Riforma della Costituzione, chi ha paura dell’articolo 138?

Chi ha paura dell’articolo 138? Sono in molti, evidentemente, tanto da volerlo derogare. E di corsa. Sotto il Titolo VI – Garanzie Costituzionali (nota bene: garanzie costituzionali), c’è la Sezione II – Revisione della Costituzione – Leggi costituzionali, che comprende l’articolo 138, il quale detta le procedure per correggere la Carta, ossia la regola per scrivere le regole. Eccolo.

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti

Certo non nutre timori il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che ha detto “al procedere delle riforme io ho legato il mio impegno all’atto di una non ricercata rielezione a presidente”. Lo ha detto parlando ai nuovi cavalieri del lavoro, titolo che Silvio Berlusconi potrebbe perdere con la decadenza da senatore, diventando un cavaliere disarcionato. “Un impegno – ha proseguito poi Napolitano – che porterò avanti finché sarò in grado di reggerlo, e a quel fine”.

La prossima settimana si terrà in Senato, in seconda lettura, la votazione finale sul ddl costituzionale “Istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali” che – se approvato – deroga alla procedura di revisione costituzionale dell’articolo 138. Un intervento di pura manutenzione, secondo alcuni, che in effetti dimezza da tre mesi a 45 giorni l’intervallo tra le due letture con cui le Camere approveranno la futura legge di riforma. “Quel che dobbiamo fare – è scritto nel ddl costituzionale n. 813 – è esercitare il potere costituito: verificare solo se la parte seconda, sull’ordinamento della Repubblica, sia adeguata ai tempi o viceversa richieda una revisione. Si tratta in particolare di lavorare sulle tre pagine – forma di Stato, forma di governo e bicameralismo – che i padri costituenti, nelle temperie della guerra fredda, consegnarono alla riflessione delle successive generazioni” (www.senato.it).

Questa manutenzione di poche pagine, affidata a un comitato di 42 parlamentari (20 senatori e altrettanti deputati, oltre ai presidenti delle commissioni Affari costituzionali) desta inquietudine e preoccupazione in quanto ha il compito di riscrivere i titoli I, II, III e V della seconda parte della Carta, riguardanti Parlamento, presidente della Repubblica, governo, Regioni, Province e Comuni. In particolare sul ddl in deroga all’articolo 138  i cinque promotori della manifestazione nazionale del 12 ottobre scorso a Roma, “La via maestra”, Lorenza Carlassare, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky hanno lanciato un appello rimasto finora inascoltato: si richiedeva che un numero limitato di senatori della maggioranza non partecipasse al voto in aula per consentire almeno il referendum ai cittadini.

Ora anche il presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, interviene nel dibattito sul 138 con la stessa richiesta: “Confido che i senatori, consapevoli della loro funzione e della loro responsabilità –afferma – si prendano il tempo necessario per riflettere e discutere e facciano in modo che, in ogni caso, sul disegno di legge sia poi possibile dare la parola ai cittadini, col referendum”. L’associazione Libertà e Giustizia, intanto, propone la rilettura del testo del disegno di legge costituzionale con cui Oscar Luigi Scalfaro – nel giugno del 2008 – chiese ‘la messa in sicurezza’ della Costituzione, attraverso un rafforzamento dell’articolo 138, ritenendo che l’impianto fondamentale non potesse essere manomesso da una maggioranza provvisoria.

Scalfaro suggeriva, in primo luogo, che le leggi di revisione costituzionale, oltre che adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni a intervallo di non meno di tre mesi, dovessero essere approvate a maggioranza di due terzi dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione e, poi, che non si facesse luogo a referendum solo nel caso che la legge fosse approvata in seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di quattro quinti dei suoi componenti.

La preoccupazione del Capo di Stato era rivolta a rafforzare ancora di più l’attuale procedura di modifica costituzionale, mentre il governo delle larghe intese la sta aggirando, secondo Libertà e Giustizia. “L’erosione della stabilità costituzionale – si legge nel disegno di legge di Scalfaro – registrata in Italia negli ultimi anni, rappresenta uno degli elementi del clima generale di insicurezza e di smarrimento che prevale nel Paese e uno dei fattori della sua crisi. Recuperare il valore della stabilità costituzionale (della certezza delle regole, delle libertà e dei diritti) e ristabilire il principio della supremazia e della rigidità della Costituzione appare oggi un’esigenza nazionale, uno dei pochi grandi obiettivi che dovrebbero essere condivisi da tutti, indipendentemente dalle collocazioni politiche”.

“La Costituzione è infatti di tutti i cittadini – prosegue il testo – e quindi non può essere nella disponibilità di una parte sola, ancorché pro tempore maggioritaria. E dovrebbe essere condiviso da tutti che porre in sicurezza la nostra Costituzione è un grande atto di pacificazione nazionale”.

Libertà e Giustizia chiede ai senatori Finocchiaro, Amati, Bianco, Casson, Chiti, Filippi, Pegorer, Pignedoli, Zanda e Zavoli – che all’epoca firmarono e presentarono insieme al presidente Scalfaro la proposta di legge e che sono ancora in Senato – che cosa è cambiato da allora. Il disegno di legge firmato da Scalfaro e da tanti di quelli che hanno dichiarato di votare oggi per lo ‘smantellamento’ del 138, parlava dell’esigenza che le riforme costituzionali fossero frutto di “larghe intese fra maggioranza e opposizione”. Oggi invece – ricorda l’associazione – le larghe intese riguardano soltanto i due partiti di maggioranza. Da allora l’unico cambiamento è consistito nel fatto che “l’opposizione parla nelle affollate piazze dei cittadini e nelle deserte aule parlamentari senza essere ascoltata”.  E’ davvero così?

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