleare fra Gorbaciov e Reagan. Tre anni dopo, dissero che il muro di Berlino era crollato. Falso. Era stato rimosso da un’altra idea della politica e dell’ordine del mondo, contenuta nelle parole con cui Gorbaciov rispose alla telefonata folle di paura che da Berlino informava il capo che dall’Est la gente premeva per passare di là. “Lasciateli passare”, rispose. E cosa rispose, il cosiddetto Occidente? “Abbiamo vinto”. Fu questa, la verità della sua risposta: appoggiare segretamente la “parata di sovranità” da cui nacque l’indipendenza ucraina, ma al prezzo di sciogliere nel caos l’impero sovietico, nel momento in cui avremmo dovuto aiutare a trasformarlo in una vera Federazione. La cui costituzione era stata scritta da Sacharov, questo frammento dell’anima del mondo, che dietro alle spalle aveva il segreto tecnico dell’atomica e poi la reclusione come dissenziente: perché sono sempre queste due, la sistole e la diastole del costituzionalismo, la guerra alle spalle e la diversità dei fini umani. Fu la seconda immensa ora stellare dissipata dall’umanità del secolo scorso, quella democratizzazione della Russia che Gorbaciov aveva dichiarato impossibile senza un rinnovamento dell’ordine mondiale: che accogliesse, innanzitutto, il principio onusiano della “sovrana eguaglianza di tutti i suo membri”(Art. 2 n. 1 della carta dell’Onu) e alla Russia aprisse la porta della “casa comune europea”. No, non è possibile qui ripercorrere i passi in cui si dissipò, attraverso la guerra balcanica condotta dalla Nato senza pretesto di difesa e senza mandato dell’Onu, fino alla nuova National Security Strategy che inaugura la politica dell’estirpazione violenta del male da parte degli Stti Uniti a partire dall’11 settembre 2001. Grazie a Raniero La Valle di ricordarci tutto questo e molto, molto ancora fino al nostro oggi, come la voce di un coro tragico: Leviatani, dov’è la vittoria? (2022).

Dove nascono le guerre

Perché la sola cosa che all’uomo, alla donna senza altra scienza che la sua coscienza resta da constatare, è questa. È lì, e lì soltanto, che le guerre nascono, e che le difese della pace resistono o crollano. Non c’è altro vaso per le radici di carta e pensiero della civiltà, che le nostre coscienze. Non è vero che la verità fugge il campo dei vincitori, se non nel senso che fugge dai vincitori come tali, gonfi di falsa gloria più che esperti d’orrore del sangue –ed è questo che intendeva Simone Weil. Non è vero che di questo sangue hanno colpa i valori, universali, che le Carte promulgano. Ne ha colpa chi li scrive sulle bandiere nazionali e imperiali, e li chiama “nostri”, e ne fa parole assassine. I nostri valori! Ma rispondendo alla guerra con la guerra si affoga nel sangue anche il bene che si proclama. Similmente, erigendosi, in quanto potenza statuale e militare, a giudice della giustizia globale, si distrugge proprio la forma della giustizia, quella che aveva informato il sentire: “mai più”. La guerra allora non è più il presupposto di una politica rinata “dall’alto” (del costituzionalismo) per spegnerla, dissolvendo il principio di omogeneità e rinunciando a parte della sovranità, ma è di nuovo la verità della politica, il suo volto infernale, l’idolo del noi, l’annientamento del nemico.

Ed è questa l’ultima cosa che la tersa umiltà dell’Articolo 11 ci può ancora insegnare. Siamo noi tutta la sua vita, tutta la forza del diritto. È in ciascuno di noi che l’umanità è al bivio. Quando solo la guerra risponde alla guerra, qualcosa di tremendo le è già accaduto in noi, che chiamiamo “nostra civiltà” la sua più grande disgrazia.

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