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Il caso

Ecco chi aiuta la mafia a Palermo

7 ottobre 2010 - 1 Commento »

Roberto Faenza e Luca Zingaretti in una scena del film Don Pino Puglisi

Ebbene sì, la mafia continua a trionfare a Palermo, protetta e garantita. La conferma è stata data dalla discussione, alla Camera, di un’interpellanza del Fli su uno scandalo che coinvolge una fondazione intestata addirittura a don Puglisi (il sacerdote trucidato dalla mafia) e due Onlus; l’amministrazione comunale di Palermo e il Tar della Sicilia. In breve, le tre associazioni, gestite dal sacerdote padre Golesano, si erano fatte assegnare parecchi appartamenti e magazzini confiscati alla criminalità organizzata. Coincidenza voleva che, tra i benemeriti soci, ci fossero specchiate figure di congiunti e coperture di grandi delinquenti. Qualche nome? Roberta Bontade, figlia del capocosca Giovanni Bontade, ammazzato da rivali; il marito Stefano Marcianò, parente del boss Francesco Maggiore; Francesca Sorci, appartenente alla omonima “famiglia”; e persino Giuseppe Provenzano, in galera come noto prestanome di Matteo Messina Denaro, il più ricercato tra i mafiosi: il capo dei capi in Sicilia.

La Prefettura di Palermo scopre (tardivamente: Golesano aveva chiesto persino finanziamenti pubblici) che le tre associazioni sono un nido di delinquenti e, con una nota riservata, denuncia la circostanza all’amministrazione comunale di centrodestra sollecitandola a procedere alla revoca dell’assegnazione dei beni. Ora attenzione: il giorno dopo l’iscrizione nel protocollo municipale dell’intimazione top secret della prefettura, don Golesano provvede a estromettere dalla “Puglisi”, da “Solaria” e da “Live Europe” tutti i soci sospetti. C’è dunque – denuncia in aula l’onorevole Nino Lo Presti – una talpa della mafia nell’amministrazione di Palermo che ha avvertito il sacerdote e i suoi mafiosi.

Non basta. Il Comune è costretto a “prendere atto” della intimazione (ma lo fa con tre settimane di ritardo) e revoca le assegnazioni. Ah, sì? – deve aver reagito don Golesano – E allora noi, che ora siamo perfettamente puliti, ricorriamo al Tar! E puntualmente, anzi a tambur battente, il mitico e spesso famigerato Tribunale amministrativo annulla la revoca e non solo intima al comune di restituire appartamenti e magazzini a quella bella, “ripulita” combriccola ma addirittura condanna la Prefettura a rifondere le spese di giudizio. Il sottosegretario leghista agli Interni, Michelino Davico, fornisce nella risposta un particolare molto inquietante che lascerà “basito” l’onorevole Lo Presti quando gli toccherà replicare. Si tratta della aberrante motivazione della sentenza del Tar. Vi si legge che gli elementi su cui si fondava la denuncia della Prefettura “non appaiono in grado di fondare il ritenuto pericolo di infiltrazione e/o di condizionamento mafioso”. Di più e di peggio: “Èsin troppo evidente che la circostanza che i predetti soggetti, il cui collegamento con la criminalità organizzata non è peraltro fondato su alcun elemento storico concreto (….), non costituisce di per sé, in alcun modo, indizio, nemmeno labile, di condotte finalizzate ad infiltrazioni e/o condizionamenti”. Incredibile vero? Ma è così per i magistrati amministrativi di Palermo…

Storia chiusa? Non per la Prefettura che, tenacissima, ha invitato l’Avvocatura dello Stato a promuovere “tempestivamente” appello al Consiglio di Stato l’annullamento della intollerabile sentenza del Tar prospettando nel contempo di valutare l’opportunità di richiedere la sospensione dell’efficacia della decisione. E L’Avvocatura si è appellata, annuncia Davico. Si aspetta il giudizio. Ma è già chiaro di quante coperture possa godere la criminalità organizzata, nevvero? A proposito, su un solo, decisivo particolare il rappresentante del governo ha taciuto: se una indagine sia in corso per accertare chi è stata la talpa nell’amministrazione comunale di Palermo, a capo della quale è il ben noto Diego Cammarata, quello che, quando la città è sommersa dall’immondizia, che fa? Va in vacanza.

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Un intervento a “Ecco chi aiuta la mafia a Palermo”

  1. Salvo scrive:

    Ma don Golesano non è quel consulente o consigliere nominato dall’amico di mafiosi Totò Cuffaro,governatore dell’Isola (ora parlamentare nazionale per motivi di libertà personale),quale addetto alla gestione dei bisogni del clero cattolico siciliano,iscritto nei ruoli del bilancio regionale (alimentato com’è noto dai contribuenti),con un lauto “compenso” annuo a sei cifre ?.