I fratelli Taviani tornano a Rebibbia

Rebibbia“Tutto è nato dall’insistenza di un’amica, che da tempo voleva che vedessimo uno spettacolo della compagnia di Rebibbia, finché non abbiamo ceduto, pensando di fare un’opera buona. E invece io e Vittorio siamo uscito turbati dalla bellezza e dalla potenza di quei dialoghi”.
Sono in macchina con Paolo Taviani e dobbiamo passare a prendere il fratello per andare a Rebibbia a inaugurare la targa in marmo che ricorda il loro film “Cesare deve morire”.
E poi?
“Beh, un’emozione così non potevamo tenercela per noi e subito ci è venuta l’idea, la voglia, l’urgenza di fare un film”
“Abbiamo mischiato tre qualità di sangue – interviene Vittorio, salito a Trastevere – il nostro, quello di chi vive la pena e quello di Shakespeare, un miscuglio di passione e decompressione, che ha liberato un’energia emotiva che non pensavamo”.
Perché il bianco e nero?
“Perché il colore è la realtà, mentre il bianco e nero è l’evocazione, l’astrazione. Volevamo togliere il chiasso dei colori per rendere intimo questo dramma senza tempo”.
Vi siete mai trovati in difficoltà a dirigere attori così “atipici”?
“No, sono dei veri professionisti – fa  Vittorio – ma una volta l’ho fatta grossa. Nella scena dell’uccisione, ho detto a un attore, guarda, qui devi esprimere tutta la pazzia istintiva che porta un uomo ad uccidere un suo simile. Lui mi ha detto che avrebbe fatto del suo meglio ed è stato bravissimo. Solo dopo ho saputo che nell’altra vita – come dicono loro – era stato un pluriomicida”.
Arriviamo, ci sono i rappresentanti delle autorità, delle guardie, la stampa e dopo tre cancelli raggiungiamo lo spazio davanti al teatro, dove ci aspettano gli attori detenuti.
Ci sono brevi dichiarazioni, sempre più vere, sempre più toccanti.
“Io – fa un protagonista del film – solo quando è finito tutto ho capito che recitare è un modo per ricostruire la mia vita. Per dargli un senso anche nel “fine pena mai”. Per farmi perdonare”.
Tutti vogliono che siano  I Taviani  a scoprire la targa, ma loro – con la fermezza dei registi – comandano invece ai detenuti di essere loro a farlo e quando il telo scopre il marmo bianco, partono  gli applausi dei Taviani, delle guardie, delle autorità e degli altri detenuti presenti.
 “In questo luogo – si legge nella scritta in rosso – i detenuti diretti da Paolo e Vittorio Taviani hanno realizzato il film “Cesare deve morire”, dimostrando, insieme,  che la dignità non muore mai e l’arte la illumina”.
 Questo giorno non lo dimenticherò mai.

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