Riforme, discorso sul metodo

Costituzione_330pxMerita chiarire subito: le riforme costituzionali e, segnatamente, il bicameralismo differenziato e la revisione del titolo V s’hanno da fare presto e bene. Di più: mai come oggi esse sono alla nostra portata dopo decenni di chiacchiere inconcludenti. Ancora: saggiamente ora ci si accinge a farlo nel pieno rispetto delle procedure stabilite dall’art. 138, avendo abbandonato l’infelice idea di derogarvi, adottando un percorso di incerta legittimità costituzionale e, come poi si è dimostrato, paradossalmente più complicato, farraginoso e… sterile. Infine, sono convinto che, dopo un tempo di inutili e opposti irrigidimenti, vi siano le condizioni per varare una buona riforma del Senato quale Camera delle regioni e delle autonomie. Ciò detto, giova tornare al discorso sul metodo. Se ne può ricavare una lezione per oggi e per domani. Il metodo non è indifferente rispetto ai contenuti e alla loro qualità. In tema di Costituzione il metodo è un corollario dell’idea di Costituzione cui ci si ispira. Chi la intende come patto di convivenza, come legge fondamentale (espressione cara ai tedeschi), come tavola dei principi, dei diritti e delle regole che presiedono alla vita della comunità politica, non può che ricavarne qualche nota di metodo quando ci mette mano.

Primo: la conoscenza e, di riflesso, la competenza su materia di natura sua complessa, non priva di una tecnicalità da rispettare e padroneggiare. Se ci si fosse ispirati da subito a tale criterio ci saremmo risparmiati incomprensioni e conflitti. Sarebbe bastato interpellare gli studiosi più accreditati per non incappare in errori marchiani del tipo dei 21 senatori di nomina presidenziale, di una sovrarappresentanza dei sindaci, di un Senato ove Lombardia e Molise avessero lo stesso peso. Certo, a tal fine, non ha giovato la polemica con i “professoroni”. Nè ha giovato il mantra un po’ qualunquistico secondo il quale ai cittadini nulla importa dei “dettagli” enfatizzati dai politici che hanno mosso critiche. Chi sta in parlamento è sì un cittadino, ma con qualche responsabilità in più, specie su materia costituzionale.

Secondo: la natura sistemica delle riforme costituzionali. Esemplare il caso delle Province. Comprendo l’esigenza di trasmettere subito un messaggio di sobrietà e di razionalizzazione, ma l’idea di riformare le Province a Costituzione vigente è una sorta di acrobazia istituzionale. Essa riflette un altro limite di approccio e di metodo: quello di iscrivere l’arduo e complesso compito di riformare lo Stato sotto la voce “riduzione dei costi”. Che è certo un problema, ma non il problema cui tutto sacrificare. Vale anche per l’ossessione sull’indennità dei senatori.

Terzo e soprattutto: la confusione tra prerogative del governo e compiti del parlamento. Quella costituzionale è competenza schiettamente parlamentare. Il governo può stimolare e accompagnare, non sostituirsi alle assemblee elettive. Proprio perché la Costituzione è patrimonio comune e s’ha da discuterne con tutti. Non è con questo argomento che Renzi ha motivato l’intesa con Berlusconi in risposta ai suoi critici?

Quarto. Sulla scorta delle suddette premesse, sarebbe utile invece non abusare di due argomenti invocati in verità da taluni renziani oltranzisti più che dallo stesso Renzi: l’investitura delle primarie PD e la disciplina di partito e di gruppo. Fu lo stesso Renzi a riconoscere onestamente il carattere generale (generico) del mandato conferitogli dalle primarie di partito: quello di dare a un nuovo leader PD un’estrema chance (“proviamo anche questo”, tradusse lui stesso). È una oggettiva forzatura attribuire a quel voto (di partito) il senso di uno specifico mandato a una specifica riforma costituzionale. Così pure sorprende leggere il richiamo alla disciplina di partito di parlamentari libertari come Giachetti e Scalfarotto. È a dir poco discutibile e persino vagamente clericale la loro tesi secondo la quale, non essendo la revisione costituzionale materia assimilabile alla bioetica, su di essa non sarebbe autorizzata la libertà dei singoli parlamentari, ma si imporrebbe uno stretto vincolo disciplinare di partito. Conosco e riconosco il valore della solidarietà di partito e gli impegni conseguenti ad adoperarsi per propiziare comportamenti unitari, ma, in punto di principio, su materia costituzionale si potrebbe argomentare la tesi opposta a quella degli improvvisati oltranzisti: e cioè che i principi laicamente non negoziabili sono semmai quelli scolpiti in Costituzione e che dunque non è affatto sicuro che su di essi si possa esigere un vincolo disciplinare che invece non varrebbe sulle questioni cosiddette eticamente sensibili. Una bella disputa, che qui non posso svolgere, ma che suggerirebbe una qualche cautela ai pretoriani del premier che non gli rendono un buon servizio.

6 commenti

  • Spiace dover dissentire da Franco Monaco, ma l’ assunto di partenza della sua riflessione sembra dare per scontato ciò che , invece, scontato non può e non deve essere – la legittimità, cioè, di questo Parlamento a fare le riforme costituzionali – perché questo punto, delicatissimo quanto sottovalutato ( per non dire ignorato ), vizia in modo grave qualsiasi programma di revisione costituzionale, almeno quanto lo viziava – in modo altrettanto insanabile – l’ osceno progetto, poi rientrato, di derogare alle procedure ex art.138,Cost.
    Monaco sa benissimo che le reali intenzioni di questi ‘ aspiranti costituenti ‘ non si limiteranno certo alla opportuna abolizione del bicameralismo perfetto o ad una revisione , altrettanto opportuna, del Titolo V. La foga ‘ riformatrice ‘ finirà col riguardare oltre la metà degli articoli di cui consta la Carta, di fatto stravolgendola e spianando la strada al premierato forte o a un semipresidenzialismo senza contrappesi .
    Sarebbe interessante, quindi, che Monaco ci dicesse in base a quale ardita interpretazione della sentenza sul Porcellum, un Parlamento eletto con una legge che ” ha ferito la logica della rappresentanza consegnata nella Costituzione ( 5.1) “ possa avere le carte in regola per modificare la Costituzione in una direzione che – è a tutti evidente – ferisce ulteriormente la logica della rappresentanza fino a declassarla ad un… lusso che non ci possiamo permettere : per i costi eccessivi, per la farraginosità dell’ apparato burocratico che la rende possibile , per l’ assunto – tutto da dimostrare – che un doppio controllo legislativo ritarderebbe e, anzi, ostacolerebbe l’ efficienza – sempre virtuosa – del potere esecutivo.
    L’ obiettivo, neanche tanto nascosto, di questi ‘ ultras della governabilità ‘ , quindi, è quello di conferire all’ esecutivo poteri sempre maggiori ( anche in virtù di una investitura popolare : la cosiddetta democrazia plebiscitaria di cui queste ultime primarie sono state una sorta di ‘ prova generale ‘ ) e sempre meno controllati. Perché, da un lato, avremmo un Parlamento sempre meno rappresentativo e, quindi, sempre più esposto al ricatto – da parte del ‘ premier ‘- di essere mandato a caso se non sufficientemente ‘ in sintonia ‘ con i voleri dell’ esecutivo. E, dall’ altro, realizzando anche in questo l’ antico progetto piduista, avremmo una magistratura inquirente sottoposta al potere esecutivo , il cui manovratore non ammetterebbe più di essere disturbato da PM in cerca di protagonismo e visibilità.
    Vorrei tanto sbagliarmi ma se è vero, come credo che sia vero, che il buon giorno si vede dal mattino, l’ inizio quasi ‘ isterico ‘ dell’ ex sindaco di Firenze, tradisce la chiara volontà di non tenere in alcun conto il monito della Corte Costituzionale che, pur riconoscendo il grande valore della governabilità , ci ricorda che essa non può costarci troppo cara, in termini – s’ intende – di tenuta democratica dell’ intero sistema. E’ troppo chiedere a Franco Monaco di farsi promotore dello scioglimento anticipato del Parlamento più delegittimato della storia repubblicana ( visto che si è macchiato anche della vergogna di non essere riuscito ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica ) e – se proprio queste riforme costituzionali sono davvero così urgenti e indifferibili – che si batta perché questo delicato compito ‘ costituente ‘ sia affidato ad un Parlamento eletto con un sistema elettorale più rispettoso delle minoranze ?
    Giovanni DeStefanis, LeG Napoli

  • Sulla legittimità di questo parlamento di operare una qualsiasi revisione costituzionale concordo pienamente con Giovanni de Stefanis. Inoltre vorrei che deputati e senatori di tutti i partiti seduti nelle aule parlamentari ricordassero l’art 67 della costituzone che esplicitamente stabilisce che : Ogni membro del parlamento … agisce senza vincolo di mandato .La libertà ,sig Franco Monaco,non è condizionabile alla solidrietà di partito,e che come anche lei riconosce si è obbligati in primis al rispetto dei dettami costituzionali ai quali si giura fedeltà nel momento di assumere l’incarico parlamentare.

  • Impossibile non essere d’accordo con Giovanni De Stefanis. Trovo altresì a dir poco ripugnante, come ricordava la Bonsanti, la diffusa opacità sul processo di riforme, patteggiate ora al Nazareno, ora a cena a Palazzo Chigi, con Berlusconi e Letta. Sinceramente sarei molto più sereno se i lavori fossero pubblici, portati avanti da un’assemblea costituente eletta in piena legittimità, e se ad essa partecipassero personalità quali Rodotà, Zagrebelsky, Bonsanti, Carlassare.. che forse hanno qualcosa in più da dire rispetto ad un pregiudicato e ad un amnistiato per finanziamento illecito ai partiti.

  • E’ chiaro che esiste questo problema (Giovanni de Stefanis) di fondo che non consente alcuna iniziativa sulla Costituzione, altrimenti sarebbe una seplice prova di forza contro lo Stato e contro la Costituzione. Ma quello che mi stupisce quando leggo articoli di certe persone. Oggi E.Scalfari nel suo domenicale scrive di tutto e il contrario di tutto contradicendosi in maniera invereconda! Per esempio oggi ritiene che le nuove proposte sulle riforma costituzionali in disussione nella commissione parlamentare siano accetabili, e non menziona mai il vero artefice delle proposte ovvero Berlusconi. Infine ha ricevuto anche la telefonata da Renzi il giorno del suo compleanno ed è stato molto contento oltre che meravigliato.

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