Se l’Italia perde la bussola…

Stragi naziste: Bonsanti, scure sospetta su tribunale di La Spezia//Via via che i tornanti ti portano lassù dove il confine tra l’azzurro del cielo e il verde forte delle cime degli alberi si fa sempre più sfumato ti chiedi ancora oggi, 64 anni dopo, come poterono le bestie di Reder salire e salire nel silenzio della natura, pronti a far fuoco e bruciare ogni essere umano che avrebbero trovato dietro l’ultima curva, nella chiesetta, sul sagrato, nelle povere case. La ferocia colpì il 12 agosto del ’44 e non risparmiò nessuno, fino a quel lancio in aria di una bimba di tre anni per poterla uccidere come un uccellino da divorarsi poi allo spiedo. Un tiro a segno che i nazisti ripeterono anche in altre stragi, ovviamente riservato ai più piccini.
A Sant’Anna di Stazzema la saletta del museo della Resistenza è affollato per l’addio dell’ex procuratore di La Spezia, De Paolis, da ora trasferito a Verona, insieme ad una decina di procedimenti già avviati e che riguardano le stragi di civili in Emilia Romagna. Altri processi invece, quelli che riguardano lo sterminio di civili in Toscana vanno al tribunale militare di Roma, là dove i documenti furono sepolti fino al 1994 nel famoso ormai Armadio della vergogna. L’appello di Libertà e Giustizia perché La Spezia potesse finire il lavoro che ha fatto in questi anni ormai è carta straccia: questo governo ha risposto in maniera sprezzante e sbrigativa in Parlamento sulla necessità di andare avanti sulla via del risparmio.

Che orrore, onorevole Giuseppe Cossiga, sottosegretario alla Difesa, perché non viene a dirlo a questi cittadini, sopravvissuti e familiari delle vittime (come ha fatto nell’aula di Montecitorio la settimana scorsa), che costa troppo processare e condannare i boia di Reder, e comunque ormai quanto tempo è passato… Quanto al governo precedente, il vero autore della Finanziaria che conteneva la disposizione della chiusura dei tribunali militari, senza prevedere la continuità di quello di La Spezia superimpegnato nei processi, ognuno pensi in cuor suo quello che vuole pensare. Io, d’abitudine penso male e dunque sono convinta che non per caso nacquero gli armadi della vergogna, non per caso ancora oggi ci sono verità scomode: non tanto la storiella della guerra fredda e bisognava dare una mano alla Germania (che è stata ed è più rigorosa di noi a individuare i colpevoli), quanto il problema delle responsabilità italiane di chi collaborò nel ’44 e responsabilità italiane nel decidere di nascondere, nel 1960, tutto ciò che era già emerso dalle indagini degli Alleati nell’armadio romano.
Ora l’impegno col sindaco e i cittadini di Sant’Anna così come per quelli di Marzabotto e delle altri stragi ancora non andate a processo è quello di seguire il lavoro di Roma e Verona, affinché tutto non vada perduto, e affinché siano dotati della polizia giudiziaria necessaria a finire le indagini e i processi, al più presto.
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Il ritorno alla normalità, da quel luogo sacro della nostra storia, è scomodo e brusco.

Nessuno oggi può pensare che quel tempo possa tornare, che oggi la democrazia corra rischi di guerra civile, che il fascismo sia alle porte, che qualunque paragone e collegamento agli anni di Mussolini sia giustificabile o verosimile. Ma il mio amico Luigi Bianchi, il miglior notista politico della prima Repubblica, mi ricorda una idea che ossessionava il leader liberale Giovanni Malagodi: “Ci sono dei momenti nella storia in cui un Paese impazzisce, non vede più quello che succede e perde il senso delle cose”. Mi chiedo: l’Italia può essere un paese sull’orlo di “impazzire”? Stiamo diventando un paese di ciechi, un popolo che non vuole sapere e non vuole guardare?
A questa domanda è più difficile rispondere. C’è un pezzo di Paese che è molto preoccupato, ad esempio, dalla affermazione, ribadita e spiegata esplicitamente da uomini dell’ entourage di Silvio Berlusconi che la vera e prima Costituzione è quella che si manifesta nel corpo elettorale e nel Parlamento, ed essa prevale e deve prevalere sulla Costituzione del ’48, sulla Corte Costituzionale, sulla Magistratura e via dicendo. Il popolo sovrano, il popolo a cui a ogni piè sospinto si fa riferimento nel varare leggi che ledono il diritto dei cittadini, la giustizia uguale per tutti, nell’imporre le impronte ai bambini dei campi nomadi…
Un popolo che sa cosa vuole e dove vuole andare, in cerca di sicurezza per sé e per il Capo il quale solo sa interpretare la volontà popolare. “Gli italiani vogliono questo…” ci dicono con ferrea certezza all’unisono gli uomini della PdL .

“Gli italiani ci hanno votato perché facessimo questo…”.
Allora, dove può andare un popolo che sta perdendo la bussola? Come si chiama come si definisce questa cosa, il perdere la bussola, in termini storici e politici? Siamo vicini all’ “impazzimento” di Giovanni Malagodi? Come possono e devono reagire le forze politiche, i singoli cittadini, le associazioni della società civile?
Gli italiani vogliono davvero che leggi ordinarie come il vecchio Lodo Schifani stabiliscano una immunità ad personam per salvare Berlusconi dalle accuse di corruzione? E’ per questo che hanno votato gli italiani?
L’attuale Lodo Alfano, legge ordinaria, ci dicono presidenti emeriti della Corte Costituzionale, è incostituzionale. La legge che sospende i processi forse anche. Ma se una istituzione come la Corte le boccerà, come risponderà Berlusconi? Attaccherà tutto e tutti?
Ci resta l’arma del referendum: un referendum che, se queste leggi ordinarie saranno approvate, non potrà, non dovrà essere perso. Un referendum, o alcuni referendum in cui il Paese si gioca tutto, cioè la forza e la validità delle sue Istituzioni. Un referendum o dei referendum che sarebbe da irresponsabili far nascere da forze isolate, anche se contano sul richiamo della piazza. Un referendum o dei referendum che devono e possono solo scaturire da un Comitato promotore molto ampio, simile a quello che portò sedici milioni di italiani a bocciare lo stravolgimento della Costituzione, due anni orsono.

Non Di Pietro e basta (a lui l’onore di averlo proposto per primo). Ma Di Pietro e il Pd, e la sinistra radicale, e Libertà e Giustizia e Micromega e i sindacati che vorranno starci e i mille comitati ancora esistenti in Italia. Se referendum sarà, nessuno dovrà, a nostro parere, tirarsi indietro. Perché per vincere il populismo di Berlusconi (contro una legge ordinaria serve il quorum, non dimentichiamolo mai), non basterà la piazza di Grillo e Di Pietro.

Servirà uno sforzo di tutti, che superi rivalità vecchie e nuove. E chiediamo che tutta l’attuale opposizione ci sia. Come ci sarà Libertà e Giustizia, con la forza della nostra determinazione.
Forse il Paese non è ancora impazzito. Ma non ci tireremo indietro, se il popolo di Berlusconi pensa di demolire la nostra Repubblica.

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