La libertà eguale ha un futuro?

Franco Sbarberi in cattedra, a Poppi

Pubblichiamo uno stralcio della lezione del professor Sbarberi per la Scuola di formazione politica di LeG a Poppi, nell’aretino. Libertà e uguaglianza nel pensiero moderno e contemporaneo è il titolo del seminario che comprende anche questa lezione.

Libertà ed eguaglianza sono i valori costitutivi della democrazia e orientano (o dovrebbero orientare) ogni processo di democratizzazione presente e futura. Ma di quale libertà ed eguaglianza si tratta e quale relazione si può e si deve istituire tra questi due valori? Partiamo da alcune osservazioni preliminari per trarne indicazioni utili alla nostra discussione.
Anzitutto. Mentre la libertà, comunque intesa, è una proprietà o qualità della persona, che si può definire libera se libere sono la sua volontà e la sua azione, l’eguaglianza è un rapporto tra due o più enti, che assume significato prescrittivo soltanto quando si chiarisca chi sono i soggetti da egualizzare e quale il criterio di giustizia privilegiato. E dunque: eguaglianza tra chi ed eguaglianza in che cosa? In secondo luogo: “Intesa alla lettera, l’eguaglianza è un ideale fatto per essere tradito; uomini e donne impegnati lo tradiscono, o sembrano tradirlo, non appena organizzano un movimento per l’eguaglianza e spartiscono tra di loro il potere, posizioni e influenza”. In questo realistico giudizio di Michael Walzer, la tensione verso l’eguaglianza è un movimento storicamente inestinguibile, perché il superamento di alcune forme di oppressione e di discriminazione sociale non garantisce mai la totale abolizione né degli antichi privilegi né di nuove forme di dominio. Peraltro, l’estesa gamma delle teorie sull’eguaglianza che si sono succedute nel tempo è legata anche ai differenti modi in cui i bisogni sociali sono avvertiti di volta in volta dai più svantaggiati e al fatto che non tutti i bisogni sono conciliabili fra di loro. Vi è un rispetto dovuto a ciascuno in quanto essere umano, e ciò comporta che tutte le persone siano trattate come individui di pari dignità, e un’attenzione dovuta alle diverse esigenze e identità soggettive, e ciò esige l’arte della differenziazione.
In terzo luogo, anche l’idea di libertà, come quella di eguaglianza, è polisemica. Nella versione più antica e inestinguibile la libertà allude all’assenza di dominio materiale, e dunque alla piena disponibilità del proprio corpo e delle proprie azioni. Per Aristotele è libero l’uomo che “vive per sé e non per un altro”. Lo schiavo, al contrario, è un soggetto che “non appartiene a se stesso, ma ad un altro”: il padrone1. In Euripide compare anche la sostanziale corrispondenza tra l’idea di libertà come assenza di dominio e l’idea di eguaglianza come eguale trattamento di fronte alla legge (isonomía): “Nulla vi è per una città più nemico di un tiranno – si legge nelle Supplici – quando non vi sono anzitutto leggi generali, e un uomo solo ha il potere, facendo la legge egli stesso a se stesso; e non vi è affatto eguaglianza. Quando invece ci siano leggi scritte, il povero e il ricco hanno eguali diritti”, e possono dunque ritenersi egualmente liberi.
L’evoluzione del concetto romano di libertas è simile a quello greco di eleuthería. In età repubblicana libertas allude tanto all’indipendenza del singolo nei confronti di un dominus privato quanto all’assenza di dominio nelle relazioni politiche della città. Dove per dominio si intende sia il potere di un rex sia il potere di un tyrannus. Così scrive Cicerone in un celebre passo del De re publica: “Il popolo che vive sotto un re è privo di molti vantaggi e soprattutto della libertà, la quale non consiste nel vivere sotto un padrone giusto, ma nel non averne alcuno”1. E’ bene aggiungere che anche per Cicerone (come, del resto, per Livio) l’eguaglianza dei cives di fronte alla legge è una precisa garanzia della loro libertà. In altri termini: l’aequum ius è la condizione di una aequa libertas, e dunque dell’eguale libertà di partecipare alla formazione delle decisioni politiche e di rivestire cariche pubbliche. Tuttavia, nelle repubbliche antiche l’assenza di dominio non è stato un diritto riconosciuto a tutti, ma un privilegio dei cives. L’aequa libertas dei pochi è coesistita con la schiavitù dei molti.
Anche per il Machiavelli dei Discorsi una giusta libertà è data dalla “pari equalità” che le leggi dei regimi repubblicani garantiscono a ogni cittadino. Ma le condizioni per una libertà effettiva sono viste nel contenimento pubblico dei privilegi economico-sociali dei “signori” e dei “gentiluomini”, “che oziosi vivono [...] senza avere cura alcuna o di coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere”1. Di più: i conflitti sociali (i “tumulti”) non sono una patologia, bensì una risorsa, perché “chi esaminerà bene il fine d’essi, non troverrà ch’eglino abbiano partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del bene comune, ma leggi e ordini in beneficio della publica libertà”2.
Nonostante questi passaggi significativi, soltanto con Etienne de La Boétie il repubblicanesimo moderno, attraverso il richiamo al diritto naturale, incomincia a fondare su basi universalistiche il nesso tra libertà ed eguaglianza. Nel Discorso sulla Servitù volontaria si legge infatti che “siamo tutti naturalmente liberi” e che “a nessuno può saltare in mente che la natura, che ci ha fatti eguali, abbia reso qualcuno servo”3. In altri termini: se ogni uomo ha come dotazione originaria la libertà, la dipendenza materiale e spirituale del servo nei confronti del padrone e quella del suddito nei confronti del despota perdono ogni forma di legittimità perché annientano nell’individuo i suoi tratti costitutivi. La novità è decisiva. Dichiarare tutti naturalmente liberi ed eguali legittima la prescrizione che tutti devono poterlo diventare (anche se l’autore non sottovaluta affatto l’assuefazione psicologica del popolo al “veleno della servitù”).
L’aspetto normativo del pensiero di Etienne de la Boétie non sfuggirà ai protagonisti della rivoluzione francese: l’articolo primo della Dichiarazione del 1789 riconoscerà che tutti gli “uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti”. E nelle altre dichiarazioni dei diritti dell’uomo che accompagnano i moti rivoluzionari del Settecento e dell’Ottocento libertà ed eguaglianza appaiono costantemente intrecciate e coniugate come diritti fondamentali che gli stati devono garantire ai propri cittadini. Se gli uomini sono “simili”, annoterà a sua volta Tocqueville nella seconda Democrazia in America, “ciascuno si porta dietro, nascendo, un identico diritto alla libertà”4. Quanto alla querelle sulla difficile convivenza tra libertà ed eguaglianza che si apre all’interno della Rivoluzione francese e che prosegue nell’Ottocento e nel Novecento per iniziativa del movimento socialista, essa non riguarda tanto, a ben vedere, l’incompatibilità di principio tra i due valori, bensì il contrasto storico tra libertà ed eguaglianza “formali” da un lato e libertà ed eguaglianza “reali” dall’altro; o, come si diceva in area francese, tra l’égalité des droits e l’égalité des jouissances.
E’ bene ancora osservare, più in generale, che tra Settecento e Ottocento l’idea di libertà come esercizio effettivo di un diritto comune diventa il filo conduttore che lega i classici del liberalismo e della democrazia moderna, da Rousseau a Condorcet, da Constant a Mill, i quali ripropongono in termini inediti il linguaggio antico dell’aequa libertas e dell’aequum ius. Dove libertà suona come limite e, insieme, come principio ispiratore dell’eguaglianza. Ma mentre per il pensiero liberale libertà significa, in primo luogo, assenza di interferenza sull’azione dei singoli, per il pensiero democratico essere liberi significa anzitutto darsi leggi proprie.

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1 commento

  • Nella forte e profonda crisi attraversata dalla società, è in ambito sociale-politico, sul piano dei modelli politici e delle relazioni sociali che, a mio avviso, si possono ricercare e trovare soluzioni. Credo dunque che sia possibile ed opportuno risolvere le urgenti questioni, i gravi problemi della società – per quanto riguarda il mio impegno personale, posso citare il fondamentale tema del diritto alla salute, le dure problematiche penitenziarie e dell’immigrazione -, secondo un’intesa, una concordanza ed un accordo fra le parti ed i soggetti sociali, nella più completa considerazione delle esigenze di tutti. Con la partecipazione e la disponibilità della comunità globale, con un comune consenso, con un’approvazione condivisa e generale da parte di tutta la società, è possibile rispondere e dare soluzione alle pressanti esigenze e richieste delle varie componenti sociali, nelle difficili e preoccupanti condizioni ed emergenze della presente e complessiva realtà sociale. Questa volontà solidale e consapevolezza politica, questa scelta di solidarietà e di impegno di cittadinanza, si collocano, si pongono in un quadro ed in una prospettiva di concretizzazione ed attuazione di un progetto di libertà, eguaglianza, democrazia ed unità, con una grande e libera partecipazione, di un programma politico solidale, unitario ed egualitario, con una libera, comune ed eguale sovranità ed autorità, di un modello politico che abbia come sua identità culturale il valore della persona, che si proponga, come sua costante finalità, l’affermazione dell’universalità e globalità dei diritti della persona, che riconosca come compito il buon governo e l’amministrazione delle cose, che garantisca una valida guida, una gestione e direzione positiva del futuro e dello svolgimento storico, che abbia come sua vocazione un solido garantismo, la soddisfazione delle domande, la realizzazione delle aspirazioni di vita delle persone, delle volontà ed aspettative della società.

    Rosalba CAPOMACCHIA
    Via Piediluco 22 – 00199 Roma
    Tel.06 854 2064 ; 347 5549258

    Considerando la generale e grave situazione di crisi, vorrei sollecitare l’attenzione su una mia proposta, ritenendo che rappresenti una comune e condivisa esigenza, al fine di esprimere ed affermare l’intento, il proposito, la volontà di giungere ad un importante e complessivo mutamento, alla realizzazione di un nuovo e unitario progetto per il Paese.
    Per ricercare certe e stabili vie di soluzione alla crisi ed ai suoi problemi, per dare risposta ai bisogni ed alle esigenze espresse dalla società, per trovare modelli politici che rappresentino un positivo e grande cambiamento, un totale e completo rinnovamento per la vita del Paese, nei suoi presenti ed attuali assetti e sistema di potere, per attuare una radicale e storica svolta nella libertà, nell’uguaglianza e nella democrazia, nel rispetto dei diritti della persona, in una concezione solidale della società considerata nella sua unitarietà e globalità, mi sembra assai opportuno ed importante assicurare e garantire le migliori condizioni di serenità e distensione, stabilire una situazione di calma,tranquillità e pacatezza,di non turbamento ed agitazione,di assenza di tensione, per consentire e svolgere, compiere con un comune impegno questo fondamentale lavoro, dedicato e rivolto a costruire il futuro, una condizione assolutamente diversa e alternativa nel governo del Paese, essenziale e principale compito che riguarda e coinvolge tutti noi, nel dispiegamento della più intensa, ampia, profonda, attività ed operosità.

    Rosalba Capomacchia
    Via Piediluco 22 – 00199 Roma
    Tel.: 06 854 2064

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