Il Veneto brama l’autonomia differenziata, ma smarrisce l’identità territoriale

Il Veneto brama l’autonomia differenziata, ma smarrisce l’identità territoriale

Questa mia esposizione in tema di autonomia differenziata con una qualche attenzione alla materia dei beni culturali e ambientali è concentrata sulla Regione Veneto, che qualificherei “Regione leader” per le istanze autonomiste.

Infatti, l’analisi dell’esperienza veneta, al fine di effettuare una riflessione sul possibile incremento di poteri a beneficio di singole regioni ordinarie, è particolarmente significativa, vorrei dire paradigmatica, ancor prima che in riferimento alla misura dei poteri eventualmente attribuiti in diverse materie, proprio in ragione della radicata dimensione culturale e morfologica del Veneto.

Cosicché il discorso sulla legittimazione ad esercitare maggiori competenze in una materia, come quella dei beni culturali e ambientali, è prima un discorso sulla autentica consistenza, presenza del sentimento di appartenenza culturale e territoriale.

Direi in proposito, che appare dimostrato che i Veneti hanno un forte senso di identità, che hanno un legame ancestrale con il territorio: appare dimostrato, non tanto dalle eccentriche iniziative dell’istituzione regionale, ovvero prima e a prescindere da tali iniziative, appare dimostrato dal pensiero di intellettuali contemporanei di largo respiro, non certo inclini ad un facile folclore locale, e di corrente letteraria tutt’altro che apologetica, com’è stato il veneto Goffredo Parise, seguace di Alberto Moravia e dell’esistenzialismo.

Nella prima metà degli anni ’80, in un periodo in cui lo spirito italico era anche discreto e diffuso grazie all’asse calcistico-istituzionale “Pertini, Zoff, Bearzot”, Goffredo Parise così scriveva: «il Veneto è la mia Patria. Do alla parola Patria lo stesso significato che si dava durante la prima guerra mondiale all’Italia: ma … sebbene esista una Repubblica italiana questa espressione astratta non è la mia Patria».

Affermazioni così nette, così potenti (il Veneto è la mia patria. La Repubblica italiana è espressione astratta, non è la mia patria) non le ho riscontrate in altri scrittori veneti; ma lo stesso spirito, lo stesso sentimento e lo stesso amoroso abbraccio alla terra madre è facilmente percepibile nei maggiori scrittori veneti del novecento: Giovanni Comisso, Diego Valeri, Dino Buzzati, Mario Rigoni Stern, Neri Pozza, Guido Piovene, Andrea Zanzotto ed altri.

Potrebbero essere evocati anche gruppi e movimenti molto assidui e risalenti nel tempo (ben prima dell’espansione leghista), volti a provare, a manifestare e a codificare l’identità e la peculiarità veneta, promossi e guidati da persone tutt’altro che rozze e sprovvedute … Ecco: potrebbero essere evocati ma pare sufficiente rammentare le voci più libere, sensibili e sagge della cultura veneta, per reputare un po’ troppo sbrigative e supponenti (ancorché dotte) valutazioni del tipo “Venezia non è Barcellona” o “Il Veneto non è la Catalogna, né è la Scozia”, tese a indicare che il caso veneto è assai diverso; e non serio quanto i casi scozzese e catalano. Ed è sufficiente leggere buone pagine di storia delle tre realtà per comprendere che il caso veneto non è certo meno fondato degli altri due.

Che poi «la determinazione dei veneti ad impegnarsi e a rischiare per rivendicazioni di autonomia e sovranità sia assai inferiore rispetto a quella catalana e a quella scozzese», come pure è stato scritto in dottrina, è valutazione che, a mio parere, andrebbe un po’ più verificata, o almeno argomentata.

In Spagna, le condanne per “atti indipendentisti” di catalani, riguardano fatti recenti. In Italia, il processo penale a carico di veneti indipendentisti, già si aprì per fatti accaduti tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ‘70. E si riaprì per fatti del maggio 1997.

Indubbiamente, si tratta di “fatti illeciti” di profilo profondamente diverso. Di alto profilo, si potrebbe dire, la disobbedienza del Presidente della Catalogna, per aver promosso nel 2014 un referendum consultivo nonostante il divieto della Corte costituzionale di Madrid. Di profilo basso, anzi grottesco, l’occupazione della Piazza San Marco, a Venezia, con un blindato para-militare la notte tra l’8 e il 9 maggio 1997.

Ma tale vicenda e varie manifestazioni autonomiste o indipendentiste di triviale sapore folcloristico (alle quali pure si deve assistere, nel Veneto), non consentono tuttavia di ridurre la “questione veneta” a fenomeno incerto e caricaturale. Nel Veneto, il sentimento di identità ha infatti radici autentiche, nobili e profonde.

Convengo però con gli scettici, nell’osservare che la maggioranza dei veneti che attualmente, nel tempo presente, spingono per l’autonomia speciale o finanche per l’indipendenza, non è legata a quelle radici, o anche le ignora.

Nella società civile, il ceto fortemente trainante formato dagli imprenditori veneti, grandi, medi, piccoli, comunque benestanti, è disposto a sopire desideri autonomisti, se la contesa dovesse farsi troppo dura e implicasse flessioni, sia pure momentanee, di un benessere che almeno in alcune aree della Regione risulta più che evidente e diffuso.

A questo proposito, del benessere provato e ostentato, non penso che sia casuale che Mario Dogliani (sottile costituzionalista), in un recente, intenso scritto in cui invoca la fedeltà ai valori costituzionali, «per rovesciare gli esiti ingiusti della lotteria naturale» (come egli stesso scrive), ad un certo punto si chieda: «che merito hai tu di essere nato a Treviso invece che ad Aleppo?». Ovvero, che merito hai tu di essere nato nel luogo più fortunato, anziché nel luogo più sfortunato?

Dogliani ha individuato una città veneta come luogo idealmente più fortunato. Del resto, passeggiando per il centro di Treviso, sembra che la povertà sia stata finalmente debellata. C’è una concentrazione di auto di lusso che almeno eguaglia quella visibile a Montecarlo: andare per credere.

Questo è un risultato che si dà per acquisito. Ben venga, poi, la maggiore autonomia, specialmente se consente di “pagare meno tasse” e di ridurre, anzi meglio azzerare i rapporti con la pubblica amministrazione, magari attraverso forme di autocertificazione incontestabile, per qualsiasi cosa (poi, per l’istruzione, la sanità e l’ordine pubblico, ci si può anche arrangiare pagando, al bisogno). E’ questo il messaggio degli imprenditori al ceto politico: impegnatevi a raggiungere tali obiettivi e nel frattempo lasciateci lavorare e fate in modo che non subiamo fastidi.

A loro volta, gli assai numerosi veneti piccolo-borghesi e plebei (plebei, ma non poveri, anzi sovente plebei arricchiti) che inneggiano all’autonomia identitaria, sono frastornati, psichicamente turbati, anche se non se ne rendono conto, perché in realtà non sanno decifrare il motivo per cui manifestano.

Chiedono, con la tipica inflessione dialettale, “rispetto per i Veneti” (“rispeto par i Veneti”) ma, come se fossero attratti da un invisibile pifferaio del mercato globalizzato, trascorrono il loro tempo all’interno di giganteschi, anonimi e omologanti centri commerciali che coprono gran parte del territorio regionale; percorrono senza una precisa meta chilometri di autostrade che, anch’esse, hanno sfigurato il territorio; vanno orgogliosi di avere ereditato manifestazioni come Miss Italia (dalla “storica” Salsomaggiore, a Jesolo- Lido che si candida ad essere la Miami adriatica). Il territorio regionale è sconvolto e questa sua oltraggiosa metamorfosi, corrisponde di fatto al definitivo tradimento della identità regionale.

Viene chiesto rispetto per i veneti, ma sembra che i veneti non abbiano più rispetto per il loro territorio, per la loro autentica identità. Nella sostanza dei fatti, risulta assai meno forte, attualmente, la stessa coesione sociale veneta, e direi non tanto per le spinte secessioniste di alcuni comuni di confine (i sette comuni dell’Altopiano di Asiago verso la Provincia di Trento; il Comune di Cortina verso la Provincia di Bolzano; comuni del Veneto orientale verso il Friuli-Venezia Giulia; e il Comune di Sappada che ce l’ha fatta), … non tanto per queste iniziative che possono essere lette come manifestazione di acuto disagio e come vistosa protesta proprio per la mancanza di una maggiore autonomia regionale veneta, specialmente finanziaria (e auspicabilmente analoga a quella delle Regioni sorelle), quanto invece (io vedo tradito lo spirito di appartenenza) nella sciagurata gestione di istituti di credito veneti, tra l’altro sorti come “banche popolari” la cui caratteristica è di essere «particolarmente legate al territorio di riferimento» (come si legge nella migliore manualistica di diritto bancario): istituti di credito, in cui sono state adottate le peggiori pratiche speculative verso i risparmiatori e verso i soci, e praticati altri oscuri affari, secondo l’indirizzo dei vertici delle banche.

Cosicché i veneti che chiedono “rispetto per i veneti”, dovrebbero chiedere tale rispetto innanzi tutto ai banchieri veneti, i quali si sono comportati come cinici banchieri del mercato globalizzato: prassi riscontrata anche in altre realtà regionali, d’accordo (Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio di Genova); ma in Veneto più che altrove il vessillo della coscienza identitaria risulta energicamente issato.

Certo, l’impresa veneta quanto a coscienza territoriale fornisce anche prove di eccellenza: caso emblematico quello dell’occhialeria di Del Vecchio la cui attività aziendale continua ad accreditare le vallate bellunesi.

Dall’impresa alle istituzioni

Qual è il grado di credibilità delle istituzioni venete? In effetti, le manifestazioni di venetismo sono molteplici ed anche tonanti, come la legge regionale n. 28 del 2016, secondo cui (aperte virgolette) «al popolo veneto spettano i diritti di cui alla Convenzione europea per la protezione delle minoranze nazionali» (chiuse virgolette).

Convenzione che prevede, tra l’altro, il diritto di apprendere la propria lingua minoritaria, di parlarla e, nelle aree geografiche di insediamento rilevante o tradizionale, e sia pure in presenza di talune condizioni, il beneficio di farsi rispondere nella stessa lingua, dalle pubbliche amministrazioni.

E’ vero che la Corte costituzionale ha annullato questa legge veneta, in quanto il compito di individuare gli elementi identificativi di una minoranza da tutelare è del legislatore statale (sent. 81 del 2018), evitando così ai dipendenti della Regione che non conoscono il veneto, di doverlo imparare. Ed evitandoci di dover ascoltare, più di quanto si sia già accidentalmente costretti, penose loquele e patetici dialoghi in dialetto, alla radio o in televisione.

E’ vero che la Corte censura. Ma la spada delle rivendicazioni è sguainata ed è sguainata da tempo Sicuramente alcuni di voi ricordano le iniziative regionali, nel 1992, per l’abrogazione mediante referendum di leggi istitutive di Ministeri e quindi volte alla soppressione di Ministeri in materie di competenza amministrativa regionale (per principio costituzionale): agricoltura, sanità, turismo, industria e commercio. Iniziative giustamente ispirate all’originario articolo 118 e alla VIII disposizione finale della Costituzione, sulla attribuzione alle Regioni dei poteri e apparati amministrativi, nelle materie di loro competenza legislativa. Ben più di cinque consigli regionali votarono le richieste referendarie (Basilicata, Emilia-Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Trentino-Alto Adige, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto), ma l’ispiratrice dell’intera operazione fu la Regione Veneto, il cui avvocato (professor Mario Bertolissi) non a caso rappresentò (da solo) in Corte costituzionale non soltanto la Regione Veneto, ma tutte le Regioni richiedenti.

Non ogni richiesta referendaria venne ammessa dalla Corte; ma, tra le altre, la Corte ammise la richiesta volta alla soppressione del Ministero dell’agricoltura. Il corpo elettorale a larga maggioranza abrogò la legge (referendum del 1993). Tuttavia, il Ministero risorse subito dopo, con denominazione modificata, mandando in fumo il risultato referendario. Scandaloso.

Ma all’esame di maturità regionalista o federalista, come si voglia dire, dei maggiori esponenti istituzionali della Regione Veneto, è assai più scandaloso riscontrare che in anni successivi Ministri delle politiche agricole, del Ministero che si voleva giustamente sopprimere, sono stati, tra gli altri, Giancarlo Galan, già Presidente della Regione Veneto per quindici anni consecutivi (1995-2010), e Luca Zaia, attuale Presidente della Regione Veneto, dal 2010, esercitando il loro ruolo di Ministro, senza iniziative di smantellamento dell’apparato ministeriale (che sarebbero state pure possibili) a beneficio delle autonomie regionali; bensì nella logica del mantenimento dell’amministrazione statale.

E’ una vistosa contraddizione che incrina la credibilità delle forze politiche più vivaci, in Regione, nell’invocare maggiori attribuzioni. In ogni modo, sono note le varie iniziative lanciate dal fronte della Regione Veneto: quelle tese ad una riforma costituzionale, per incrementare massicciamente i poteri delle Regioni ordinarie, prevedendo con leggi regionali del 1992 e del 1998, un apposito referendum consultivo nella regione.

La Corte costituzionale annullò entrambe le leggi: quella del 1992, con sentenza dello stesso anno, redattore Enzo Cheli; quella del 1998, con sentenza del 2000, redattore Carlo Mezzanotte.

E poi le iniziative tese ad ottenere più autonomia per il Veneto, in riferimento all’articolo 116 comma 3 della Costituzione (cosiddetta autonomia differenziata per le Regioni ordinarie), nel 2006; e, nel 2014, anche oltre gli spazi consentiti dall’articolo 116, se guardiamo i quesiti referendari della legge regionale n. 15 del 2014, prima del suo parziale annullamento ad opera della Corte costituzionale, con sentenza 118 del 2015, redattore Marta Cartabia.

E rammentiamo pure la iniziativa secessionista (legge regionale n. 16 del 2014), per accantonarla (almeno, in quanto nettamente censurata dalla Corte costituzionale).

Ciò su cui si punta ora (e si poteva già puntare senza bisogno di un referendum consultivo meramente retorico, come quello del 22 ottobre 2017) è l’applicazione dell’artico 116 della Costituzione.

L’elenco delle competenze che il Veneto chiede per sé è stato predisposto e preliminarmente condiviso dal precedente Governo e riguarda, fra l’altro, tratti della materia o delle materie “tutela dell’ambiente, dei beni culturali e ambientali” (materia che l’articolo 117, comma 2, lettera s, della Costituzione pone come di competenza legislativa esclusiva statale, ma che l’articolo 116 espressamente richiama per l’eventuale conferimento di maggiori poteri a singole Regioni ordinarie, si presume meritevoli).

Al riguardo (meritevolezza), porrei una domanda che appare irriverente. Con lo sguardo rivolto alle istituzioni venete, mi chiedo se l’attuale maggioranza di governo della Regione (che in certa misura è la riedizione delle maggioranze precedenti) sia meritevole di ricevere maggiori competenze in determinate materie.

La domanda sembra paradossale e anche irrispettosa, in quanto stiamo parlando di una delle Regioni indicate come le più virtuose d’Italia. Potremmo però avere qualche dubbio, con attenzione ad alcune delle materie alle quali fa riferimento l’articolo 116 Costituzione, e nelle quali sono chiesti più poteri.

Consideriamo la tutela dell’ambiente-salute

I fenomeni di inquinamento nel Veneto sono molteplici, gravi e risalenti nel tempo. Che cosa ha fatto e che cosa sta facendo l’amministrazione regionale che, tra l’altro, comprende l’Agenzia regionale per la protezione ambientale?

Guardiamo al caso (pfas), salito alla ribalta, ma da tempo presente, del grave ed esteso inquinamento delle acque di parte delle province di Vicenza, Verona, Padova e Rovigo, causato dallo sversamento di liquidi di scarto nelle arterie fluviali, ad opera di ben note e consolidate aziende dell’alto vicentino (di materiali sintetici e concerie).

La Regione dapprima non riscontrò l’inquinamento, poi lo sottovalutò, con toni anche beffardi (è rimasta famosa la risposta che il più alto dirigente regionale in materia, vicentino, diede alla giornalista televisiva: «Io l’acqua di queste parti la bevo e l’ho sempre bevuta e sto bene»), la Regione ora arranca senza alcun chiaro progetto di disinquinamento.

Anziché pensare ad altri poteri in materia di ambiente da attribuire alla Regione, a questo punto dovrebbe scattare senza indugio il potere sostitutivo dello Stato, di fronte al macroscopico inadempimento regionale e “al grave pericolo per l’incolumità” di decine di migliaia di abitanti.

Un giudizio di meritevolezza non proprio positivo, circa l’attribuzione alla Regione di altre competenze, si potrebbe dare anche con riguardo al potere regionale esercitato per la valutazione di impatto ambientale di nuove opere e in materia di governo del territorio, giusto per restare su aspetti abbastanza evidenti a tutti, legati anche alla tutela dei beni ambientali o del paesaggio.

E’ stato avallato uno sviluppo territoriale che ha annichilito quelle peculiari sembianze venete, ultime vere ispiratrici del senso di appartenenza, inducenti ad una vita identitaria, nel lavoro, nella festa, nello studio, nella conversazione e nella preghiera.

E’ innegabile che l’indirizzo di governo delle Giunte venete (Galan, Zaia e prima Bernini, quando la DC veneta conteneva gran parte dei futuri leghisti e forzisti) ha generato benessere, ricchezza diffusa: questo dato va sottolineato come elemento decisamente positivo, un indirizzo di governo delle giunte regionali che ha consentito uno sviluppo socio-economico tale da condurre il Veneto tra le Regioni più ricche d’Europa. Questo è indubbio.

Ma è un indirizzo di governo via, via sempre più incline ad avallare uno sviluppo tutt’altro che sensibile al territorio, con concentrazione di attività produttive in pianura; con supina, cieca condivisione di devastanti politiche europee in tema di trasporti (alta velocità, corridoi autostradali); con una sorta di delega per la crescita e la coesione sociale e culturale, conferita al grande commercio, e ai grandi operatori del turismo.

Questo tipo di sviluppo, indubbiamente efficace per la diffusione del benessere, ha però generato anche guasti, marginalizzazioni sempre più acute, fisiche (periferie angoscianti, aree di confine dimenticate, centri storici depauperati di vita pulsante e riempiti di vita oleografica) marginalizzazioni fisiche e psichiche.

E come lo si voglia comunque vedere, è uno sviluppo sempre meno identitario che crea quanto meno un disorientamento logico nei fautori della maggiore autonomia, per appartenenza.

Cambio prospettiva, con un “però”. Dal piano della meritevolezza della Regione che chiede più competenze, al piano dogmatico della più appropriata sistemazione delle competenze.

Ecco, sul piano dogmatico costituzionale, o più semplicemente in coerenza con i principi della Costituzione italiana, non deve però (eccolo il però) scandalizzare affatto la prospettiva di incrementare anche in modo considerevole le competenze delle Regioni e degli enti locali e segnatamente le competenze amministrative.

Si deve sempre rammentare che La Costituzione italiana è ispirata al principio autonomista (art. 5: La Repubblica … riconosce e promuove le autonomie locali). E (si deve rammentare) che l’articolo 118 comma 1 della Costituzione è nettamente orientato ad accreditare le amministrazioni pubbliche locali e regionali sull’amministrazione statale.

Del resto, il disegno costituzionale che implica un numero decisamente limitato di Ministeri, non è teso a ridurre l’importanza di materie in ipotesi prive di espressa organizzazione statale di governo, in quanto attribuite alle Regioni e agli enti locali. All’opposto, esso mira ad una amministrazione pubblica più vicina e sensibile ai caratteri tutt’altro che omogenei del territorio e della società italiana.

E in punto di efficienza e di incisività dell’azione non può certo dirsi che l’amministrazione statale decentrata, in particolare quella per la tutela dei beni culturali ed ambientali, abbia dato e dia buona prova.

Già in una recente occasione ho polemizzato e qui allora ripeto che le soprintendenze ministeriali ai beni culturali e paesaggistici più che essere le strutture vigili e pronte per la salvaguardia del patrimonio culturale italiano (gli avamposti della tutela), si ha l’impressione che spesso siano o meglio che esse si reputino celesti, innocenti osservatori dello sfacelo.

E chi, pure assai autorevole, si allarma per la paventata regionalizzazione di questi apparati, oltre a trascurare il principio costituzionale sul corretto posizionamento delle competenze amministrative, non considera la prova migliore che hanno dato e che continuano a dare strutture per la tutela del patrimonio culturale, che già da tempo non sono più dello Stato e sono bensì degli enti territoriali, in ambiti regionali speciali come quello del Trentino-Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia.

Tra l’altro, se gli enti territoriali speciali trattengono buona parte del gettito tributo è giusto perché ad essi e non allo Stato compete assicurare la consistenza finanziaria per il buon funzionamento degli apparati regionalizzati.

E a proposito di territori confinanti, un’ultima battuta sulla geografia politica regionale. Nel momento in cui sono rivendicate da Regioni ordinarie (come il Veneto) massicce competenze legislative e amministrative e larga autonomia finanziaria (alludo al testo della legge veneta per il referendum sulla maggiore autonomia, prima della sforbiciata della Corte), alla pari delle Regioni speciali, mi chiedo se sia sostenibile negli anni 2000, e se sia coerente rispetto alla storia, mirare a distinte istituzioni regionali forti, in ipotesi con pieni poteri, ma con territori di medio-piccola dimensione.

E, nella particolare fattispecie, me lo chiedo guardando al presente, fatto di spostamenti sempre più rapidi, di distanze sempre più accorciate e di rapporti sempre più fitti, … e me lo chiedo guardando al passato in quanto non so, in realtà, se Parise, Zanzotto, Valeri e gli altri cantori dell’identità regionale, intendessero davvero limitarsi agli stretti confini segnati dal diritto vigente o se invece tra i loro simboli identitari oltre a Venezia, vi fossero unite con essa anche Trento e Trieste, nella dimensione identitaria del Triveneto.

Ma a ben riflettere questa stessa dimensione appare oggi neutralizzata, sterilizzata, nel sostituire l’espressione “Triveneto” con “Nord Est”, fredda espressione da geografia del mercato globalizzato.

(*) Pubblichiamo qui il testo dell’intervento tenuto dal professor Maurizio Malo (docente di Dirittto Pubblico) il 18 gennaio 2019 all’Università degli Studi di Padova. L’esposizione sarà in seguito oggetto di revisione, sviluppo e perfezionamento (per pubblicazione in volume).

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