Non cancelliamo il diritto ai diritti

Non cancelliamo il diritto ai diritti

Un’espressione particolarmente densa di significato, usata per la prima volta da Hannah Arendt con riguardo alla condizione in cui si trovò il suo popolo, il popolo ebraico, nell’ Europa nazi-fascista e nazionalista, nei venti anni dei decenni 1930-1940, è “diritto di avere diritti” ed è entrata nel nostro lessico politico e giuridico soprattutto a opera di Stefano Rodotà che ne ha fatto il titolo di un suo importante libro del 2013. Questo trapianto da quel tempo al nostro ha comportato un mutamento del significato originario, anzi una sua adulterazione.

Coloro che oggi denunciano la banalizzazione del discorso sui diritti, la sua enfasi ideologica, la tendenza a trasformare i più disparati interessi particolari in nuovi diritti senza considerare gli effetti disgregatori della compagine sociale che l’ eccesso può comportare, costoro intendono quel motto come una sorta di pericoloso moltiplicatore automatico. Lo diceva Hannah Arendt: la barbarie arriva quando le persone perdono la dignità per ciò che sono, non per ciò che fanno. L’antidoto? Tornare alla lezione di Kant segue dalla prima pagina. Ecco il significato che Hannah Arendt attribuisce a quella sua espressione. La privazione del diritto di avere diritti «si manifesta soprattutto nella privazione di un posto nel mondo che dia alle opinioni un peso e alle azioni un effetto.
Qualcosa di molto più essenziale della libertà e della giustizia, che sono diritti dei cittadini, è in gioco quando l’ appartenenza alla comunità in cui si è nati non è più una cosa naturale e la non appartenenza non è più oggetto di scelta; quando si è posti in una situazione in cui [] il trattamento subìto non dipende da quel che si fa o non si fa [ma da quel che si è]. Questa situazione estrema è la sorte delle persone private dei diritti umani. Esse sono prive non del diritto alla libertà, ma del diritto all’ azione; non del diritto a pensare qualunque cosa loro piaccia, ma del diritto alla “opinione”. Non contano niente.
Sono soltanto un peso. Ci siamo accorti dell’ esistenza di un diritto ad avere diritti [] solo quando sono comparsi milioni di persone che lo avevano perso e non potevano riacquistarlo a causa della nuova organizzazione globale del mondo. Questa sventura non derivava dai noti mali della mancanza di civiltà, dell’ arretratezza e della tirannide; e non le si poteva porre rimedio perché non c’ erano più sulla terra luoghi da “civilizzare” perché, volere o no, vivevamo ormai realmente in un “unico mondo”».
Questa ultima annotazione circa «l’ unico mondo» ci deve fare pensare. Un altro modo di esprimere l’ unico mondo è la saturazione degli spazi sulla terra. Soffermiamoci un poco sull’ aspetto spaziale dei diritti perché, a onta della sua decisività sotto tanti aspetti, è normalmente ignorato. Quando diciamo spazi saturi o pieni, con riferimento all’ oggi, intendiamo soprattutto una nozione socio-politica. Esistono ampie zone sotto-abitate o addirittura disabitate e abitabili, in Asia, America del Nord e del Sud, Oceania. La loro saturazione deriva dal fatto che esse, fisicamente ancora occupabili, non lo sono socialmente e politicamente, a causa della chiusura su se stesse delle società locali.
Il mondo, fino ai tempi più vicini a noi, ha sempre contenuto “spazi liberi” o, più realisticamente, spazi che potevano essere “svuotati”, cioè conquistati in favore dell’ espansionismo di popolazioni e Stati a corto di risorse interne: espansionismo determinato da ragioni politiche, economiche, demografiche, ideologiche. Tra l’ Ottocento e il Novecento, con il cosiddetto “diritto coloniale” al quale illustri giuristi si sono dedicati, si sono giustificati atti e violenze nei confronti dei popoli colonizzati, atti e violenze che, se riferiti alle nazioni europee, sarebbero apparsi crimini contro la loro sovranità. Gli abitanti, nella migliore delle ipotesi, li si considerava popoli-bambini, bisognosi di pedagoghi; nella peggiore, popoli parassiti ed egoisti che, con la loro indolenza, sottraevano alle industrie le risorse che la natura, casualmente, aveva collocato nelle terre da loro abitate. Perfino Tommaso Moro, nella sua Utopia, aveva ragionato così nel 1516, al tempo delle grandi esplorazioni e scoperte geografiche.
Oggi, non può più essere così. Che cosa significa la parola “globalizzazione”, se non che tutto il mondo costituisce (o è in marcia per costituire) uno spazio unico, totalmente occupato e, perciò, saturo? Se cerchiamo una rappresentazione evidente, impressiva, non solo realistica ma tragicamente reale di che cosa significa la saturazione degli spazi, rivolgiamoci alle centinaia di migliaia, anzi milioni, di persone che, mosse dalla necessità di sopravvivenza ed espulse dai loro Paesi, si accalcano ai confini d’ altri Paesi in masse che non sanno dove andare e sopravvivono in condizioni sub-umane. Si calcola che più di settanta milioni di persone vivano lì ammassati. I diritti umani, per loro, sono di fatto sospesi. A ciò si aggiungano i luoghi di costrizione come quelli della Libia tristemente famosi in Italia. Non molto diversi i centri di raccolta “provvisori” dei migranti che esistono in Europa. E così anche le immense periferie delle baraccopoli, bidonville, favelas, township che esistono in tutto il mondo della povertà, dove la vita civile è come sospesa. Quest’ immensa umanità si trova precisamente nella a condizione degli ebrei perseguitati nei paesi dell’ Europa dove si erano insediati da secoli.
Gli spazi saturi sono quelli in cui non esistono riserve utilizzabili per consentire pacifici movimenti. Ogni movimento è una collisione e la collisione genera o stasi o guerra. Il caso del popolo d’ Israele è altamente significativo, perché mostra entrambe le possibilità: la stasi, calma prima della tempesta nella quale milioni di persone hanno atteso immobili il degrado della loro condizione, fino allo sterminio; la guerra per ricostruire un territorio per un loro Stato in Palestina. Il mondo globalizzato e saturo vive in questo dilemma tra stasi e guerra, in ogni caso mortifero. Le tensioni si scaricano al suo interno, creando instabilità e violenza, alimentata dall’invidia e dall’odio. La guerra cambia natura e, da guerra esterna tra stati rivali, si trasforma in conflittualità interna allo spazio globale. Insomma, potenziale guerra civile globale senza legge, come condizione endemica del nostro tempo.
Coloro che trovano normale “a casa loro” e “prima gli” credono di preservare la pace e l’ ordine “a casa propria”. In realtà, è vero precisamente il contrario. La disperazione di chi deve fuggire da casa propria e l’ ingiustizia subita da chi è privato di diritti basilari per favorire i privilegi altrui non fanno altro che acuire le tensioni sociali alle quali si risponde con misure repressive per la tutela dell’ ordine pubblico.
Immanuel Kant ha trattato del rapporto tra le popolazioni e la terra a disposizione e del modo di disinnescare la violenza insita in questo rapporto. Nel Terzo articolo definitivo del celebre scritto Per la pace perpetua (1795) si sviluppa il concetto di “ospitalità universale” che dovrebbe orientare il “diritto del cittadino del mondo”. Riassumo e interpreto così.
Non si tratta di filantropia (la filantropia riguarda la generosità dei privati), ma del diritto dello straniero che arriva sul territorio di un altro Stato di non essere trattato ostilmente, fino a quando si comporta pacificamente. Kant parla del diritto all’ ospitalità a senso unico, dal punto di vista dei popoli europei colonizzatori rispetto ai popoli extra-europei colonizzati. Ma, ciò che è detto vale allo stesso modo al contrario, quando sono i popoli lontani che si affacciano all’ Europa: secondo l’argomento kantiano, hanno diritto all’ospitalità, a condizione che non si trasformi in diritto alla conquista, alla rovescia.

La formula di Hannah Arendt riguarda una aspirazione morale che corrisponde a un ideale astratto di giustizia. Gli ideali non sono da buttar via, ma non bastano. Perciò non si deve disprezzare il diritto di avere diritti. Ma si deve riconoscere che, per farlo discendere dal cielo in terra, occorre qualcosa di diverso che non l’ideologia dei diritti. Essa può ispirare azioni concrete e, come ispirazione, va bene. Così dovremmo uscire alle idee astratte, dalle “filosofie” e dovremmo entrare in un altro campo, il campo delle azioni e delle politiche nel quale, purtroppo, domina il potere che dei diritti non sa che farsi. Mentre, al contrario, i privilegi gli stanno particolarmente a cuore.

La Repubblica, 14 settembre 2019

1 commento

  • Riprendo alcune mi considerazioni, dibattute pe quanto mi è stato possibile.
    Emerito professor Rodotà, dopo aver letto, circa due anni fa, il suo libro “Il diritto di avere diritti” rimasi più coinvolto di prima dalla mancanza di risposta alla domanda angosciante: perché la distanza fra la formulazione dei diritti e una società umana che si avvicini al loro rispetto sembra trovare ostacoli insuperabili?
    Per abitudine conseguenti alle vicissitudini della vita le situazioni irrisolte mi hanno sempre procurato uno stato di tensione per cercare di darmene almeno una spiegazione; perciò ci ho pensato tanto. Intravedo che l’uomo durante la sua evoluzione ha creato tecnologie sempre più potenti, però forse ha potuto fare questo, modificando man mano il proprio punto di vista fino a credere che non ci fossero limiti naturali alle sue capacità di creare potenza e così ha perso il senso della realtà dimenticando di ricevere la vita da tutto quanto lo circonda. La propria debolezza primordiale lo rendeva meno diverso dalle altre specie viventi che popolano la terra così da rendere possibile l’integrazione nel fenomeno globale della vita senza grandi sconvolgimenti. La natura vivente si proponeva come un caleidoscopio di una miriade di forme viventi capaci di mantenersi in vita sostenendosi vicendevolmente e l’uomo era pienamente partecipe dei processi della vita riscontrandoli attivamente ogni volta che traeva energia dall’ambiente sottraendola ad altri esseri viventi. Il fenomeno della vita ha rispettato da quando si è manifestato fino ad oggi una sorta di democrazia (equivalenza dei diritti degli appartenenti) aperta delle forme viventi così che ciascuna di queste non ha potuto evitare di doversi attenere all’insieme di regole di convivenza, dettate dallo stesso fenomeno della vita allo scopo che quello (il fenomeno) non si estinguesse anzi progredisse verso una finalità evolutiva che non ci è dato di conoscere. Abbiamo sentore dalla conoscenza che riusciamo ad avere del passato che le forme di vita (l’uomo è una di queste) che non riescono ad operare secondo questi principi non possono che estinguersi. Sembra che l’uomo stia commettendo proprio lo stesso errore.

    Chi accende una lampadina in una stanza buia o apre il frigorifero per prendere un sottovuoto con un pezzo di carne da cuocere può forse avere lo stesso rispetto per la natura dell’uomo primitivo che girava per la foresta in cerca di frutti e di prede? Per costruire una consequenzialità logica dò una definizione della tecnologia adatta alla finalità che voglio raggiungere e cioè: tecnologia è l’insieme di espedienti escogitati dalla società umana e messi a disposizione dei suoi individui per estrarre più comodamente energia vitale dall’ambiente naturale. Con questa definizione possiamo riunire sotto lo stesso concetto sia gli arnesi, le macchine, gli automatismi che le forme di organizzazione introdotte nel tempo nella società umana.
    Non è solo prerogativa umana quella di cercare la maggiore comodità per l’estrazione dell’energia, tutte le forme di vita in realtà ricercano nella biosfera l’ambiente più adatto e in questo la forma di vita da loro più facilmente metabolizzabile. La differenza è che l’uomo è stato il più capace a modificare sé stesso per adattarsi all’ambiente in cui si è trovato, senza mai abbandonare quello meno adatto e allo stesso modo senza trascurare le forme di vita disponibili. La specie uomo è quella del multiforme ingegno di modo che nel momento attuale ciascun individuo ha la propria specializzazione e può offrire agli altri la tecnologia più comoda per estrarre energia e la specie nel suo complesso può giovarsi di estrarla, sembrerebbe a proprio piacimento da qualsiasi parte della biosfera. Altre forme di vita sparirono quando i loro individui non trovarono più ambienti in cui vivevano forme di vita che si erano specializzati a mangiare. Però estrarre energia da qualsiasi ambiente, quando viene fatto senza alcun limite, significa consumarla e sottrarla ad uso ulteriore; che cosa può succedere all’uomo se continua a farlo?

    Ci stiamo in realtà accorgendo di dover mettere dei limiti. Le violenze inconsulte perpetrate nei confronti dell’ambiente e delle altre forme di vita, ci ricadono addosso fino a imporre regolamentazioni dell’aria respirabile, dell’acqua potabile, della terra fertile, del cibo sano e speriamo che si traducano in leggi ma ancora di più in cambiamenti del comportamento umano nei loro riguardi. Finalmente torniamo a concepire la natura come un’entità detentrice di propri diritti. Ma abbiamo tanta esperienza sul fatto che il diritto scritto non riesce a modificare le abitudini e i comportamenti. L’asserzione dei fautori del “SI” al referendum che la riforma non toccava i principi fondamentali e perciò fosse lecita si può trasferire al problema fondamentale della sopravvivenza dell’uomo. Pertanto, la distribuzione del denaro fra gli uomini, sembra essere un problema settoriale che i politici e gli economisti ci diranno al massimo può interessare l’economia ma non c’entra niente con i principi dettati dai diritti dell’uomo e con quelli nuovi della biosfera.
    Nessun essere vivente, nemmeno l’uomo si può ritenere detentore dei diritti della biosfera, pertanto tutti saremo d’accordo a sostituire l’affermazione: l’aria è di tutti nell’altra l’aria è a disposizione del buon uso di tutti, anche per le forme di vita diverse dall’uomo. Allo stesso modo per l’acqua, per il cibo, per il terreno fertile, per il mare, per l’energia, ecc.
    Ritorniamo alla moneta. La differenza è che non interviene direttamente nei processi della biosfera ma solo per tramite dell’uomo; è un espediente di comodità per la società umana, come può essere la gerarchia nell’assunzione del cibo fra i leoni. Proviamo ad esprimere per il denaro i concetti simili a quelli espressi prima per l’aria. Oggi diciamo il denaro è di chi lo possiede che può utilizzarlo come crede. Cambiamo dicendo il denaro è a disposizione del buon uso di tutti. Se intendiamo che il buon uso riguarda non solo naturalmente tutta la comunità umana ma anche la biosfera nella sua interezza allora dobbiamo convenire che come ci stiamo accorgendo che l’agricoltura, la pesca, l’allevamento del bestiame, l’utilizzo dell’acqua e del suolo non possono soggiacere al diritto di rapina attraverso l’uso di tecnologie senza controllo altrettanto dovremmo accorgercene per la moneta che è l’attivatore più potente che dai primordi induce ogni uomo ai propri comportamenti e così può imporre le modalità future alla società umana proprio nell’adempiere alle attività sopra menzionate.
    La rivoluzione necessaria è che la moneta da essere un attivatore tanto potente guidato da sé stesso in competizione con le logiche naturali, venga guidata dall’umanità man mano sempre più consapevole della propria esistenza.

    Come fare la rivoluzione dell’economia?

    Cominciamo per prima cosa a convincerci che per salvarci la dobbiamo fare.
    Perciò invece di prestare attenzione alle moltitudini in fuga che siamo evidentemente portati a qualificare come colpevoli di essere incapaci di vivere secondo i nostri canoni di civiltà, porto un esempio che può riguardarci tutti, perché tutti siamo destinati a vedere diminuire la nostra forza di vivere fino al crollo della morte. Il denaro è riuscito sapientemente ad attivare i comportamenti umani per trarre vantaggio accumulandosi proprio sfruttando l’attaccamento alla vita dell’individuo e l’inesorabilità della malattia.
    Ho recuperato in Internet:
    La molecola oggetto dell’indagine della Procura di Torino è sofosbuvir, la prima ad essere sbarcata sul mercato.
    IL CASO DELL’ INDIA NON È ISOLATO: COSTA POCO ANCHE IN EGITTO
    Il farmaco in questione nel nostro Paese viene venduto a 45 mila euro a ciclo di terapia. Il costo, per le persone che rientrano nella categoria degli aventi diritto, è a totale carico del sistema sanitario nazionale. Ovviamente, per via del prezzo, non tutti i malati di epatite C possono accedere alla cura. L’alternativa è comprarlo. Secondo la Procura di Torino in India il prezzo sarebbe di un euro (prezzo talmente basso che induce a pensare si tratti di farmaco non prodotto secondo gli standard). Anche se rappresenta un caso limite, sofosbuvir in altri paesi -non è una novità- costa comunque molto meno rispetto al mercato statunitense ed Europeo. In Egitto -dove la percentuale di persone affette dal virus è altissima- sofosbuvir è stato offerto a soli 700 euro. Una differenza davvero inspiegabile se si conta che il costo di produzione non si aggira oltre i 300 dollari.

    SPERIMENTAZIONE E BREVETTI ALLA BASE DEI COSTI ELEVATI

    Ho cercato di convincere a votare “NO” al referendum; ne è venuta fuori questa sequenza di ragionamenti:
    io scrissi:
    Ma il cittadino che potere ha? Evidentemente nessuno fino a quando ci saranno le nuove votazioni. Ci diranno: “abbiate fiducia”. Ma fino ad oggi cosa hanno fatto della fiducia che si sono presi? La vera riforma avrebbe dovuto sanare la questione della ripartizione dei poteri introducendo in modo organizzato il potere del singolo cittadino e quindi del popolo. Il deputato del PD Ivan Scalfarotto non si pone la questione del cittadino come a dire: “cosa c’entrate voi? lasciateci lavorare?” Succede che i partiti che avrebbero dovuto essere la cinghia di trasmissione fra il popolo e i politici sono diventati la cinghia di trasmissione fra i potentati economici e i politici, e i potentati economici dopo le elezioni ci metteranno poco a cambiare l’interlocutore se altri avrà vinto le elezioni. Questo referendum diventa allora l’ultima trovata per prenderci in giro. Mi sentirò dire da tutti i difensori di questo andazzo:” ma che ci racconti tu che non sai niente, se non ci diamo da fare ad accontentare i potentati economici saremo tutti ridotti in miseria, si salveranno solo loro che andranno a fare affari da un’altra parte.” Non dico che la soluzione sia semplice, ma cominciamo a entrare nel merito dei veri problemi e facciamo proposte che favoriscano lo sviluppo di cultura empatica, facendo guadagnare dignità al cittadino e non lo soccorriamo con carità che gliela fa perdere.

    Prima risposta di Fabio:
    senza polemica e con sincero rispetto questa dei potentati economici è vecchia, ma vecchia vecchia, e puzza ed è proprio cosi:”se non ci diamo da fare ad accontentare i potentati economici saremo tutti ridotti in miseria, si salveranno solo loro che andranno a fare affari da un’altra parte.”i potentati economici in Italia ogni volta che ne hanno la possibilità vanno a spostarsi altrove, dove non c è nessun problema a venire incontro alle loro richieste. E FANNO BENE non è che la soluzione non è semplice NON C’è chi rimpiange a destra o a sinistra o al centro tutto quello che fu l’Italia nel passato che sia il 68 o il fascismo, berlinguer o mussolini il miracolo economico degli anni 50-60 o l opulenza degli anni 80 e soprattutto una costituzione nata negli anni 40 vive nel passato e siamo nel 21 secolo ed è un mondo più veloce e più grande e no, non si può tornare indietro se solo ci fosse davvero un politico che viene incontro realmente alle richieste dei produttori ovvero di quelli che lei chiama “potentati economici” sono curioso di sentire le sue idee e proposte in merito ( fascismo e comunismo non valgono)
    La mia prima risposta:

    Scusa ma mi sono accorto solo ora della tua risposta puntuale. Non ho grande esperienza con questi strumenti, ma spero che mi leggerai.
    Se l’uomo avesse pensato sempre come pensa Lei che questa è la situazione della comunità umana e che non possiamo fare altro che adattarci alla stessa, non avremmo avuto nessuna evoluzione e probabilmente non avremmo avuto nemmeno una società umana. Lasciamo da parte le ideologie del passato e guardiamo che cosa succede oggi. Io vedo nella società una moltitudine di individui che ha la concezione del bene comune come di qualcosa che va bene solo quando gli procura vantaggio personale o limita gli altri per i fastidi che gli potrebbero procurare. Io dico empatia e non carità che toglie la dignità proprio perché ho tanta fiducia negli altri da pensare che insieme vivremo molto meglio che ciascuno chiuso in sé stesso. Non esiste oggi e malgrado i tentativi forse non è mai esistito un partito che sia riuscito migliorare la propria ideologia senza perdere il consenso degli adepti. Di volta in volta, sulla spinta di situazioni contingenti, nel passato si formalizzarono ideologie che si fossilizzarono in posizioni dogmatiche che ebbero qualche significato e alcune qualche utilità nel periodo della loro esistenza. Il criterio istituzionale che si è imposto, teoricamente vorrebbe esprimere una modalità per dare valore alle idee dei cittadini mediante la delega ai parlamentari a rappresentarli ma non è riuscita a trovare un rimedio al fatto che essendosi dissolte le ideologie la cittadinanza non riesce più ad esprimere gruppi di persone convinte e questo spinge ciascuno ad una anarchia deleteria cioè alla ricerca affannosa del proprio tornaconto personale.
    Tutti i partiti hanno perduto o non hanno mai avuto la propria carica ideale, vale a dire il sogno di una società migliore rinnovata. Molti tengono in piedi formalmente la vecchia ideologia per conservare l’adesione dei nostalgici. Il sistema trascina la propria esistenza perché esistono le regole istituzionali ma il suo significato finisce con l’essere una rappresentazione teatrale per la cittadinanza che interviene come in un gioco a premi per dare a chi l’ha sparata più grossa l’incarico di soprassedere alle funzioni di governante. Il cittadino partecipa al gioco dispensando potere senza sentirsene assolutamente responsabile proprio perchè è poco più di una nullità dispersa in una moltitudine. Ha perso anche quel minimo al quale lo spingeva a credere l’ideologia di appartenenza. Dall’altra parte i partiti non sono nemmeno riusciti a far evolvere le proprie ideologie in conseguenza dell’evoluzione della società, figuriamoci a svolgere quello che avrebbe dovuto essere il proprio compito intessere relazioni più vivibili fra i cittadini.
    Questa riforma costituzionale non mi piace perchè si presenta come innovatrice ma in realtà fa come al solito un gran chiasso per non modificare niente nella sostanza.
    Siccome non voglio essere accusato di non aver costruito un bel niente espongo una delle mie idee fuori del mondo.
    “attività dei partiti un criterio per renderli compatibili con la buona società”. Questa e altre strampalerie mie e di altri in htpp://docs.com Giuseppe Ambrosi

    Da fabio:
    la ringrazio per la risposta puntuale cortese e .. approfondita ho dedicato alle sue osservazioni solo una lettura e conto di tornarci più tardi ma ,cosi per amor di discussione, vorrei fare una critica al suo discorso: sopravvaluta il peso della politica nella vita moderna questo è un errore che non è suo ma è INSEGNATO nelle facoltà di scienze politiche allora io ho un lavoro nel paese a il paese a compete nel paese b per vendere nel paese c il paese b e vende perchè più competitivo il paese a rimane a bocca asciutta e io rimango senza lavoro e iniziano i problemi quindi il mio problema è che il mio paese sia competitivo sul mercato mondiale PUNTO non i partiti i diritti il mercato nazionale quanto prendono i politici il rapporto tra partiti e cittadini ecc la competitività di un paese non è determinata dal rapporto cittadino politici ma da un insieme di fattori. il compito della politica è di sviluppare al massimo l economia a volte anche facendosi da parte PRIMA IL LAVORO mi scuso per l elementarità del mio discorso ma è una cosa che non riesco a spiegare a nessuno
    per me le risposte sono Europa e competitività aspetto le sue riflessioni con impazienza

    Ho risposto così:
    La sua richiesta di spiegazione mi impegna in una analisi complessa.
    Il primo suggerimento è la lettura di un libro di Rifkin: “LA SOCIETA’ A COSTO MARGINALE ZERO, L’Internet delle cose,l’ascesa del <> collaborativo e l’eclissi del capitalismo.”
    Forse ci vuole l’esperienza di una lunga vita per riuscire a vedere l’evoluzione del mondo nel senso di esserne testimoni. Ma persino questo sta cambiando. La famiglia di un contadino che viveva in Italia prima della seconda guerra mondiale, conservava quasi completamente la cultura degli antenati, anche se era già in corso la rivoluzione industriale. La frequenza degli eventi significativi, propulsori di cambiamento erano rari e poco diffusi, operativi in zone e porzioni limitate di popolazione. Le moltitudini per tutta l’esistenza della comunità umana fino almeno a un centinaio di anni fa, erano formate da individui che facevano rientrare quegli eventi nella sfera personale quando ne erano direttamente coinvolti, altrimenti li ignoravano tranquillamente senza accorgersi dell’evoluzione in corso. Certo c’erano le guerre, ma venivano considerate alla stregua di calamità naturali o di epidemie. Per lungo tempo le grandi rivoluzioni dovute all’introduzione di nuove tecnologie: la ruota, la barca, il ferro, l’agricoltura, la scrittura, la stampa e anche le costruzioni logiche relative alla scienza e i suoi strumenti di osservazione ebbero tempi di assimilazione che durarono molte generazioni.
    Dalla lettura del libro ho imparato il termine paradigma usato nelle teorie scientifiche. Per l’insieme della situazione mondiale in tutte le sue sfaccettature lo possiamo tradurre in Sistema vigente prevalente. L’attuale paradigma ha il grande merito di aver concesso a molti più individui la libertà di pensiero. Questi, quando sono stati liberati dall’assillo della sopravvivenza, hanno potuto sviluppare le proprie idee. In realtà si è creato un sistema che vive di contraddizioni. Il sistema ha consolidato il seguente criterio adatto al proprio perpetuarsi: l’individuo può pensare quello che gli passa per la testa e giungere persino a formulare leggi formali; per il sistema è importante che le sue azioni si attengano alle modalità che non stravolgano le consuetudini vigenti. La libertà di pensiero per noi va persino bene se tiene a bada le rivoluzioni. Il pensiero libero ha potuto esprimere faticosamente principi mirati ad una società più vivibile come La carta dei diritti dell’uomo che è rimasta solo carta procurando la soddisfazione dei cultori e di chi da ragazzo la apprende nelle scuole e così acquieta le proprie ribellioni alle coercizioni.
    Storicamente, vediamo però che i paradigmi non sono eterni. Secondo Rifkin il motivo ricorrente dei loro cambiamenti è stata la disponibilità di una nuova fonte energetica. È difficile trovare argomenti contrari. Che cosa sono state fino ad oggi le guerre? Prima servirono ad asservire intere popolazioni, dopo interi territori. E il sistema finanziario? Per ottenere se possibile senza guerre gli stessi benefici. Ma anche a rendere possibile l’accentramento della produzione dei beni e fra questi beni la facilitazione della mobilità delle merci su grandi distanze per la loro distribuzione. Il difetto logico dovuto alle logiche finanziarie sta principalmente nei termini di confronto per calcolare il rendimento delle attività che invece di essere l’energia profusa sono i denari impegnati.
    Proprio con quest’ottica il sistema cerca oggi altre modalità per difendersi: ridurre al minimo possibile l’impegno umano dalla produzione. Per rendere attuabile questo progetto è stata investita del compito una élite così detta degli scienziati. Ma a questi interessa più che costruire, sapere. Lo strumento al quale si sono applicati con maggior successo è stato quello di potersi trasmettere le informazioni a distanza al punto di trasformare i loro centri di studio dispersi sulla terra in un unico centro. L’utilizzo della innovazione si sta ritorcendo contro il sistema che lo ha promosso. Esistono progettisti del software che, come hanno fatto gli scienziati, offrono gratis i propri prodotti con l’unico vincolo per l’utente di trasmettere al creatore primo le proprie eventuali migliorie. Ne deriva un concorso di esperti molto superiore a quello delle case produttrici di software in modo tradizionale. Naturalmente il sistema cerca di difendersi utilizzando gli strumenti del mercato. Ma i costi per l’utente diventano sempre più accessibili. Con tutti i contrasti che avvengono sempre quando si interviene sui comportamenti umani ci stiamo avviando ad una modalità in cui l’informazione è liberamente accessibile globalmente mentre la produzione dei beni avviene localmente secondo le necessità di chi abita nel territorio. Come si trasformeranno sotto questa pressione la società e la finanza? Dobbiamo sicuramente fare i conti con almeno due problematiche:
    Le difficoltà che incontra la comunità umana a modificare velocemente i propri comportamenti.
    Tenere conto della biosfera perché l’abbiamo saccheggiata forse già superando i limiti permessi.
    La corrispondenza si è chiusa senza altre considerazioni.

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