Presidente Napolitano, abbiamo il diritto di sapere se andremo a votare una riforma targata JP Morgan

Presidente Napolitano, abbiamo il diritto di sapere se andremo a votare una riforma targata JP Morgan

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Il presidente emerito Giorgio Napolitano non risponde a Salvatore Settis. Il presidente del consiglio scientifico del Louvre (un archeologo con due lauree ad honorem in diritto costituzionale) gli aveva chiesto di confermare o smentire un articolo delCorriere del 2014 in cui si diceva esplicitamente che la strada della riforma costituzionale era quella indicata dalla banca d’affari americana JP Morgan.

Napolitano ha scritto che si tratta di “domande insinuanti e aspre”, e non ha risposto. Eppure la domanda era non solo legittima, ma urgente.

Matteo Renzi ha più volte detto esplicitamente che il suo modello di leader politico è Tony Blair, e ha anche più volte annunciato che dopo due mandati alla guida del governo farà come lui: andrà in giro per il mondo a fare conferenze e consulenze.

La domanda è: sarà identico anche il finanziatore? Il Financial Times ha stimato in due milioni e mezzo di sterline il compenso annuo che la JP Morgan versa a Blair, e la prima volta che Tony e Matteo hanno cenato insieme (a Palazzo Corsini, a Firenze) l’organizzatore era proprio l’amministratore delegato della banca americana.

Sarebbe del più alto interesse sapere quali politici italiani siano attualmente sul libro paga della banca: e in questi giorni Ferruccio De Bortoli ha mostrato come tali nessi abbiano pesantemente condizionato, e rischiano di continuare a condizionare, la sorte del Monte dei Paschi di Siena. Ma proprio perché questo grado di trasparenza è, da noi, inimmaginabile, una risposta di Napolitano avrebbe reso decisamente più chiara la partita referendaria.

Dobbiamo infatti ricordare che la JP Morgan ha scritto (in The Euro area adjustment: about halfway there, 28 maggio 2013) che “Le Costituzioni e i sistemi politici dei paesi della periferia meridionale, costruiti in seguito alla caduta del fascismo, hanno caratteristiche che non appaiono funzionali a un’ulteriore integrazione della regione. [...] Queste Costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che le sinistre conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; costruzione del consenso fondata sul clientelismo politico; e il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. I punti deboli di questi sistemi sono stati rivelati dalla crisi. [...] Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità impegnarsi in importanti riforme politiche”.

Era esattamente questo il passo citato nell’articolo del Corriere del 1° aprile 2014: “Ma una cosa il Capo dello Stato non la nega, nella nota del suo ufficio stampa: quella riforma per lui è importante, anzi “improrogabile”, dunque è positivo che ci si lavori subito, per mettere fine al bicameralismo paritario. L’ha detto in infinite occasioni, per dare una scossa contro “la persistente inazione del parlamento”. Spiegando che “la stabilità non è un valore se non si traduce in un’azione di governo adeguata” (ciò che in Senato con identici poteri alla Camera non consente) e associando quella riforma a quella del Titolo V della Carta e alla legge elettorale. A questo proposito basterebbe rileggersi il rapporto stilato dalla J.P. Morgan il 28 maggio 2013, là dove indica nella “debolezza dei governi rispetto al parlamento” e nelle “proteste contro ogni cambiamento” alcuni vizi congeniti del sistema italiano. Ecco una sfida decisiva della missione di Renzi. La velocità impressa dal premier, quindi, a Napolitano non dispiace”.

Ora, due anni dopo e in piena campagna referendaria, Napolitano trova “insinuante” la domanda di Settis: ma gli italiani hanno il diritto di sapere se stanno votando su una riforma targata JP Morgan. La vita politica italiana è malata: su questo concordano tanto i sostenitori del Sì che quelli del no. Ciò su cui si dividono è la diagnosi: e, dunque, la terapia.

La riforma costituzionale Napolitano-Renzi-Boschi è una “cura” motivata dalla convinzione che il male dell’Italia sia un eccesso di democrazia. I cittadini conterebbero troppo, il parlamento sarebbe troppo incisivo, i diritti dei lavoratori troppo garantiti, gli enti locali più vicini al territorio (le Regioni) troppo potenti. Ecco dunque la ricetta: far votare meno i cittadini (per esempio togliendo loro il potere di eleggere il Senato, che tuttavia continuerà a fare le leggi), far contare meno i loro voti (a questo serve l’Italicum), accentrare tutti i poteri in capo al governo di Roma (ecco il nuovo Titolo V della Costituzione), e così via. Nel momento in cui gli italiani sono chiamati a decidere se dar corso o meno a questa cura da cavalli, hanno il diritto di conoscere i titoli e il curriculum dei medici che la propongono.

Ora, la domanda è: possiamo fidarci del medico JP Morgan, e della sua ricetta? Davvero dobbiamo cambiare il sistema di garanzie democratiche costruite dopo il fascismo perché ce lo chiede una banca condannata a pagare una multa da 13 miliardi di dollari per aver piazzato pacchetti finanziari inquinati, ed aver quindi contribuito ad innescare quella stessa crisi che ora ci spinge a cambiare la Costituzione?

Io non credo. Sono d’accordo, invece, con ciò che un perfetto coetaneo e compagno di partito di Napolitano -Alfredo Reichlin- ha scritto sull’Unità del 30 settembre: “A me questo non sta bene. È chiaro? Io ho preso le armi per dare all’Italia un parlamento. Io ricordo i tanti che allora volevano un regime politico più “avanzato” nel senso di dare poteri più diretti al popolo (i CLN). E ricordo la risposta di Togliatti: no, il Pci vuole una repubblica parlamentare. E su ciò si fece la Costituzione. Il parlamento funziona male? Sì, ma solo il parlamento è lo specchio del paese, è la casa di tutto il popolo “ricchi e poveri, borghesi e proletari”. Non è la privativa di nessuno. Di nessuno: nemmeno della JP Morgan. O dei suoi consulenti.

Huffingtonpost, 5 Ottobre 2016

2 commenti

  • OLTRE IL PESSIMO SI E LO STERILE NO, PER NON SFASCIARE DEL TUTTO IL PAESE, PERCORRIAMO UNA VIA COSTITUZIONALE IN DISCESA

    C’è una via bellissima, perfettamente percorribile e in discesa per
    ricondurre tutto a un momento esaltante per il Paese. L’accesso è poco visibile, ostruito dall’incredulità, mascherato da falsi preconcetti, e purtroppo chi lo indica insistentemente, non ha nessuna paletta, ne divisa autoritaria, ne riconosciuta autorevolezza, e nonostante si sbracci da tempo, trova pochi curiosi o umili pronti a dare un’occhiata e a dire: ” Che bella! Condivido! Ma vanno tutti di là..!”

    Si tratterebbe di dare corpo ad un’agenda di proposte, bollinata da Rodotà, Settis, Zagrebelsky e assimilabili, da accostare parallelamente ad un NO CHIARO FORTE E TONANTE, non affidate a editoriali e libri, ma da porre duramente sul piatto nella forma Costituzionale degli artt. 71 e 50 in congiunzione sinergica, rafforzate, se del caso, con l’art. 40, e affidate ad una Sovranità Popolare Realizzata, non solo enunciata, per proporle/imporle, “coram populo”, al Parlamento.

    Tale agenda potrebbe:
    - aggiungere al NO una sinergia sicuramente vincente giacchè smonterebbe ogni spunto propagandistico del PdC e dei vari catastrofisti, perchè le riforme saranno fatte più numerose e migliori
    - richiamare la gioventù che non si vede ai dibattiti sul NO, giacchè pare difficile che possa vedere in una negazione dura e pura una prospettiva interessante, capace di incidere su disoccupazione, precariato, vaucher, emigrazione, pensioni incerte ma misere
    - tenere unita la Cittadinanza ricompattando la metà che aspira a buone riforme con quella che si accontenta persino di questa
    - ricomporre la frattura che si delinea anche nella cultura progressista
    -rilanciare autorità e autorevolezza della Carta proprio col suo esercizio diretto, blindando non tanto la lettera, ma, più importante, il suo Spirito Originale ed Autentico, la sua Essenza.
    - annichilire l’arroganza della “casta” del SI e del NO (Salvini, Brunetta,etc)
    - rilanciare il concetto di Sovranità Popolare
    - recuperare un minimo di dignità di Cittadinanza
    - andare oltre le sole riforme Costituzionali per dare soddisfazione alla Cittadinanza che non è tanto sensible ad essa, quanto ai temi che toccano la vita quotidiana, le spese assurde e superflue della politica, una legge elettorale non fatta da una maggioranza per la conservazione del potere, una legge anticorruzione non fatta da corrotti e corruttori, una riforma fiscale equa, etc.

    Ho avuto occasione di sottoporre l’ipotesi a diversi proff del Comitato del NO sia direttamente che per rmail, una decina ha espresso appezzamento, condivisione, un paio persino entusiasmo. Ma non un’adozione operativa adducendo tempi ormai troppo stretti o altro: motivi che non condivido perchè anche solo l’avvio della pratica darebbe effetti dirompenti!

    Auguri per una grande WOODSTOCK (by “il Fatto Q.) per andare oltre il NO con la Rivoluzione…

  • Stamattina, guardando alla 7 L’aria che tira ho sentito una masnada di personaggi politici e no, tutti dalla parte del si al referendum. L’unico Tomaso Montanari ha criticato l’andazzo attuale in cui sembra che per risolvere il problema del referendum basti cambiare la legge elettorale. Infatti non e’ cosi’ perche’ i politici, cambiando la costituzione, vogliono farci passare sopra la testa le loro decidioni senza doverci chiedere la nostra opinione. E’ proprio vero che i politici vogliono governare contro la popolazione che per loro e’ solo un fastidio. Professor Montanari lei e’ davvero un galantuomo e lei che puo’ faccia sentire il piu’ possibile la sua voce. Grazie.
    Enrica Silvia Boella

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