Per una cittadinanza costituzionalmente orientata. Lettera aperta a Marco Damilano

Per una cittadinanza costituzionalmente orientata. Lettera aperta a Marco Damilano

Come stiamo tornando alla normalità, finito il lock down? Mi pongo questo interrogativo, in un momento in cui incertezze di ogni tipo si susseguono. Nulla sarà più come prima, dissero molte voci che fanno opinione. Alcune, fiduciose in un salto di civiltà in avanti, nella vita personale e collettiva. Altre voci, meno opinioniste e più fondate sulla conoscenza della storia, dissero: non illudiamoci. Tutto tornerà come prima, o peggio.

Non sono esperta in scongiuri e mi sono detta, fra speranza e timore, staremo a vedere. Ora, finito il lock down, cosa leggo, cosa vedo? Fatti e parole che continuano a tenermi altalenante fra speranza e timore.  Alcune speranze mi arrivano da parole di Damilano. In questo caso, mi riferisco alla politica, a chi la agisce e a come la agisce, in questo tempo. Quanto alle trasformazioni dell’immaginario collettivo, ci saranno – e quali? –  ma con i tempi assai lunghi delle trasformazioni culturali e simboliche. Vorremmo cambiamenti veloci e discontinuità. Ma cultura non facit saltus dalla sera alla mattina. E’ più facile che a saltare sia un virus.

Infatti, nei comportamenti collettivi non osservo l’attenzione dovuta e la prudenza necessaria. Distanze non rispettate, assembramenti, mascherine a terra. Nel mondo politico? Propaganda, conflitti vecchia maniera, Parlamento silente, piazze evocate e frequentate: alcune, a mio avviso, con ragioni molto buone, quella di Aboubakar Soumahoro; altre parecchio cattive, quella della destra ‘populista’, agli antipodi di Soumahoro.

Ecco, inoltre, decisioni governative che indeboliscono l’efficacia della partecipazione: in un’unica giornata, il prossimo 20 settembre, sono indette le elezioni amministrative e il Referendum costituzionale. Chi intende sostenere il No, dovrebbe fare la campagna elettorale in luglio e agosto? In un’Italia di nuovo diseguale, fra chi andrà a votare solo per il Referendum e chi per i governi locali. Non sarà facile in tale contesto fare ascoltare le nostre ragioni. Ma non ci tiriamo indietro, perché abbiamo la profonda convinzione di averne molte, di ragioni, e buone. Ragioni da sottrarre all’improvvisazione e alla indifferenza. Ragioni che vengono da lontano, dalla Costituente e che, a proposito di tempi lenti, vanno continuamente e ostinatamente spiegate e difese.

Nelle ultime settimane, però, il nostro campo si è allargato. Ricordo che all’inizio del percorso parlamentare che, quasi due anni fa, ha portato alla riforma costituzionale che taglia il numero dei nostri – non dimentichiamolo, nostri rappresentanti – le voci critiche che si levarono non furono molte.  Alcuni costituzionalisti e alcune associazioni, che vedono il continuo impegno di una cittadinanza attiva costituzionalmente orientata.

Quando mi avvalgo di questa espressione, mi chiedono: cosa significa ‘costituzionalmente orientata’? Significa che le uniche modifiche che si possono introdurre in Costituzione non possono che essere un arricchimento della Carta, come è, per esempio, per la tradizione degli emendamenti negli Usa. Perché la storia non è ferma: procede o arretra. Sosteniamo, almeno di questo abbiamo convinzione, quello che procede, ci opponiamo a ciò che arretra. E ridurre la centralità del Parlamento – già in atto, da tempo, per scelte politiche gravi – con una semplice sforbiciata, significa sancire con un grave vulnus simbolico il tramonto della Repubblica parlamentare. Come di fatto la nostra è, e per cosa? Per avviarci – la cosa è stata detta in modo sia esplicito che trasversale – verso una Repubblica presidenziale.

In astratto, non è il male assoluto, come può vedersi in altri contesti storici, ma lo è – tralascio il termine assoluto, che appartiene alla filosofia più che alla storia per l’Italia, Paese di democrazia recente, con una storia repubblicana dove la Costituzione è stata applicata in modo discontinuo e dove il valore delle Istituzioni rappresentative è da tempo declinante. La colpa è della Costituzione o di chi ha riempito il Parlamento di figure inadeguate, deludenti, che a volte offendono il semplice buon senso, anche con leggi elettorali anticostituzionali?

Ma grande è anche la nostra responsabilità, quella dell’elettorato. Siamo il punto di partenza della rappresentanza, che non di rado assomiglia a noi, rappresentati. Damilano ricorda un passaggio storico, a proposito di legge elettorale, all’inizio degli Anni Novanta, che mi vide all’epoca della sua stessa opinione. Una legge maggioritaria con correttivo proporzionale, legge detta Mattarellum perché ispirata da Sergio Mattarella. Ci parve il possibile inizio di una nuova stagione. Le preferenze – in genere mercato indicibile – ridotte a una sola, il favorire alleanze omogenee, la possibilità, comunque, che ogni voce in Parlamento fosse rappresentata. I nostri auspici furono disillusi. Il Porcellum berlusconiano poi peggiorò la legge; l’Italicum, a cui ci opponemmo con un ricorso alla Corte in parte da noi vinto, fu dichiarato incostituzionale, il Rosatellum egualmente lo è, con liste bloccate e rappresentanti nominati dai vertici dei partiti: ma è ancora in vigore.

La speranza condivisa, in un’altra stagione, con Damilano, non esiste più. E, ora, siamo di nuovo di fronte a una riforma costituzionale che darebbe ossigeno a un ulteriore indebolimento della rappresentanza.

Ricordo parole di due costituzionalisti con i quali abbiamo una collaborazione continua. Gaetano Azzariti ha definito questa riforma una truffa, perché promette il falso. Lo spiegò bene anche a Ravenna, in un incontro pubblico da noi tempestivamente promosso, due anni fa. Basta una sforbiciata per migliorare la politica? Sembra quasi uno spot pubblicitario. E’ irricevibile. E Massimo Villone ha chiarito. Il nostro No non è un apprezzamento per questo Parlamento, per chi vi siede. Ma per l’Istituzione Parlamento, il luogo dei rappresentanti, un luogo che va reso degno della Costituzione, e non l’inverso.

Alzare il Parlamento al livello della Costituzione, questo dovrebbe essere il compito primario di una politica coerente, pur nell’inevitabile pluralità. Questo il dovere urgente, quello di non condurre la Costituzione al basso livello politico e culturale di troppi parlamentari. Che l’agire politico sia di per sé complesso, perché complessa è – sempre – la realtà. Dovrebbe essere chiaro a chiunque, non viva di slogan velocizzanti o di propaganda pubblicitaria. Ed è per questa consapevolezza di complessità che il laboratorio della storia, in tempi secolari, ha individuato nei parlamenti liberamente eletti il luogo dell’analisi, del confronto, del conflitto, della decisione.

Oppure vogliamo l’uomo dei pieni poteri, come Salvini chiese per sé nell’agosto scorso? La cosa fece talmente impressione che il Parlamento diede segni di vita, discusse e cambiò governo. La Costituzione funzionò, perché questo la Costituzione prevede. Che crisi parlamentari si possano risolvere in Parlamento.

Un eventuale taglio del numero dei parlamentari, a legge elettorale invariata, a regolamenti parlamentari invariati, renderebbe il Parlamento non solo, come troppo spesso è stato, inadeguato o silente, ma in definitivo letargo. Non poche forze politiche sono di questo avviso e auspicano un Parlamento silenziato. Quasi tutti i partiti hanno votato la riforma costituzionale che sforbicia. Grande unità, in quest’unica questione, fra maggioranza e opposizione.

Se hanno rispetto per il proprio elettorato, in particolare chi – vedi il Pd e non solo – si è opposto fino all’ultimo e ha, alla fine, ceduto, per una ragion di Stato che ora qui non discuto, almeno lascino alla libera coscienza dei propri elettori la scelta definitiva. Ultima notizia. Sinistra Italiana ci ha ripensato. Ha riconosciuto l’errore compiuto e ora dice No.

Al nostro No, del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale e dei numerosi Comitati in difesa della Costituzione attivi fin dal 2006, negli ultimi mesi si stanno aggiungendo voci autorevoli. Libertà e Giustizia, Anpi (addirittura con indicazione di voto), Cgil, che smonta tutti gli argomenti della truffa, e, recentemente, il settimanale l’Espresso, con analisi efficaci del direttore Damilano e con voci autorevoli che si stanno aggiungendo. Arturo Parisi, Nadia Urbinati, Massimo Cacciari. Altri seguiranno.

Damilano dice: cosa resta da fare? Mobilitare la società civile perché si impegni per il No. Dico a Damilano, giornalista che stimo: ma non vi siete accorti che già due anni fa molte associazioni della società civile si sono mobilitate, senza che nessuno le spingesse a farlo? Per quale ragione la nostra voce non arriva quasi mai a destinazione? E’, anche questo, un problema non piccolo. La nostra Costituzione ha bisogno, per vivere, di partecipazione e non solo di delega o, peggio, di astensionismo.

Quando ci esprimemmo per il No, all’inizio i primi commenti furono: sempre i soliti del No. E’ una causa persa, stiano calmi. Che sia una ‘battaglia’ – espressione che non mi piace – difficile, è più che evidente. Fare capire che non è il Parlamento come Istituzione che merita il nostro scontento, ma chi non lo prende sul serio, non sarà cosa semplice.

Ma anche altre volte – nel 2016, per esempio – all’inizio le previsioni erano da plebiscito, ma all’incontrario rispetto al nostro No. Inoltre, nel 2016, durante la campagna elettorale referendaria, per evitare equivoci non di rado abbiamo detto al presidente del Consiglio di allora, che minacciava dimissioni se non avesse vinto il suo Sì, che sbagliava. Perché il nostro Np – parlo delle nostre associazioni e dei costituzionalisti e politologi a cui facciamo rifermento – non era contro quel governo, ma contro quella riforma costituzionale, anticamera del presidenzialismo.

Per quanto mi riguarda – non sono in questo isolata – anche nella campagna referendaria che ci attende il mio non sarà un impegno antigovernativo ma, di nuovo, di impegno civile. E’ questo impegno che, ancora una volta, il tempo presente richiede. Ultima considerazione. Buona parte della società civile costituzionalmente orientata durante il lungo lock down non si è isolata. Ha agito, con i mezzi possibili. In qualche caso, la situazione nuova ha costretto i renitenti ai nuovi efficaci mezzi di comunicazione e partecipazione a salti tecnologici non ancora compiuti. Ricordo solo alcune delle azioni da me condivise. Donne e uomini che ora si sono dati il nome NoiPerlaCostituzione, fra loro in rete fin dal 2006, e aderenti oggi al Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, hanno on line discusso, studiato e promosso una video conferenza il 15 giugno con esperti, sul tema Salute e Costituzione.

Il 2 giugno Libertà e Giustizia, con autorevoli voci, ha promosso un convegno/webinar sul tema La salute della Repubblica. Il 27 giugno il Cdc dell’Emilia Romagna ha tenuto un secondo convegno/webinar sul tema Il regionalismo non solidale, che continueremo a porre in discussione, chiamando la Regione Emilia Romagna a interloquire con noi.  Ora ci dedicheremo full time, con i pochi mezzi a disposizione, al nostro impegno per il No. Che ha visto un convegno da noi promosso a Bologna il 22 febbraio scorso, prima del lock down. Date che testimoniano che il nostro doveroso impegno di partecipazione era vivo prima del virus, durante il virus, ed oggi, ad epidemia (forse) rallentata.

Quante gambe deve avere il tavolo della politica? Solo due, Istituzioni e Partiti? Troppo poche. Almeno quattro. Da aggiungere l’associazionismo di varia ispirazione e la cittadinanza partecipe per il comune destino e non solo per i legittimi corporativi interessi. Così dice la Costituzione.

Marco Damilano ha recentemente pubblicato un libro che consiglio e che ha accresciuto la mia stima per lui: “Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia”. Un atomo che resta isolato non può fare miracoli. Ma la politica è finita? Lo sarà se il tavolo non avrà quattro gambe stabili. Ma con solo due gambe, una delle quali – le Istituzioni – indebolita, il tavolo non regge. Già ora sta traballando. Molto.

Ravenna,  17 luglio 2020

 

4 commenti

  • Oggi Luciano Violante, già Presidente della Camera dei Deputati e già magistrato, su Repubblica è stato lapidario: “Il bicameralismo ripetitivo poteva andar bene nella prima metà del secolo scorso, ma oggi è solo mortificante per la dignità istituzionale del Parlamento.” (mortificante per la dignità istituzionale del Parlamento!)

    La soluzione vincente del referendum e risolutiva di ogni problema, sta nell’offerta alternativa della Riforma Monocamerale Ferrara-Rodotà che mantenga 630 seggi alla unica camera conservando il rapporto eletti/elettori sotto 1/100mila considerato congruo se non ottimale.

    E rispamiando per effetto collaterale 2,5 miliardi a legislatura!

    Continuare a difendere cocciutamente un anacronistico Parlamento bicamerale con camere copiaconforme, è offensivo all’intelligenza e alla razionalità.

    Ed è anche complicità verso chi ha voluto e imposto un taglio rozzo e brutale!

    Sorprende che tante persone stimabili siano così tradizionaliste e conservatrici di una forma superata, favorendo così i demolitori della Carta!

    Paolo Barbieri, socio Circolo di La Spezia

  • La risposta sensata è “SLAVOJ ŽIŽEK IL CAPITALISMO POST COVID È DAVANTI A UN BIVIO” che si trova fra gli articoli sul sito. Io malgrado fossi convinto che oggi dobbiamo interessarci esclusivamente del diritto espresso dalla costituzione di una vita dignitosa per tutti ho letto le argomentazioni per il No al referendum e rimango convinto che tutta questa discussione sia la solita malefica per distrarre le persone per bene da quello che è il vero argomento non dico risolutivo ma che almeno ci può veramente fare intravedere qualche miglioramento. L’Economia sia controllata e resa possibile da regole di Solidarietà.

  • “Alzare il Parlamento al livello della Costituzione, questo dovrebbe essere il compito primario di una politica coerente, pur nell’inevitabile pluralità. Questo il dovere urgente, quello di non condurre la Costituzione al basso livello politico e culturale di troppi parlamentari. Che l’agire politico sia di per sé complesso, perché complessa è – sempre – la realtà. Dovrebbe essere chiaro a chiunque, non viva di slogan velocizzanti o di propaganda pubblicitaria. Ed è per questa consapevolezza di complessità che il laboratorio della storia, in tempi secolari, ha individuato nei parlamenti liberamente eletti il luogo dell’analisi, del confronto, del conflitto, della decisione.” Riporto lo stralcio dell’articolo perché intendo mettere a fuoco il concetto espresso nel commento fatto in precedenza. Catone Uticense iniziava ogni suo discorso al Senato di Roma repubblicana con la celebre frase tramandata ai posteri: Bisogna distruggere Cartagine. Può quindi succedere nelle vicende umane che la situazione di pericolo sia talmente evidente e grave da rendere necessario esprimersi con la perentorietà di una affermazione che non ammette contraddittorio. Io antepongo alle argomentazioni che riguardano le tecnologie degli strumenti costitutivi delle istituzioni che possono riflettersi in privilegi, corruzione ecc. le inadempienze dei governi che i sono succeduti che ci fanno vivere in una società che ha tradito gli stessi principi di solidarietà promessi dalla Costituzione. Allora: Bisogna trattare il denaro come i beni primari naturali, l’aria, l’acqua, il cibo. Nessuno possa essere padrone del denaro, ma ad ogni uomo venga dato per il suo buon uso. Attenzione la supremazia del denaro ci sta facendo distruggere, l’aria , l’acqua e il cibo. Mi direte: Ma ci stanno togliendo la libertà! Ma forse, per quanto può essere, la tolgono a noi; non certamente a chi è imprigionato dalle catene del bisogno.

  • Persino il diritto dell’acqua non riesce a trovar soluzione utilizzando l’esortazione al suo buon uso.
    L’acqua è un diritto, non un bene privato
    28-07-2020 – di: Riccardo Petrella

    Questo è il mio commento.
    Rilevazione della situazione perfetta! Le ripercussioni dei comportamenti e delle abitudini dell’uomo sull’ambiente in cui vive e perciò sul proseguo della esistenza della società sono riportate e rappresentate in tutte le sfaccettature. Ma tutto è finalizzato all’esortazione di cambiare le proprie abitudini e comportamenti.
    Per me il problema è che l’uomo vive, come ogni altro essere vivente, per come si è evoluto nell’arco della propria esistenza, fin dalla sua comparsa sulla terra ad oggi. La società umana fa parte dell’evoluzione dell’uomo. Non è una modalità solo umana, anzi gli esseri viventi appartenenti a ciascuna specie si costituiscono in società per cui gli individui di ogni specie sono legati in relazioni di solidarietà che ne facilitano l’esistenza in vita nell’ambiente. Il legame diventa essenziale alla sopravvivenza e chi lo tradisce si indebolisce e muore. Possiamo dire che un individuo vive tanto meglio in una società, quanto più la società stessa promuove relazioni di solidarietà e ne facilita la diffusione fra gli individui. Ma è come un cane che si morde la coda, perché la società è capace di operare la promozione delle relazioni di solidarietà proprio in virtù del fatto che le reazioni fra gli individui siano solidali. Che cosa avviene nella realtà? Non so se il fenomeno che vedo evolvere nella società umana avvenga anche per altre comunità di esseri viventi. All’uomo e alla sua società succede che comportamenti e abitudini dirigano le relazioni a esprimere solidarietà all’interno di aggregazioni di individui delimitate da confini. Il risultato è che mentre il territorio della terra è diventato piccolo in ragione delle grandi capacità raggiunte di muoversi sullo stesso, i confini che prima si concretizzavano in vicinanza fisica, si sono evoluti esprimendosi attraverso, sempre abitudini e comportamenti, in interessi comuni e perciò escludendo di fatto la vicinanza territoriale. Sta negli stessi confini chi ha gli stessi interessi ed è come avere l’appartenenza alla stessa specie; solo fra questi è valido il principio di solidarietà; certo resistono ancora i confini territoriali naturali, ma sono decaduti d’importanza. Ma la questione diventa ancora più divisiva, quando entriamo più profondamente nella logica degli interessi. Prima di farlo potrebbe addirittura far credere di aver avuta una risposta globale ai problemi e di conseguenza aver eliminato i confini. Perché non sia così si capisce dai commenti probabili: cosa volete che mi interessi dell’acqua se ho il denaro sufficiente a pagare il canone e se ho i soldi necessari per andare al supermercato e comprarmela per quanta ne ritengo necessaria. Questo è il mio denaro è ne faccio quello che voglio!! È evidentemente che il denaro e l’ultima frase proferita prepotentemente sostengono il mantenimento di abitudini e comportamento e attraverso queste le relazioni umane e la società. In conclusione, il problema dell’acqua è importantissimo ma per risolverlo bisogna abbattere i confini degli interessi costituiti che traggono oggi potenza invincibile mediante il denaro. Forse l’unico modo è esprimere il concetto che il denaro sia sempre solo della comunità nel suo complesso e come l’aria e l’acqua nessuno ne sia padrone ma tutti ne possano usufruire per le proprie giuste necessità.

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