LA DISUGUAGLIANZA HA MILLE FACCE | Libertà e Giustizia

LA DISUGUAGLIANZA HA MILLE FACCE

LA DISUGUAGLIANZA HA MILLE FACCE

Il segno più eclatante delle ultime consultazioni elettorali è stato da molti analisti sintetizzato così: la sinistra vince in centro e perde nelle periferie, dove vince il populismo nazionalistico o il gentismo anti-partitico. Il fenomeno non è solo italiano. Si è verificato con l’elezione di Trump, con Brexit e con l’arrivo di Macron all’Eliseo. Viene esaminato in relazione con la crescita delle diseguaglianze che hanno mutato la fisionomia del popolo sovrano, dividendolo in nuovi patrizi e nuova plebe.

Per la prima volta da quando la democrazia è rinata, dopo la seconda guerra mondiale, l’andamento delle relazioni tra classi e forze politiche ha subito un mutamento profondo che cambia il significato dei termini “destra” e “sinistra”. Se fino agli anni ’ 80 il voto ai partiti di sinistra o centrosinistra era associato a basso tenore di vita, meno cultura e minor reddito, dalla fine del secolo si è sempre più associato alle élite con alta educazione e buoni redditi.

A raccontarlo con i sondaggi post-elettorali comparando il voto in tre Paesi (Usa, Regno Unito e Francia) è Thomas Piketty nel suo nuovo progetto dal titolo, Sinistra di bramini contro Destra di mercanti: la crescita della diseguaglianza e la mutata struttura del conflitto politico. Piketty dimostra non solo che la media e upper class acculturata vota a sinistra e la media e upper class ricca per il centrodestra. Dimostra soprattutto che le classi “ up” — ricchi o ricchi e acculturati o entrambi — occupano tutto lo spettro della democrazia dei partiti, che egli chiama un “ multiple- élite party system”, ovvero una democrazia che ha una pluralità di partiti di élite, non più semplicemente una pluralità di partiti per tutti.

Una larga porzione dei “tutti”, infatti, è nel corso degli ultimi due decenni diventata più povera e anche meno acculturata, un’associazione che fa parlare di plebeizzazione e che è stata pennellata in una recente Amaca di Michele Serra sul bullismo; in aggiunta a questo svantaggio assoluto, i “ molti” hanno perso i loro tradizionali referenti rappresentativi, occupati dalle classi più alte. È questa, secondo Piketty, una delle ragioni della nascita o del successo repentino di movimenti e partiti populisti, radicalmente xenofobi e fascisti oppure qualunquisti e anti- partito. L’anti- partitismo che il populismo coltiva e alimenta ha quindi un sapore classista, come reazione alle classi forti che si sono prese tutto lo spazio partitico esistente.

Dopo un’ondata di astensione, di ritiro dalla partecipazione elettorale, i molti trattati come cittadini di serie B trovano il loro fronte rappresentativo: qui sta l’origine dell’impennata populista, che ha quindi radici economiche e socio- culturali. Il popolo dei lavoratori, quello che trovava sicuro porto nei partiti storici della sinistra, ha subito una plebeizzazione, anche in ragione del fatto che non ha più luoghi aggregativi dove consolidare la cittadinanza attiva e il civismo. Partiti-cartello o circoli elettorali per le classi agiate, e deserto per la massa, che o assiste allo spettacolo nell’arena dei social o si fa i suoi movimenti.

Questo fenomeno ha radici nella crescente diseguaglianza, un termine che Piketty suggerisce di coniugare al plurale: diseguaglianze di ricchezza, di reddito, di istruzione, di cultura, di genere, di età, di razza, di religione. Il paradosso è che queste diseguaglianze quanto più si sommano tanto più perdono rappresentanti. Essere povero e vivere in un quartiere in cui la maggioranza è povera comporta altre condizioni di svantaggio e la massima forma di esclusione: non avere alcun partito che si batta per i propri bisogni. Essere cittadino con meno voce per manifestare le proprie rivendicazioni e con meno potere.

Fino agli anni ’80, sostiene Piketty, le classi lavoratrici erano nobilitate non solo nell’identità operaia, quando il lavoro era segno di valore sociale e non di precarietà, ma anche nella cittadinanza e nell’identità d’appartenenza della bandiera rossa ( sapere di avere un rappresentante- difensore dava dignità; e soprattutto consentiva ai molti di stare al gioco, di lottare per correggere le diseguaglianze). I partiti della sinistra hanno nobilitato la cittadinanza dei lavoratori togliendo loro lo stigma dell’inadeguatezza; hanno edificato buone scuole pubbliche e perseguito una politica delle eguali opportunità. Sinistra e democrazia sono per questo andate di pari passo.

Ma ora che la sinistra attira i raffinati intellettuali, i professionisti, i benestanti, a quale parte organizzata si rivolgono coloro che la globalizzazione e la crescita della diseguaglianza ha reso meno acculturati e soprattutto più pressati dai bisogni primari? La sinistra per i pochi comporta fatalmente che anche i beni pubblici assumano diverso valore a seconda di chi ne usufruisce: le scuole pubbliche cessano di essere buone dovunque e la loro qualità segue il quartiere e i ceti che attraggono. E così sarà anche per gli ospedali e la qualità della vita nelle città. Insomma, la sinistra presa dai pochi lascia la maggioranza non solo senza sostenitori politici ma anche senza una condizione dignitosa certa.

La democrazia come “multi-élite party system” ha anche una biforcazione ideologica: i partiti che attraggono le destre moderate (dei ricchi e basta) e le sinistre tradizionali (dei ricchi e colti) sono per lo più votati ai valori universalistici e liberali, europeisti e cosmopoliti, anche quando coniugati in accezione conservatrice; fuori di qui, tra i partiti populisti, si coltiva una visione opposta, come il nazionalismo e il comunitarismo.

Come spiega Piketty, i partiti dell’establishment serrano i ranghi — quelli di centrosinistra diventano “ braminici” (castali e sacerdotali) e quelli di centrodestra di “mercanti” — e si trovano alleati naturali contro l’anti- partitismo populista, identitario nazionalista o blandamente gentista. Questa biforcazione è presente in tutti i Paesi occidentali e scuote le intelligenze. Non si può restare ad assistere allo scempio che le diseguaglianze producono alle nostre democrazie.

La Repubblica 27 aprile 2018

2 commenti

  • Analisi su analisi! Una produzione già enorme e crescente di approfondimenti sul passato: non certo “mission impossible”, anzi…

    Ma quando le menti migliori proveranno ad elaborare progetti operativi efficaci e spendibili subito per un cambiamento indifferibile, funzionale alla riduzione progressiva di iniquità e disuguaglianze?

    Di analisi sono pieni archivi, biblioteche, ram di memorie…buone solo per pochi lettori! Di buoni progetti originali non se ne vede l’ombra! L’elite culturale del Paese deve battere colpi decisi e non limitarsi ad analisi colte!

    Ricordando Gandhi: “I nostri pensieri migliori, le nostre parole (e/o analisi) più belle, restano perle false finchè non diventano azioni efficaci!”

    Barbieri Paolo, circolo di La Spezia

  • Forse è arrivato il momento in cui potremmo mettere un accento su quella ‘ e ‘ che congiunge la parola ‘ libertà ‘ alla parola ‘ giustizia ‘. Dopo le considerazioni di Picketty riprese da Nadia Urbinati emerge, infatti, chiaramente la necessità che il valore liberale, ontologicamente identificativo di una democrazia – la libertà dei singoli individui – si identifichi con il valore sociale – la giustizia – che sola può armonizzare le varie istanze libertarie fino a farne l’ elemento fondante di una comunità autenticamente democratica.
    Ci aiuta, come al solito, una lettura attenta dei primi articoli della nostra Costituzione che, disegnando un modello comunitario di società democratica, si rivolge ai cittadini italiani non blandendoli con un elenco di diritti individuali da affermare e/o rivendicare , ma richiamandoli alla grande responsabilità dei tanti doveri sociali cui adempiere per realizzare – allo stesso tempo – “ il pieno sviluppo della persona umana “ ( art.3, 2°c.) e ‘ il progresso materiale o spirituale della società “ ( art.4, 2°c.).
    Fa bene, quindi, Piketty a parlare di diseguaglianze al plurale così come ritengo sia corretto parlare di libertà al plurale. In ciò, del resto, risiede il fascino di queste parole-valore ma anche la loro complessità e, spesso, la loro contraddittorietà. Chi può negare – ad esempio – che l’ esercizio di un diritto sacrosanto come quello al lavoro possa fortemente limitare, fino quasi a comprometterle del tutto, libertà altrettanto vitali per l’uomo ( Ilva docet ) ?
    Ecco perché è importante che i diritti individuali e i doveri sociali viaggino sempre insieme. Un popolo che declami con enfasi crescente la sua sovranità ( art.1, 2°c. ) e glissi con una disinvoltura e, spesso, con un cinismo anch’essi crescenti sugli inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale (art.2), non potrà mai realizzare una società autenticamente democratica. Perché riterrà un optional quello che è un preciso dovere : garantire – cioè – il pieno sviluppo della persona umana, di ogni persona umana, rimuovendo gli ostacoli di cui parla il secondo comma dell’ art.3 e, allo stesso tempo, concorrendo, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, al progresso materiale o spirituale della società di cui ci parla il secondo comma dell’ art.4.
    E tra i doveri sociali, ai quali la stragrande maggioranza del nostro popolo ha ormai da tempo deciso di non adempiere più, c’è quello che potrebbe sparigliare non tanto le diseguaglianze quanto la cultura della ineluttabilità della diseguaglianza. Mi riferisco al dovere di partecipare attivamente, non solo attraverso l’ esercizio del diritto di voto, all’ organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art.3,2°c.). E di farlo – come auspicavano i padri costituenti con l’ art.49 – in forme organizzate, associative, realmente comunitarie, facendo esperienza di cosa possa essere di stupendo il coltivare assieme degli ideali politici e riuscire a testimoniarli in mezzo agli altri, specie i meno fortunati, con coerenza, senza supponenza, con la semplicità e l’ atteggiamento laico del ricercatore.
    Non credo, insomma, che l’ àlibi delle diseguaglianze crescenti possa giustificare il crescente rifiuto della politica da parte di tutte le classi sociali del nostro Paese. In questo davvero unito.
    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli

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