Dialettica del #ciaone. Ritratto di una classe politica nell’era della decadenza

Dialettica del #ciaone. Ritratto di una classe politica nell’era della decadenza

Il referendum sulle trivelle e il dibattito sull’orientamento energetico dell’Italia è finito seppellito da un #ciaone. L’hashtag utilizzato in un tweet da Ernesto Carbone, 41 anni, cosentino, parlamentare e membro della segreteria del Pd, ha scatenato sui social una guerra di “cinguettii”, tanto da diventare uno dei trend topics della giornata di consultazione referendaria. “Prima dicevano quorum -ha scritto Carbone a urne aperte- Poi il 40. Poi il 35. Adesso, per loro, l’importante è partecipare #ciaone”.

Politica politicante si diceva una volta, per intendere quella dei politici di professione: la descrivevano così Gaspare Barbiellini Amidei nel 2001 e Luciano Gallino nel 2005; era “l’unica degna di esistere” secondo Lino Jannuzzi nel 2007. Sembra passata un’intera era geologica, non poco più di decennio, peraltro da non rimpiangere. La politica politicante (calco dell’espressione francese politique politicienne) oggi è solo una politica farneticante, un lontano ricordo in chi ancora la memoria ce l’ha, considerato che è più che sufficiente l’hashtag di un tweet per liquidare un’intera posizione ideologica.

Del resto, se un argomento proposto da nove Consigli regionali italiani e votato da 15 milioni di persone (13 per il sì e 2 per il no) è riassunto (e bollato) da un derisorio e cialtronesco “ciaone”, prescelto da Carbone per rivendicare -a suo dire- il proprio legittimo diritto di fare “polemica politica”, è tutto molto molto più facile. La politica diventa una burletta, per ammissione dei suoi stessi componenti/burattini, e la scampagnata fuori porta, al posto della giornata di voto, un’opzione ragionevolissima, come aveva proposto lo stesso presidente del Consiglio, ed altri prima di lui nel solco di una gloriosa tradizione italica. Il premier -per una volta in linea col suo stesso pensiero- non si è effettivamente recato alle urne, dando così agli italiani un fulgido esempio istituzionale di senso del dovere civico, nonché di lungimiranza elettorale, avvantaggiandosi dell’asset fornito da un rappresentante supertitolato della scena pubblica, il presidente emerito Giorgio Napolitano.

Fin qui il riassunto di un referendum da dimenticare. E ora? Ciaone non è un insulto, beninteso: al massimo un animale mitologico degno della nostra epoca, un sarchiapone politico fuori luogo e fuori tempo massimo, una gaglioffata si sarebbe commentato un tempo. Nulla più di uno scivolone. Ha tuttavia il merito di offrire il ritratto di un’intera classe politica ‘giovane e rampante’, quella del ciaone appunto, nutrita di questo nulla impastato col niente. “Io non sono pentito” racconta poi Carbone: e di cosa dovrebbe pentirsi dal momento che ha solo dato sfogo al proprio modo di essere e sentire? “Certi hashtag sono noiosi: questo mi sembrava più divertente”. Con le sue parole il parlamentare sottolinea involontariamente un’altra realtà più profonda: l’attività ludica è motore propulsivo dell’odierno ‘pensiero’ politico e del suo conseguente fare, sgangherato, sciatto, al più dadaistico.

Carbone, che nel Pd è responsabile pubblica amministrazione e Made in Italy (campi in cui il proditorio saluto calza a pennello, acquisendo persino un valore profetico: dimmi come  saluti e ti dirò chi sei e da dove vieni), si era già distinto nelle cronache di palazzo grazie ad atteggiamenti non proprio oxfordiani. Più tardi in giornata, l’elegantone ha finto di ravvedersi tentando -sempre via twitter e altrettanto maldestramente- di contenere gli effetti perniciosi della sua entusiastica sparata: “Rispetto sempre per gli italiani, che votano o non votano, ma il #ciaone ai promotori di un referendum inutile ci sta tutto”. Insomma, assolutamente sì, dalla padella nella brace, viva il pernacchio: mi pagate pure per questo.

A criticarlo sono stati avversari politici e dissidenti dem, Gotor e Grasso, ma anche militanti del Pd che non hanno votato al referendum, recependo la direttiva del loro leader. Ovviamente c’è stato anche chi, invece, ha molto apprezzato la battuta, come dimostrano i “mi piace” e i “retweet”, tra cui quelli di altri renziani favorevoli alla dialettica del ciaone, ad esempio, Davide Faraone (sottosegretar-ione? all’Istruzione), Pina Picierno e Michele Anzaldi. “Me l’ha insegnato mia figlia”, ha aggiunto il padre deputato in un’intervista nella quale si è dichiarato per niente dispiaciuto, tanto che “lo rifarebbe”, come molti altri, da qualche tempo, nel Pd. “Non capisco in cosa abbia sbagliato “. Ecco, anche se usa il congiuntivo, non capisce.

Al di là dell’interesse polemico dei media e dello scherzo da osteria, oltre il tiè buffonesco e lo sfottò lapidario e rivelatore, resta il fatto che se il cittadino domanda “da chi siamo governati?” sta diventando sempre più difficile offrire una qualche risposta sensata. Al massimo un ciaone, che misura in “wow!” la temperatura della tensione ideale. Che cosa è dunque oggi la politica? Parafrasando Shakespeare, “It is a tale told by an idiot, full of sound and fury, Signifying nothing!”, un racconto narrato da un idiota, pieno di rumore e di furia, che non significa nulla! Ma allora, forse, a questo allude la narrazione renziana… Ed è tutto.

 

2 commenti

  • “La nostra Costituzione – ripeto: se la sappiamo leggere – è come un serbatoio che racchiude quelle energie, alle quali possiamo attingere nei momenti di difficoltà.” (G. Zagrebelsky),

    Credo che “solo opponendosi”, solo “frenando”, riusciremo solo ad offrire al PdC ed ai suoi fans, facili strumenti di propaganda da sparare con l’imponente armamentario massmediatico nella loro disponibilità.

    Suggerirei un percorso diverso, con la Sovranità Popolare REALIZZATA, non solo enunciata, che con l’uso congiunto e sinergico degli artt. 50 e 71, “impone” al Parlamento una lista di progetti di legge e riforme, da discutere ed approvare in modo conforme. Lista redatta dalla miglior elite del Paese, quella emarginata dalle istituzioni e dalla politica, irrisa e da rottamare, ma ancora depositaria di quella affidabilità che l’elettorato astenuto non trova nelle liste elettorali.

    Credo che solo con “più riforme e migliori”, anche costituzionali da avviare, potremmo battere l’arrogante e la casta.

    Avviare questo percorso, offrire alla Cittadinanza, quella che al 95% ha perso ogni residuo di fiducia nella politica e giustamente rancorosa , la possibilità di “bastonare” la casta con la Costituzione e realizzare riforme davvero per il bene comune, farebbe diventare una passeggiata il NO al referendum oppositivo!

    “…Cambiamola questa nostra Italia. Facciamola nuova. Non ricostruiamo macerie su macerie.
    Si chiama, in gergo tecnico politico, “rivoluzione”. Non saremmo i primi ne gli ultimi a invocarla, profonda, convinta, serena, esigente, libera e giusta”. (Sandra Bonsanti)

    “Rivoluzione” non è sinonimo di “fucili e forconi”, ma solo di cambiamento ampio, profondo e in tempi contenuti: non dobbiamo aver paura delle parole e neppure di volare.

    “La Costituzione vive dunque non sospesa tra le nuvole delle buone intenzioni, ma immersa nei conflitti sociali. La sua vitalità non coincide con la quiete, ma con l’azione. Il pericolo non sono le controversie in suo nome, ma l’assenza di controversie. Una Costituzione come la nostra, per non morire, deve suscitare passioni e, con le passioni, anche i contrasti. Deve mobilitare”. (G. Zagrebelsky).

    “Rivoluzione Costituzionale e Gloriosa” vuol dire liberare tutto il potenziale progressista della Carta nella perfetta legalità dei limiti e delle forme del suo Spirito Originale ed Autentico.

    Paolo Barbieri

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