Boschi sotto assedio: i fischi, l’incubo Cancellieri e i veleni Pd

Boschi sotto assedio: i fischi, l’incubo Cancellieri e i veleni Pd

 

Non passa giorno in cui qualcuno non faccia arrivare alle orecchie di Renzi una domanda: “Matteo, ma che differenza c’è tra il caso Boschi e quello della Cancellieri?”. A chiedere le dimissioni del ministro della Giustizia del governo Letta per l’aiuto a Giulia Ligresti, furono allora l’attuale premier. E Maria Elena Boschi. Due anni e mezzo dopo, con l’indagine per bancarotta fraudolenta a carico di suo padre, lei un passo indietro non lo fa. “Non mi dimetto se mio padre è indagato”, aveva chiarito lo scorso 11 gennaio a Otto e mezzo. E a quelle dichiarazioni si attiene. Sono passati tre mesi e mezzo da quando è scoppiato il caso Banca Etruria e “la Mari” (così la chiamano amici e fan) vive sotto assedio. Sono cominciati i fischi: lunedì fuori dall’aula di Economia, alla Sapienza, è stata accolta da un manipolo di contestatori. Il suo staff faceva da scudo umano. La lezione-spot sulle riforme costituzionali, è stata pubblicizzata il meno possibile. Era il giorno dopo la notizia dell’indagine sul padre: non era il caso. Ieri le vittime del decreto salva-banche hanno manifestato a Pontassieve, vicino casa Renzi: l’obiettivo era lei.

 

L’assedio non si materializza in atti concreti, per adesso, ma in un indebolimento costante. “Non si fida più di Renzi, per questo si fa la sua corrente”, racconta un deputato dem. Ieri La Stampa ha fatto i nomi dei “boschiani”: tra loro alcuni deputati come i giovanissimi Marco Donati, Marco Di Maio, Edoardo Fanucci, Francesca Bonomo. E Dario Parrini, il sottosegretario Ivan Scalfarotto, il sindaco di Ercolano Ciro Bonajuto. Senza contare l’amico-guardia del corpo, il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, che la presentò a Renzi e che con lei condivide pure le vacanze, come l’estate scorsa a Formentera. “Maria Elena si muove molto. Ma senza Matteo non va da nessuna parte”, altro commento comune. La corrente è un progettp antico. Ha alcuni rapporti privilegiati a sinistra (come con Migliore e la Di Salvo) e Ncd risponde soprattutto a lei: Dorina Bianchi, Federica Chiavaroli, Laura Bianconi, le fedelissime.

 

Ma a parte gli amici, nel Pd non la amano affatto. Non la minoranza, soprattutto da quando nella trattativa decisiva sulle riforme costituzionali, lo scorso autunno a Palazzo Madama, fu lei a fare le resistenze più forti sulla richiesta di eleggibilità dei senatori. Ma neanche i catto-renziani (Graziano Delrio, Matteo Richetti, persino Lorenzo Guerini, sempre ai margini rispetto ai toscani). “Che ci fai tu qui? Sei del governo, questa è materia parlamentare”, sbottò una renzianissima cattolica, Rosa Di Giorgi, durante una delle ultime riunioni sulle unioni civili. E i Giovani Turchi sono più vicini a Luca Lotti. Con il quale i rapporti sono tesi, da mesi: il sottosegretario mal sopporta chi è troppo vicino al capo. Una guerra di potere tutta interna al Giglio Magico “Ma quale corrente e corrente, è Matteo che le dà una mano”, sono i commenti dei renziani doc.

 

Si torna al punto dei rapporti politici tra i due. Che sono ostentatamente buoni, ma non come una volta. Però, Renzi non si può permettere di scaricarla. E quindi la blinda, la difende. “Senza di lei viene meno la ragione sociale del governo”, confermano un po’ tutti. Lei lo sa. E lo fa pesare. Pensa a un ruolo di punta nel Pd, per avere un’ulteriore copertura rispetto a una vicenda che rimarrà una macchia. “Se pensate di indebolire il governo attaccando me, lasciate perdere”, disse il 19 dicembre durante la sua “arringa difensiva” a Montecitorio, in occasione della mozione di sfiducia dell’M5s. Anche un avvertimento al premier. Ma nei mesi successivi non si è rafforzata: prima c’è stata la sparizione pubblica. Adesso stava tornando sulla scena, con il rinnovato mandato di Renzi a seguire dossier, anche delicati, persino bancari.

 

Ed è arrivata l’indagine. Di fronte alla quale, ha mantenuto un profilo basso, secondo la linea “non cambia niente”. Mercoledì in Senato dovrebbe esserci la calendarizzazione di un’altra mozione di sfiducia, quella al governo: non rischia dal punto di vista dei numeri, ma di nuovo sarà molto esposta. E i suoi nemici ricominciano a sussurrare: Maria Elena se la tira troppo, è arrivata troppo su senza meriti. Le invidie si sprecano. Le valutazioni ricominciano a essere negative, come a inizio legislatura. Negli scorsi mesi erano tutti pronti a tesserne le lodi: “Un animale politico, una vera democristiana, più di Renzi. Brava, intelligente, ironica, coraggiosa”. Adesso, i giudizi si correggono: “È una che studia, è un’esecutrice perfetta. Ma non ha autonomia, è telecomandata, non ha un pensiero politico”. Lei reagisce, ma è sempre più nervosa. Anche perché fino a dove può arrivare la vicenda Banca Etruria non lo sa nessuno.

 

I nemici ricordano: “Ha mentito su un punto cruciale, alla Camera, dicendo che suo padre era vicepresidente di Banca Etruria dal 2014. Invece era nel Cda dal 2011”. E poi si fa notare quell’apologia del padre “contadino”: ora si è saputo che aveva rapporti con la massoneria, che è indagato per bancarotta fraudolenta. “Matteo il referendum se lo gestirà in proprio. La Boschi ormai è soprattutto il ministro dei Rapporti con il Parlamento, le riforme sono state fatte”. È ancora un renzianissimo a ridimensionarla. Perché non si sa mai: Matteo potrebbe un giorno mollarla per salvarsi.

il Fatto Quotidiano, 27 marzo 2016

 

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