Il “Canto della libertà” insegna a vivere la democrazia

Il “Canto della libertà” insegna a vivere la democrazia

Libertà va cercando, ch’è sì cara/ come sa chi per lei vita rifiuta. 
(Divina Commedia, Dante)
La concezione della libertà di Dante risale a sette secoli fa. E’ effettivamente morta e sepolta nella nostra odierna cultura e, soprattutto, nel nostro attuale sentire oppure, in qualche maniera, sopravvive? A darci una risposta arriva “Il Canto  della libertà. Una favola vera” (Chiarelettere editore) di Sandra Bonsanti, firma delle più prestigiose del giornalismo italiano, parlamentare, a lungo presidente di Libertà e Giustizia, associazione impegnata da quindici anni nel diffondere i valori della Costituzione e della buona politica.
“Un vecchio professore indica la strada a un gruppo di giovani che vogliono imparare a vivere la democrazia” recita il sottotitolo del libro, che riassume parte della vicenda: siamo nel 1945 e Piero è un anziano docente che spiega -in dieci lezioni- da dove traggano origine i concetti di libertà e democrazia. Ad ascoltare le sue parole, e le suggestioni che evocano, un gruppetto di studenti universitari appena usciti dal Ventennio. E’ la verità dei dialoghi di Platone (la storia si apre con un brano tratto dal “Fedro”) a risuonare alta nella piccola libreria di Piero, a sostenere una vicenda intessuta di rimandi storici e citazioni.
Si parte dagli albori, Socrate e i lirici greci; Saffo, in particolare, poetessa molto amata dall’autrice, che si è formata sui classici greci e latini, laureandosi in Etruscologia -come ci racconta- con una tesi su una coppia di sarcofagi ritrovati a Vulci, ora custoditi a Boston. I suoi versi fanno da filo conduttore nei discorsi del docente, grazie alla traduzione di Salvatore Quasimodo, anch’egli poeta di luce improvvisa e brevità, unito da un legame di amicizia con il padre della giornalista, a sua volta scrittore (e direttore del Gabinetto Vieusseux), oltre che politico (sindaco di Firenze).
Il racconto filosofico -genere a cui appartiene di diritto la ‘favola’ di Bonsanti- si dipana per vie parallele: tra ricordi altrui, in particolare del compagno di una vita, Giovanni Ferrara, e quelli vissuti in prima persona, tra un presente storico e uno più attuale e sferzante. Al centro della scena, la cultura classica come un faro che, dal passato, giunge a illuminare l’incerto presente.
“Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”, sono le parole che Virgilio rivolge a Dante a proposito di Catone, posto a guardia del Purgatorio, benché fosse ateo e  per di più morto suicida, cosa che per il cristianissimo fiorentino non andava per niente bene. Tuttavia il Censore si era tolto la vita per una ragione speciale: aveva preferito uccidersi piuttosto che rinunciare alla libertà politica abolita da Cesare per chi -come lui- era pompeiano. Per i suoi valori morali, dunque, Catone viene salvato da Dante e ricordato come figura positiva, un simbolo della libertà di parola, di azione e pensiero.
La libertà, dunque, vale quanto la vita: è questa la considerazione del grande poeta. La sua perdita è pari, anzi è valuta peggiore rispetto alla propria fine. E’ talmente grave da giustificare perfino la scelta della morte in un ateo, privo di prospettive di rinascita. Così il sommo Dante, e noi? Il paragone appare incommensurabile, tanto più se si pensa che i versi danteschi si riferiscono alla libertà politica, cioè a un’esperienza di vita sociale e d’impegno civile talmente pervasiva ed austera, che a guardare i politici odierni viene da ridere. Chi cerca più la libertà oggi in Occidente, dove la libertà è considerata al massimo una medaglia al valore abbandonata nel cassetto dei ricordi? Forse solo gli immigrati, almeno quella parte di loro che è in fuga da un passato di persecuzione politica e religiosa.
“Il popolo decide, e la sua scelta è inappellabile -afferma uno dei protagonisti del libro- Ma per molti studiosi esiste anche un lato assurdo della democrazia. Perché in essa, è inutile negarlo o soltanto minimizzare questo aspetto, la natura umana si rivela completamente. (…) E alla fine per quanto si voglia sottilizzare, dobbiamo ammettere che, non c’è discussione possibile, la scelta democratica è superiore a quella autoritaria”. Una riflessione complessa, che la stessa autrice condivide e ribadisce in più punti del volume.
Nel suo excursus filosofico e poetico, Sandra Bonsanti da Omero arriva a Kant e al cielo stellato dell’imperativo categorico, all’Hegel del pregiudizio sulla durabilità (se sia meglio la montagna nella propria eterna /r/esistenza o la rosa nel subitaneo sfiorire, e la conclusione è che l’una vale l’altra), rammenta gli intellettuali allineati e no con il regime (tra cui Concetto Marchesi, latinista e accademico), si interroga davanti a vecchia fotografia di Carlo Rosselli e Ferruccio Parri ammanettati e in catene, fino a toccare i temi della solitudine odierna e dell’invecchiare. Che ci coinvolgono tutti, uomini e donne, in politica e in poesia, da Saffo ai giorni nostri.
“Il canto -sostiene Bonsanti- l’ho finito di scrivere la scorsa estate, in piena campagna referendaria (Libertà e Giustizia era promotrice del fronte del No - ndr.). Un clima di confusione, schiamazzi, continue delazioni verso molti valori che sono impressi nella nostra Costituzione. Rappresenta il tentativo di trovare un rifugio ideale in uno spazio temporale tutto mio. In questa fuga a ritroso sono tornata alle origini, a quando sono nate le idee stesse di libertà e democrazia per chiarire cosa siano veramente il rispetto per le diversità e le minoranze, colmando il vuoto lasciato dal fascismo e dalla dittatura”.
E oggi? “Anche oggi occorre dare l’esempio, per il futuro, ai giovani che sono assetati di conoscenza, verità e bellezza”. Non a caso il libro è dedicato ai suoi quattro nipoti. In questo mondo postmoderno e globale, frettoloso e assiderato, Bonsanti sembra indicare l’arrivo di nuovi, pericolosi, nemici: l’indifferenza, l’intolleranza, il cinismo. Ma il Canto della libertà, come del resto quello delle Sirene, non è udibile da tutti.

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