“Disciplina e onore”: Conte e L’ art. 54

“Disciplina e onore”: Conte e L’ art. 54

È bello, per chi crede che la Costituzione sia un “programma” politico da attuare, il richiamo ai suoi principi da parte del Presidente Conte, al momento di accettare con riserva l’ incarico di formare il governo: primato della persona, lavoro come supremo valore sociale, uguaglianza formale e sostanziale, istruzione, tutela dell’ ambiente, beni comuni, patrimonio artistico e culturale, un “governo pienamente concentrato sugli interessi dei cittadini”. Ancora più bello sarebbe se riuscisse davvero a realizzarlo.

Il Presidente Conte parla anche di “coerenza nella cultura delle regole e nella fedeltà ai valori” e qui, oltreché nel richiamo a una pubblica amministrazione “che non sia permeabile alla corruzione”, si avverte la presenza forte di un altro fondamentale principio, contenuto in una disposizione volutamente ignorata: l’ art. 54, che parla di cose scomode quali fedeltà, disciplina, onore. Parole quasi dimenticate: l’ onore in particolare, di cui è quasi perduto il concetto, così come della disciplina e del rispetto delle leggi.

L’ art. 54, è importante sottolinearlo, ha due commi. Al primo – “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”, che impone a tutti fedeltà alla Repubblica non solo come forma istituzionale, ma come res publica nel senso più ampio di “cosa pubblica”, cosa comune, di principi del nostro vivere insieme – il comma 2 aggiunge qualcosa in più per chi eserciti funzioni pubbliche, politiche o amministrative: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Disporre immunità per chi pretende di esercitare pubbliche funzioni senza dignità e senza onore (addirittura evitando il giudizio su eventuali reati) potrebbe dunque essere costituzionalmente consentito? E non si tratta solo di reati, qui è in causa l’ etica pubblica.

Questo è da sottolineare. Già le parole usate dai Costituenti lo indicano con chiarezza: non si parla di cittadini che “esercitano” pubbliche funzioni, ma di cittadini cui tali funzioni “sono affidate”: il richiamo alla fides è fondamentale.

Questi cittadini, a differenza degli altri, non possono limitarsi come tutti a rispettare le leggi. L’ art. 54 pone un più di dovere: onore e disciplina devono essere la loro guida. Come diceva Stefano Rodotà, la responsabilità qui evocata è molto più ampia della stessa responsabilità politica, perché si riferisce a tutti i soggetti che svolgono funzioni pubbliche e non soltanto chi sia investito di diretta responsabilità politica perché esercita funzioni di governo o è membro di assemblee rappresentative.

C’ è un di più che è richiesto a tutti coloro i quali svolgono funzioni pubbliche; e per essi c’ è anche una minore aspettativa di privacy. La loro sfera di intimità deve essere rispettata solo se le notizie e i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica: avendo responsabilità pubblica, maneggio di pubblico denaro, potendo prendere decisioni di grande portata per la collettività, devono essere sottoposti non solo ai controlli tradizionali, ma anche al controllo diffuso da parte dei cittadini. La trasparenza serve in primo luogo a mettere tutti in grado di valutare coloro che ricoprono funzioni pubbliche attraverso la piena conoscenza della loro attività e dei loro comportamenti.

Anche situazioni apparentemente private possono essere rilevanti per la valutazione del soggetto pubblico: in un sistema democratico, i custodi delle virtù repubblicane sono i cittadini che evitano l’ abbandono di regole di etica civile e le prevaricazioni del potere.

Non può essere argomento sufficiente di difesa per chi esercita funzioni pubbliche escludere la presenza di veri e propri reati: l’ art. 54 esige qualcosa di più. Le responsabilità perseguibili dalla Magistratura dovrebbe essere l’ ultima tutela: anche di fronte a comportamenti non penalmente rilevanti devono scattare meccanismi sanzionatori idonei a garantire il rispetto del dovere costituzionale di disciplina e onore, da parte di coloro cui le funzioni pubbliche sono “affidate”.

Quello disegnato dovrebbe essere – come dice il Presidente Conte – “l’ orizzonte ideale per un intero Paese” incamminato verso un “nuovo umanesimo”, come la nostra Costituzione vorrebbe. Ma finora è stata disattesa.

Il Fatto Quotidiano, 30 agosto 2019

2 commenti

  • Per migliorare la qualità media dei cittadini “a cui sono affidate funzioni pubbliche” che implicano “disciplina ed onore”, sarebbe funzionale una legge elettorale che consenta agli elettori di conoscere la storia personale dei candidati, e quindi poterne valutare le attitudini caratteriali e culturali.

    Una legge uninominale di collegio a doppio turno, con candidati residenti nel collegio da almeno 10 anni, per una vicinanza anche fisica, e per un facile controllo degli organi di informazione locali. E di età non inferiore ai 50 anni in modo che abbiano scritto nella società, nei corpi intermedi o nelle amministrazioni locali e regionali, una parte non più rinnegabile della loro storia, nel bene, che possa garantire comportamenti coerenti nel futuro, o nel male, in modo che mai sarà affidatario di la funzione pubblica parlamentare.

    Una legge che indurrebbe ogni partito a candidare i migliori tra i suoi e non ad assicurare ai più fedeli un’elezione certa paracadutandoli in in collegio sicuro o con un posto in lista altrettanto sicuro, beffando l’elettorato.

    50 anni è l’età che i Costituenti vollero per la Camera Alta, perché prima la saggezza non arriva, la cultura non sedimenta, l’esperienza non è consolidata. E nessuno ragionevolmente potrebbe fare più di 4/5 legislature complete.

    L’intervallo tra i turni consentirebbe accordi tra partiti affini e quindi una buona rappresentanza degli orientamenti politici, della Nazione come chiede la Carta, e del territorio come desiderano gli elettori.

    Sì può fare con la Sovranità Popolare che si realizza esercitando gli articoli 71 e 50 della Democrazia Diretta Propositiva.

    Lo vogliamo?

    “Cambiamola questa nostra Italia. Facciamola nuova. Non ricostruiamo macerie su macerie.
    Si chiama, in gergo tecnico politico, “rivoluzione”. Non saremmo i primi e nemmeno gli ultimi a invocarla, profonda, convinta, serena, esigente, libera e giusta.” (Sandra Bonsanti)

    Paolo Barbieri, socio circolo di La Spezia

  • Benissimo ma m’interessa anche, da italiano diventare cittadino, cioè appartenere ad una BUONA SOCIETA’ per beneficiarne e promuoverla- .

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