P2, se la storia si ripete/Quel giorno del 1988 a Villa Wanda con Licio Gelli

P2, se la storia si ripete/Quel giorno del 1988 a Villa Wanda con Licio Gelli
Era il 27 dicembre del 1947 e a Palazzo Giustiniani Enrico De Nicola, firma la Costituzione italiana. Accanto a lui, in piedi, Alcide De Gasperi e, fra i due, un giovane di 25 anni con una cartella in mano che contiene una copia della nostra Carta. E’, senza forse, il momento più sacro della nostra nascita come Repubblica democratica. Ma il giovane che assiste si chiama Francesco Cosentino, si iscriverà presto alla loggia P2 e con Licio Gelli, una decina di anni dopo la firma solenne di De Nicola, contribuirà alla stesura del “Piano di Rinascita”, documento programmatico della loggia segreta.
Ho sottoposto quella foto che compare su tutti i libri di storia a chi allora conobbe Cosentino: non c’è alcun dubbio, è proprio lui. Ed è questo un particolare tanto inquietante quanto sconosciuto e per niente studiato. Oggi che cerchiamo di fare bilanci sulla P2 io non ho ancora risposte. Se non quella che sin dall’inizio della nostra Repubblica c’era qualcosa che già si agitava nel sottobosco della politica. Tra i sostenitori della Costituzione, c’era già chi era pronto a tradirla con un progetto di «rivitalizzazione del sistema» e ritocchi costituzionali «successivi al restauro delle istituzioni fondamentali».
Questa foto che un giorno mi rendeva tanto fiera, mi pare oggi violentata dal dubbio. Non credo che la commissione P2 abbia sottolineato questo aspetto, ma forse non conosco tutti gli atti prodotti. In sostanza si potrebbe dire che la Repubblica italiana nacque già insidiata dall’interno, da subito. E alla luce di tutto il resto che sappiamo ormai della loggia di Gelli, dei progetti del Venerabile e dei suoi fratelli, verrebbe da concludere che non poteva che andare così, negli anni. E cioè il crearsi e il perpetrarsi di quella malattia che Norberto Bobbio aveva individuato dai primi giorni della scoperta degli elenchi: «Ciò che in un regime democratico è assolutamente inammissibile è l’esistenza di un potere invisibile, che agisce accanto a quello dello Stato, insieme dentro e contro, sotto certi aspetti concorrente, sotto altri connivente, che si avvale del segreto non proprio per abbatterlo ma neppure per servirlo. Se ne vale principalmente per aggirare o violare impunemente le leggi».
Come può difendersi la Repubblica? Si domandava Bobbio. E la sua era come sempre una risposta geniale: «L’unico modo di difendere le istituzioni democratiche è quello di fare quadrato attorno a coloro che non hanno mai avuto la tentazione di sprofondare nel sottosuolo per non farsi riconoscere. Sono molti, per fortuna, ma devono avere il coraggio ed agire di conseguenza».
Mi occupavo di lui da quindici anni almeno, ma non lo avevo mai visto né sentito. Dall’aprile del 1981, quando scoppiò la vicenda P2, era stato sempre in fuga o in prigione. Dunque, quel 21 aprile del 1988 eravamo i primi ad incontrarlo a Villa Wanda: dico noi perché erano due fotografi del Venerdì di Repubblica ad avere un appuntamento per un servizio. Io ero una sorpresa. Lasciai la redazione romana con Giampaolo Pansa che mi raccomandava: «Chiamalo Commendatore..!».
Disubbidii subito rivolgendomi a lui con un sonoro e quasi insultante «signor Gelli». «Ho bagnato di lacrime i suoi articoli», mi disse appena mi presentai. Mi accusava di non aver mai dato la sua versione dei fatti e io gli rispondevo forse un po’ aggressiva: «Ma lei perché è scappato? Di cosa aveva paura?».
Più trascorre il tempo e più mi rendo conto di quanta parte di storia italiana sia passata per Villa Wanda. E ora che lui è morto e Arezzo è diventata improvvisamente la città al centro della polemica politica italiana e si cerca di fare dei bilanci, non resta che ammettere una cosa molto semplice: Licio Gelli è stato il referente più importante degli accordi firmati all’indomani della Liberazione tra gli americani e gli alleati italiani.
L’Italia doveva assicurare una obbediente e efficace difesa dal blocco sovietico e soprattutto che il Pci fosse tenuto lontano dal governo del Paese. Gelli è stato l’alleato più fedele della destra americana e dei suoi servizi segreti. Questo ha comportato l’essere a conoscenza delle vicende più inquietanti e drammatiche della strategia della tensione e anche conoscere e proteggere alcuni responsabili di quei fatti. Inoltre Gelli ha avuto una conoscenza più che diretta di quali personaggi politici italiani sapessero e tacessero. Con ognuno di loro ha avuto per tanti decenni una sorta di patto del silenzio.
Comunque in quel colloquio mi resi conto che non avrebbe mai smentito la conoscenza dei capi politici della Dc, ma gli unici personaggi da cui era interessato a prendere le distanze erano i neofascisti toscani delle cellule di Mario Tuti e di Arezzo, che lui aveva invece incoraggiato e finanziato. Badava a ripetere: «Ma le pare che io che ho convocato tre generali dei carabinieri qui a casa mia, avrei perso del tempo con quei ragazzi?».
Ci si chiede in queste ore se sia veramente finita: se la storia della P2 si chiuda qua oppure no, se ci sia dell’altro, e altri personaggi ancora sconosciuti. Finita mi pare che non sia. Tanto più che ex piduisti, alcuni dei quali molto vicini al Venerabile, sono ancora vivi e vegeti e attivissimi. C’è ad esempio Luigi Bisignani che, giovane giornalista dell’Ansa andava ogni mattina all’hotel Excelsior a fare la rassegna stampa al Venerabile. Ci sono gli epigoni di quella “banda della Magliana”, incrocio fra servizi segreti e criminalità comune che vennero agli onori della cronaca con la fuga a Londra e la morte sotto il Ponte dei Frati Neri del banchiere piduista Roberto Calvi e che oggi spiccano nei racconti di Roma Capitale. E c’è la strana storia del generale Mario Mori che in uno dei processi siciliani per la trattativa tra Stato e Mafia è stato indicato come uno che reclutava adepti per la loggia P2.
Infine, difficile negare che restano in piedi alcuni progetti di quello che fu il “Piano di Rinascita” e che Gelli spiegò nei dettagli nella sua intervista a Maurizio Costanzo sul Corriere della Sera del 1980. La critica alla Costituzione nata dalla Liberazione è ancora quella che si fa oggi per giustificare le riforme del governo. Parola per parola. La storia si ripete, almeno quella della P2.Nell’immagine Licio Gelli e Sandra Bonsanti (foto di Mimmo Chianura, Agf). Era il 21 aprile 1988: Gelli è tornato libero ad Arezzo e chiede -in cambio dell’intervista- di fare una foto con la giornalista che è venuta a Villa Wanda: è Sandra Bonsanti del quotidiano la Repubblica.

il manifesto, 17 dicembre 2015

3 commenti

  • Che la P2 sia finita ha poca importanza. Si domandi piuttosto chi sono coloro che si nascondono dietro alle centinaia di migliaia di provvedimenti illegali emessi ogni anno dai pubblici poteri; se essi siano degli incompetenti o dei corrotti; perché le Alte Autorità fanno orecchi da mercante o prendono apertamente le difese di quei provvedimenti; ecc.

  • L’Italia repubblicana è erede diretta dell’Italia fascista, e ne ha perpetuato molti aspetti, esclusi, forse, i toni più accesi dei proclami ideologici, che sono orpelli e non sostanza. Non stupisca, quindi, che alcune figure abbiano avuto ruoli non secondari nell’una e nell’altra fase storica. Tutto l’impianto della pubblica amministrazione rimase uguale, cambiarono solo i vertici politici, ma erano espressione comunque di uno stesso paese che fino al 1943 era stato tutto fascista e che dal 46 in poi si avviò ad essere a maggioranza democristiana. Invariata rimase anche la legislazione di base, i quattro codici, che furono promulgati in epoca fascista, ma furono scritti da figure come quella di Piero Calamandrei e Filippo Vassalli che in epoca repubblicana furono viste come paladini dell’antifascismo. Non c’è nessuna mistificazione, dunque, nel trovare le stesse persone in ruoli di primo piano nell’una e nell’altra fase. Piuttosto trovo incomprensibile che i contenuti della purezza repubblicana debbano rinvenirsi negli scritti di Bobbio, che in epoca fascista scrisse al duce parole di vicinanza, così come altri paladini dell’Italia repubblicana non erano immuni da vicinanza ufficiali al regime, come Giorgio Napolitano, Aldo Moro, Giorgio Bocca e chissà quanti altri ancora. Naturalmente il richiamo alle vicissitudini di figure di altissimo spessore morale e culturale come quelle indicate non vuole sminuirne il profilo, ma vuole piuttosto servire a chiarire, ancora una volta, che sotto il fascismo come in epoca repubblicana l’Italia era sempre la stessa, il popolo era quello, le figure anche. Cambiò qualcosa in alcuni ruoli politici, ma non cambiò la struttura della pubblica amministrazione e, soprattutto, non cambiarono gli italiani. Ci furono degli avvicendamenti nella fruizione dei privilegi di Stato, i comunisti si sostituirono ai camerata per ottenere provvidenze di stato o posizioni parassitarie, ma la sostanza non cambiò.

  • Pur tenendo conto delle circostanze, devo ammettere che mi fa un certo effetto, negativo, vedere Sandra Bonsanti prendere a braccetto licio gelli

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