Stato-mafia, depone Giovanni Brusca “Riina mi disse, il papello è finito a Mancino”

“Nel Natale 1991, Riina convocò a Palermo una grande riunione della Cupola: in quell’occasione ci annunciò che i politici ci stavano tradendo. E dovevamo romperci le corna”. Giovanni Brusca, oggi collaboratore di giustizia, era fra gli invitati di quel summit: “Sapevamo che il maxiprocesso sarebbe andato male in Cassazione, anche per l’interessamento di Giovanni Falcone, che aveva fatto ruotare i componenti del collegio giudicante, sottraendo la presidenza al giudice Carnevale. Lima e Andreotti non avevano mantenuto le promesse”. Così nacque la strategia stragista del 1992: prima con l’omicidio di Salvo Lima, poi con le stragi Falcone e Borsellino. “Riina diceva che ad Andreotti dovevamo rompere le corna, ostacolandolo, non facendolo diventare presidente della Repubblica. E ci siamo riusciti, anche anticipando la strage Falcone. Dopo il 23 maggio, Riina mi disse: con una fava abbiamo preso due piccioni”.

Brusca racconta che nei piani di morte di Riina c’erano anche Mannino e Martelli. “Il primo, perché non si era interessato dell’aggiustamento del processo per l’omicidio del capitano Basile”.

Il terminale della trattativa
Racconta ancora Busca: “Venti giorni dopo la strage di Capaci, vidi Riina a casa di Girolamo Guddo. Mi disse che aveva fatto un papello di richieste, per fare finire le stragi”. Qualche giorno dopo, Riina informò che era arrivata una indicazione: “Mi spiegò che avevano risposto, fecero sapere che le richieste erano assai. Ma non c’era una chiusura. E a questo punto Riina mi fece il nome di Mancino, la richiesta era finita a lui, così mi fu spiegato”. Su domanda del pm Roberto Tartaglia, Brusca ha precisato che “da lì a poco Mancino diventò ministro”.

Di Matteo non va in aula
Dopo l’ultimo allarme legato alle nuove minacce lanciate dal boss Totò Riina, il pm Nino Di Matteo ha deciso di non partecipare all’udienza sulla trattativa Stato-mafia che si sta svolgendo a Milano.

In aula  ci sono i giudici del processo di Palermo. A rappresentare l’accusa il procuratore di Palermo Francesco Messineo, l’aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.

Davanti all’aula bunker di Milano, un gruppo di cittadini ha organizzato un sit-in di solidarietà per il magistrato minacciato da Riina. I manifestanti esibiscono lo striscione con scritto “Milano sta con Di Matteo”. In aula, il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore.

Apprendistato di mafiosa
“Da adolescente portavo i viveri al latitante Leoluca Bagarella, poi la mia partecipazione in Cosa nostra è stato sempre un crescendo. Sono stato affiliato formalmente nel 1975 prima dell’omicidio del colonnello Russo al quale ho partecipato.  La mia combinazione ha seguito le regole tradizionali del rito dell’affiliazione: hanno bruciato la santina, Riina mi ha punto il dito. Lui era il mio padrino. Mi hanno insegnato che prima veniva Cosa nostra, poi il resto. Io questa regola l’ho seguita”. Comincia raccontando la sua carriera criminale Giovanni Brusca, il pentito che sta deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia.

Brusca è teste, ma anche imputato nel procedimento in cui è accusato di minaccia a corpo politico dello Stato. Stessa imputazione per gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, per i boss Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e l’ex politico Marcello Dell’Utri. Risponde invece di falsa testimonianza l’ex ministro Dc Nicola Mancino, mentre Massimo Ciancimino è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il nome di Dell’Utri
“Decisi di dire anche quel che avevo fino ad allora taciuto dopo un incontro con la sorella del giudice Borsellino, Rita, che mi chiese di sapere tutta la verità sulla morte di suo fratello”. Anche questo particolare ha rivelato Giovanni Brusca parlando della sua travagliata scelta di collaborare: il nome di Marcello Dell’Utri, Brusca lo fece solo dopo l’incontro con la Borsellino. In particolare, il pentito ha raccontato del tentativo di contattare Dell’Utri tramite il boss Vittorio Mangano per ottenere benefici per i detenuti.

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