Il disastro cui stiamo andando incontro

Il disastro cui stiamo andando incontro

Bisogna avere il coraggio di raccontare, per intero, la gravità del rischio che corriamo qualora vinca la destra, dal punto di vista degli assetti istituzionali. Certo, tutti temono una svolta presidenzialista, che cova, da sempre, all’interno della destra e rischia di avere adesso i numeri per essere attuata. Non basta. Accanto al presidenzialismo, ci sarà – non è una scommessa difficile da fare – la possibilità di definire la riforma dell’autonomia differenziata, completando la secessione delle regioni ricche e abbandonando a se stesso il Sud.

È questo combinato di due riforme a segnare i limiti del disastro cui stiamo andando incontro. Ognuna di esse, presa singolarmente, sarebbe già una trasformazione irreversibile dei principi costituzionali. Ma insieme sono una tempesta perfetta: la negazione dell’idea di un equilibrio formale basato sul primato del Parlamento e dell’idea di equilibrio sostanziale fondato sul principio della solidarietà nazionale.

Ma non basta neanche questo. Bisogna dirsi anche dell’altro. Per esempio che questa minaccia – pure così radicale – non sarà il motivo per cui si vinceranno o si perderanno le elezioni. Con l’inflazione alle stelle e l’impoverimento diffuso, altri sono i terreni su cui dovremo essere bravi a sfidare la destra in queste settimane.

E dunque, oltre che dirsi la verità che altro ci resta da fare? Personalmente ho due piccoli suggerimenti. In primo luogo, non affidarsi semplicemente alla teoria dei pozzi avvelenati. Cioè alla convinzione che l’urgenza immediata sia di contendere quanto più possibile i seggi uninominali sperando che la destra non raggiunga i due terzi dei seggi complessivi. Persino nel caso che la manovra abbia successo, c’è il serio rischio che non serva a molto: dobbiamo fare i conti anche con l’ambiguità e la debolezza politica di ciò che si oppone alla destra. Infatti la tentazione presidenzialista non lascia indifferenti molti altri partiti, in maniera più o meno esplicita. Non è difficile immaginare che Renzi o Calenda possano supplire a eventuali mancanze numeriche e approvare una riforma del genere, come non è da escludere che anche il Partito Democratico possa accettare di discuterne senza troppi scrupoli. Quanto all’autonomia differenziata, questa tollerante benevolenza – per usare un eufemismo – è ancora più evidente. Per questo la mia proposta è di promuovere durante queste settimane una campagna per costringere tutti i partiti che si oppongono alla destra a dichiarare con chiarezza e in modo esplicito il loro impegno a non votare riforme che vadano nel senso sopra ricordato.

In secondo luogo, occorrerebbe opporsi al rischio di una comunicazione autoreferenziale e tutto sommato inutile mettendo a disposizione tutte le intelligenze possibili non soltanto per denunciare le conseguenze istituzionali di un’eventuale vittoria della destra, ma anche e soprattutto per far capire come tali riforme istituzionali non siano astratte, ma portino con sé delle conseguenze concrete nella vita dei cittadini. Dietro la trasformazione della Costituzione c’è un altro progetto di società che prende piede. Bisogna saper dire che se l’autonomia differenziata viene attuata – nelle forme annunciate fin qui – la povertà del Sud diventerà strutturale e senza via d’uscita. O anche che il Presidenzialismo è una trasformazione della forma di governo che ha come conseguenza la minore rappresentanza degli interessi complessi di più classi sociali, specie di quelle disagiate. C’è un nesso profondo tra la difesa della Costituzione e la priorità dei temi sociali: il successo di questa campagna elettorale passerà precisamente dalla nostra capacità di rendere comprensibile tale nesso. Non possiamo limitarci a dire: se vince la destra, cambierà la Costituzione. Dobbiamo saper dire: se vince la destra e cambierà la Costituzione, le diseguaglianze sociali diventeranno una condizione quasi permanente, a cui sarà difficilissimo porre un freno.

Infine, c’è un salto di qualità che andrà fatto subito e che prescinde dal risultato elettorale. Mai come in questi giorni appare evidente che quel che dovrebbe presidiare i valori della Costituzione nello spazio politico non ha più alcuna credibilità. Eppure non riusciamo a smettere di farci i conti. Ci è facile riconoscere le macerie dei partiti politici, ma non riusciamo a smettere di amarle. Ecco, forse è giunto il tempo non solo di fiancheggiare le nostre macerie ma anche di trovare il coraggio per smettere di amarle.

*L’autore dell’articolo è il presidente di Libertà e Giustizia

4 commenti

  • Se in 74 anni, dal 1948 ad oggi, non abbiamo capito come cittadini l’importanza della Costituzione nella difesa delle minoranze, dei più deboli e contro le disparità sociali; se addirittura l’abbiamo guardata con fastidio crescente proprio per i paletti che fissa (qualcuno parlò di costituzione bolscevica con particolare riferimento all’art. 41 se la memoria non mi inganna, e la flat tax – cavallo di battaglia della destra rampante – viola l’art. 53 e si potrebbe continuare a lungo…); se tutti da destra a sinistra vogliono riformarla per dare più poteri al governo ovviamente mortificando la rappresentanza delle minoranze perché “le democrazie moderne richiedono tempi rapidi” (Calenda non Berlusconi si spinge a proporre la militarizzazione dei cantieri); se tutto l’arco parlamentale guarda con benevolenza all’autonomia differenziata nonostante la pandemia abbia dimostrato a suon di morti i danni che il federalismo applicato alla sanità ha creato (e giova ricordare che la riforma in senso federalista l’ha voluta il centro sinistra, e che nel 2016 fu il pd a proporre una riforma rivoltante non foss’altro per il modo in cui era scritta); se ormai si lotta non per ottenere diritti per tutti ma per negarli a chi è “altro” da noi; se tutto questo non è il frutto di un mio incubo dispotico ma la realtà oggettiva allora il suo appello è già caduto nel vuoto.

  • Tutte considerazioni molto giuste, ma la domanda sorge spontanea: perché ci ritroviamo a cercare di chiudere i cancelli, quando i buoi sono scappati? Ovvero, perché non ci siamo preoccupati di evitare questi rischi quando abbiamo avuto l’ opportunità di farlo?

  • Perché ci preoccupiamo tanto del destino della nostra Costituzione quando essa è stata ampiamente calpestata con questa “crisi” di governo?
    Si è capito perché Draghi si è dimesso pur avendo la fiducia del Parlamento?
    E perché Mattarella si è precipitato a sciogliere le Camere?
    Nel 2019, al tempo del Papete, si è cercato a tutti i costi di fare un nuovo governo; si disse che il periodo estivo non era opportuno per sciogliere le Camere e indire nuove elezioni.
    Perché ora tutta questa fretta?
    Molti sono in vacanza e le nuove formazioni incontrano enormi difficoltà nella raccolta firme: si può firmare solo nel territorio di residenza e per una sola lista!
    VI sembra regolare? Per voi è questa una competizione alla pari?
    E’ molto grave non solo e non tanto per le nuove liste, ma soprattutto per noi cittadini che non abbiamo piena libertà di esprimerci o dovremo “rassegnarci” a votare le i partiti tradizionali.
    Viva la Costituzione.

  • Caterina (ma credo con questo di rispondere anche a Roberto, ed è un modo per ringraziarvi per l’attenzione)… c’è una risposta oggettiva, che ha a che fare coi limite delle valutazioni politiche: il fatto è che comprendere le conseguenze future del presente è sempre difficile, è una forma di “conoscenza per enigmi”. Ora questi enigmi si sono sciolti, nella sua versione più dolorosa e ricapitolativa, facendoci vedere tutto ciò che l’aderenza al presente non ci permetteva di vedere.
    C’è poi una risposta soggettiva, che non è soltanto legata ai narcisismi e alla mancanza di cultura che in questi anni si sono impossessati di una parte importante di noi. In realtà, credo che tanti di noi ce ne siamo preoccupati, ma nella precarietà con cui si intersecano biografie personali e biografie politiche. Il problema è che nel tempo ce ne siamo preoccupati, ma ciascuno per se stesso, senza riuscire a sedimentare una comunità politica che avesse rilievo e in cui sentire che quell’intersecazione di pubblico e privato potesse trovare un ordine, un sollievo. Ci siamo atomizzati, dentro di noi e fuori di noi.

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