Lo scavezzaColle

Silvio Berlusconi vuole passare alla storia come un moderno costituente. L’uomo di Arcore, infatti, si è autocandidato a guidare la Convenzione che dovrà modificare la Carta da qui al prossimo anno e mezzo. Portando a casa magari l’obiettivo più ambizioso: il semipresidenzialismo. L’idea della Convenzione – una sorta di Commissione bicamerale – nasce dalla fantasia dei saggi, nominati da Giorgio Napolitano sul finire del suo primo mandato. Ingabbiato nel semestre bianco, annichilito dalla litigiosità dei partiti, alla fine del marzo scorso il Presidente della Repubblica decide di nominare un gruppo di “facilitatori”, col compito di individuare possibili convergenze programmatiche tra le forze politiche. L’ingrata incombenza tocca a dieci persone, scelte direttamente dal Capo dello Stato, tra tecnici e politici in quota Pd, Pdl e Scelta civica. Dai pensieri di Giorgio Napolitano resta fuori il secondo partito d’Italia: il Movimento 5 stelle non trova rappresentanza tra i saggi. I super esperti fanno ciò che possono e stilano un documento conclusivo da presentare al Colle. È in quella relazione che viene concepita la Convenzione. «Il processo di revisione costituzionale, per quanto possibile, deve essere tenuto al riparo delle tensioni politiche contingenti che attraversano quotidianamente la vita del Parlamento e dei partiti», recita saggiamente il documento consegnato nelle mani di Napolitano. «Per questa ragione, il Gruppo di lavoro propone che la revisione costituzionale si compia attraverso una “Commissione redigente mista” costituita, su base proporzionale, da parlamentari e non parlamentari». Come dire: visto che la politica non è capace di trovare una sintesi, meglio cambiare la Costituzione con l’aiuto di personaggi esterni. Nominati da chi?
«L’inserimento di personale non politico modifica il senso di una Bicamerale», spiega a left Valerio Onida, già presidente della Corte Costituzionale, l’unico tra i saggi di Napolitano ad aver espresso parere contrario a questa proposta. «Il fatto che la riforma costituzionale venga affidata a un organismo parzialmente esterno è un indebolimento del Parlamento, l’unico delegato dalla Carta a promulgare le leggi costituzionali».
D’altronde chi oggi spinge sul pedale del presidenzialismo punta a delegittimare il Parlamento: immobile, bloccato dai veti incrociati, terreno di In apertura, Silvio Berlusconi scorribanda dei franchi tiratori. Un vuoto di potere controbilanciato solo dalla capacità decisionale di Napolitano. A capo del partito antiparlamentare
c’è sempre lui: Silvio Berlusconi. Dopo vent’anni di tentativi andati a vuoto, adesso il Cavaliere potrebbe portare a casa il semipresidenzialismo. Cambiando radicalmente l’assetto istituzionale del Paese. Del resto, il governo Letta è frutto di una complicata mediazione tra interessi particolari, fino a un mese fa irriducibili, che adesso hanno deciso di remare tutti nella stessa direzione. Ma affinché il governo duri bisogna trattare con Silvio
sulle riforme. Il neopresidente del Consiglio ha tenuto a sottolineare fin da subito il carattere vincolato
del proprio esecutivo: 18 mesi per realizzare le modifiche costituzionali oppure tutti a casa. Eppure, secondo la Carta, le riforme spettano al Parlamento e a nessun altro. Oggi però la retorica dell’urgenza è diventata la mannaia con cui tranciare ogni dialettica e anche sul mandato costituzionale si può soprassedere. In barba all’articolo 138 della legge fondamentale, che recita: «Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni a intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione». Da domani invece sarà la Convenzione a proporre i cambiamenti costituzionali. La nuova Bicamerale non avrà niente a che fare con le precedenti, visto che potranno parteciparvi anche soggetti esterni al Parlamento. Chi, da non eletto, potrà far parte della Convenzione non è dato ancora saperlo. Si sa, invece, che Silvio Berlusconi ha proposto la propria candidatura come guida del futuro organismo di revisione. L’uomo che sogna il presidenzialismo da sempre. Del resto, il dibattito su un capo plenipotenziato non appartiene più solo alla destra. Nel Pd ormai se ne discute da anni e Matteo Renzi, in nome del nuovo che avanza, ha sentenziato un definitivo «sì» all’opzione. Seguito a ruota dal segretario dimissionario Pier Luigi Bersani. Una svolta probabilmente suggerita anche dall’autorevolezza di Napolitano, che ha dimostrato come un uomo solo sia in grado di prendere scelte difficili.
I membri della Convenzione dovranno confezionare un pacchetto di riforme costituzionali da proporre al Parlamento. Che non potrà nemmeno emendarle: prendere o lasciare. «Il rischio è che questa Convenzione scivoli verso una riscrittura totale della Costituzione e che si arrivi a un pacchetto di riforme preconfezionato», continua Valerio Onida. «Secondo me, le riforme costituzionali vanno fatte in modo mirato, così che l’elettorato – se chiamato a referendum confermativo – possa esprimersi su singole modifiche e non su un unico pacchetto».
E tra le modifiche da proporre potrebbe esserci il ruolo del Capo dello Stato. «Il progetto che ha in testa Berlusconi non è una novità, viene da lontano », dice Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e giustizia. «Il tema del presidenzialismo era in voga già nella Prima Repubblica, arriva da aree molto oscure della nostra storia, fu tirato in ballo anche da Craxi. E ora si dice che finalmente si sarebbero create le condizioni. Ma io mi chiedo: Che senso ha? In che cosa cambia la vita degli italiani? Il presidenzialismo aggiunge solo il rischio rappresentato
da un uomo solo al comando». Quando si tratta con Silvio Berlusconi si sa come si comincia, ma non dove si arriva. «È paradossale. Proprio la persona che più di tutti ha sferrato attacchi contro la Costituzione si candida come presidente della Convenzione destinata a modificarla », polemizza la presidente di Libertà e Giustizia.
Eppure sul presidenzialismo i saggi si erano espressi in maniera netta: «Il Gruppo di lavoro ha ritenuto preferibile il regime parlamentare, ritenendolo più coerente con il complessivo sistema costituzionale, capace di contrastare l’eccesso di personalizzazione politica, più elastico rispetto alla forma di governo semipresidenziale». Tutti d’accordo dunque, tranne uno: Gaetano Quagliariello. Il saggio in quota Pdl, infatti, aveva avanzato qualche riserva rispetto alla stesura di questa parte di documento. Un motivo in più per
promuovere Quagliariello alla carica di ministro per le Riforme costituzionali del neonato governo Letta. Non un dicastero a caso. «Presidenzialismo o semipresidenzialismo sono solo parole, bisogna capire che tipo di sistema si vuole ipotizzare», spiega Valerio Onida. «Io sono per il mantenimento del sistema parlamentare. Anzi, meglio: per la razionalizzazione del sistema parlamentare. Il sistema costituzionale è basato su equilibri delicati, non bisogna alimentare le personalizzazioni. Eliminare dal sistema il vantaggio di avere una figura super partes
sarebbe un grosso regresso». Giudizio condiviso anche da Libertà e Giustizia: «Passare al presidenzialismo significa riscrivere daccapo tutta la seconda parte della Costituzione», dice Laura Bonsanti. «Così si salverebbero giusto i principi fondamentali, i diritti e i doveri dei cittadini e poco altro. Ma nella seconda parte della Costituzione c’è tutto: la forma di governo, l’autonomia della magistratura, la giustizia, la Corte
costituzionale. Tutti campi su cui Berlusconi, negli ultimi vent’anni, ha sempre attaccato violentemente. E su cui adesso il Cavaliere vorrebbe dire la sua con un pacchetto di riforme». Secondo Libertà e Giustizia, il presidenzialismo in realtà è solo un modo per alzare la temperatura della discussione a un livello tale da far saltare il dialogo. «Chi parla di presidenzialismo», conclude Sandra Bonsanti, «non pensa allo scontro che si creerebbe nel Paese tra gli informati e i non informati. Perché è bello e facile fare demagogia sull’elezione diretta del Presidente, senza fornire ai cittadini gli adeguati strumenti per giudicare nel merito».

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2 commenti

  • Sul presidente della repubblica e sul presidenzialismo.

    Nessuno impedisce ad alcuno e tanto meno ai politici e agli accademici costituzionalisti di elaborare anche per l’Italia una riforma che vada nel senso del presidenzialismo.

    Ma giusto come ipotesi di scuola, visto che in sede costituente è stato deciso di adottare per la repubblica democratica italiana il modello di “governo parlamentare”, escludendo l’ipotesi del “governo presidenziale” proprio perché erano ancora vive le ferite di un sistema di governo accentrato in una sola persona e dal quale ci si era appena “liberati” (questo è il significato del 25 aprile).

    Se è vero che la costituzione, come si ama ripetere da parte di vari esponenti politici, non è un dogma, questo non esclude che una eventuale revisione costituzionale di tale portata che proponesse il passaggio dal “governo parlamentare” al “governo presidenziale” dovrebbe passare necessariamente attraverso uno speciale procedimento costituente in sede parlamentare, che è ben altra cosa rispetto agli arbitrari criteri di deliberazioni a maggioranza fin qui seguiti.

    Se poi, per puro esercizio di una pacata discussione tra noi, volessimo prendere in considerazione alcune ipotesi di presidenzialismo, dovremmo convenire che ad esempio in Italia è impraticabile il presidenzialismo americano, in quanto strutturato in relazione alle esigenze di una confederazione di stati sovrani. E quanto al presidenzialismo francese è da considerare nient’altro che un semipresidenzialismo, ossia un presidenzialismo a metà, con alcuni compiti di governo affidati al presidente, altri al primo ministro e altri ancora a chi arriva primo e se li prende, come ai tempi di Mitterrand e Jospin.

    Appare, invece, adeguata alle esigenze dell’Italia e rispettosa del principio di equilibrio tra i poteri dello stato, pur nel pieno rispetto delle attribuzioni del “governo parlamentare”, la scelta adottata a suo tempo dai costituenti che affida al presidente della repubblica non solo la funzione di garanzia del rispetto della costituzione, ma anche tutta una serie di altre prerogative e funzioni e attribuzioni che non rendono affatto irrituale, come è stato possibile riscontrare soprattutto negli ultimi anni del mandato di Napolitano, eventuali interventi con cui si estrinseca la facoltà di esercizio da parte del presidente di un ruolo di garanzia e di equilibrio politico istituzionale di notevole rilevanza ed essenzialmente connesso alla funzione.

    Tutto sommato, il sistema costituzionale italiano può essere considerato anche per questo aspetto un buon compromesso tra presidenzialismo e “governo parlamentare”.

    Comunque la si voglia rigirare, la scelta della forma di governo parlamentare adottata con la costituzione del 1948 esclude in ogni caso la possibilità sia per il presidente della repubblica che per il presidente del consiglio di rivendicare una qualsiasi forma di sovranità popolare mediante l’elezione diretta.

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