Essere o non essere un unicorno

Essere o non essere un unicorno

Marco Polo non ha conosciuto né ornitorinchi né canguri ma, apparentemente, ha incontrato un unicorno. A Giava ha visto un rinoceronte e l’ha classificato come un unicorno anomalo, visto che aveva letto nei bestiari – i quali classificavano tanto animali esistenti quanto animali inesistenti – la descrizione di un animale vagamente simile a quello che aveva sotto gli occhi.

Gli unicorni giavanesi non sono bianchi, sono tozzi, hanno piedi da elefante, il corno è nero, la testa non è quella di un cavallo bensì quella di un cinghiale, ma forse si tratta di unicorni. La domanda è: perché, invece che chiamarli “unicorni”, dimostrando che l’ unicorno esiste, li si è chiamati “rinoceronti”, confinando gli unicorni nella inesistenza? È di qui che vorrei partire per dimostrare come, nonostante i buoni argomenti a favore dell’ esistenza degli unicorni (per esempio il fatto che si possano distinguere dai cavalli e dalle chimere), questa esistenza è solo concettuale, ossia non è una esistenza biologica, quella che si esige da un animale e non, per esempio, da un triangolo.

La sentenza di Bertrand Russell secondo cui «la logica non deve occuparsi degli unicorni più di quanto non lo faccia la zoologia» deve essere rivista e indebolita.

Per Russell la logica è lo specchio dell’ontologia, ossia di quello che c’è, dunque non deve rendere conto di quello che non esiste. Per me, invece la logica è uno strumento essenziale dell’ epistemologia, ossia di quello che sappiamo, o crediamo di sapere, a proposito di quello che c’è. Tra quello che sappiamo, o crediamo di sapere, c’è il fatto che gli unicorni non esistono. Dunque l’epistemologia fa benissimo a occuparsi di unicorni (è quanto stiamo facendo qui). Ma, se le cose stanno in questi termini, quando si passa dall’epistemologia (che contiene sia l’essere sia il non essere) all’ontologia (che contiene soltanto l’essere) c’è un cambio di registro decisivo.

È la tesi di Kant contro Leibniz. Ma Kant dice anche un’ altra cosa, e cioè che il fatto di esistere non è un predicato reale, ossia non aggiunge niente al concetto di un oggetto. Lo fa per confutare la prova ontologica dell’ esistenza di Dio (quella che dal fatto che è concepibile un essere perfetto concludeva che un simile essere fosse anche necessariamente esistente), ma l’ argomento si applica anche a enti più ordinari: se al bar ordino una birra piccola, chiara e reale, hanno ragione di pensare che non è la prima birra della giornata, visto che “reale” non aggiunge niente alle caratterizzazioni della birra. Ma siamo sicuri che sia così? Se ordino una birra, implicitamente esigo che sia reale e non immaginaria e, contrariamente a quanto sostiene Kant in un esempio famoso, 100 talleri ideali non sono affatto identici, nel concetto, a 100 talleri reali, perché questo significherebbe che la mera immaginazione di 100 talleri equivale a 100 talleri.

Fa parte delle proprietà interne della birra che ordino al bar il fatto di essere diversa dalla birra disegnata nella pubblicità e di non poter essere pagata con talleri ideali, e fa parte delle proprietà interne di un unicorno il fatto di trovarsi nei negozi di giocattoli e non in quelli di animali. L’ essere è dunque un predicato reale delle cose, perché è ciò che distingue l’esistente dall’inesistente, e non è poco. Ammettere questo non comporta la prova ontologica dell’ esistenza di Dio, ma comporta una prova dell’inesistenza degli unicorni.

La prova ontologica comportava una confusione tra epistemologia e ontologia: se è pensabile, se non è logicamente contraddittorio (epistemologia) allora esiste (ontologia). Ma ovviamente non è così. Si può benissimo immaginare qualcosa di impossibile, ma esistente (ad esempio un comico che diventa ideologo) e qualcosa di possibile, ma inesistente (per esempio, Kant ammette in linea teorica la possibilità della telepatia). Se ci lasciamo alle spalle la confusione tra ontologia ed epistemologia, abbiamo la dimostrazione della inesistenza degli unicorni.

Esistere, per un individuo biologico come un unicorno o un rinoceronte è anzitutto essere vivo e poi morto: sino a che non si troverà o un unicorno vivo, o i resti di un unicorno che è stato vivo, si avrà tutto il diritto di asserire che gli unicorni non esistono. Se diciamo che i cavalli e i rinoceronti esistono è perché ne abbiamo visti di vivi. Se diciamo che i dinosauri sono stati reali è perché ne abbiamo ritrovato i resti, che comportavano l’ assunzione che fossero stati resti di esseri viventi. Se diciamo che le chimere non esistono è perché non abbiamo mai trovato resti di chimere morte, e al massimo abbiamo trovato frammenti di statue di chimere, di vasi raffiguranti chimere, ecc. Se i credenti ritengono che Cristo sia esistito, malgrado non se ne siano ritrovati i resti, è perché hanno testimonianze che giudicano fidedegne circa l’ esistenza di Cristo come individuo vivente.

Il che peraltro spiega l’ importanza annessa alla Sindone: se l’essere vivo e poi morto non fosse la caratteristica fondamentale di un individuo biologico, non si capisce perché dare tanto peso all’autenticità o meno di un lenzuolo funebre.

L’esistenza qui è un predicato molto chiaro e determinato, che designa il fatto di essere sottoposti a processi entropici. Se spengo un frullatore, potrò sempre riaccenderlo, cosa che non avviene per un organismo, in cui, invece che l’ alternativa reversibile acceso/spento, abbiamo l’alternativa irreversibile vivo/morto.

Posso benissimo fabbricare un unicorno di peluche (il mondo ne è pieno) o disegnare degli unicorni, ma questo non dimostrerebbe in alcun modo che gli unicorni esistono, perché l’ esistenza in senso biologico, l’ unica che ci autorizzi a sostenere che gli unicorni esistono, comporta l’ essere sottoposta a processi entropici, e l’unicorno di peluche, proprio come Madame Bovary, non conosce l’entropia.

Dunque non sarà mai l’oggetto di una battaglia animalista sebbene non si possa escludere che sorga una setta per la liberazione degli unicorni affine alla lega per la liberazione dei nani da giardino.

(*) Il testo pubblicato è parte della relazione di Ferraris al convegno della Sorbona, “Omaggio all’unicorno”, che si è tenuto a Parigi il 23 e il 24 marzo.

 

la Repubblica, 22 marzo 2018

 

 

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