Che mondo che fa

27 Feb 2012

Dopo l’intensa mattinata di sabato dedicata all’economia globale con la lezione tenuta dell’Ingegnere Carlo De Benedetti (leggi gli articoli: la Repubblica e La Provincia Pavese), la seconda sessione della scuola di Pavia di Libertà e Giustizia ha continuato a guardare alla crisi in un’ottica internazionale, con un particolare ed attento sguardo ai cambiamenti del mondo arabo. Guarda le foto della scuola

Dopo l’intensa mattinata di sabato dedicata all’economia globale con la lezione tenuta dell’Ingegnere Carlo De Benedetti (leggi gli articoli: la Repubblica e La Provincia Pavese), la seconda sessione della scuola di Pavia di Libertà e Giustizia ha continuato a guardare alla crisi in un’ottica internazionale, con un particolare ed attento sguardo ai cambiamenti del mondo arabo.
Il professor Chawki Senouci, algerino di nascita, ci ha fornito gli strumenti che possono aiutarci a comprendere ciò che avverrà in futuro nei paesi arabi, partendo però dal presupposto che nessuna previsione è totalmente attendibile e che l’unica certezza data è quella del passato.
Senouci innanzitutto ci spiega per quale ragione nei paesi arabi non esiste democrazia e come mai solo ora, con notevole ritardo rispetto ai paesi occidentali, il mondo arabo la reclama.
Ci sono sicuramente delle attenuanti, prima fra tutte, se pensiamo ad esempio al Maghreb, il fatto che stiamo parlando di terre di conquiste e colonizzazioni dove l’occupante, in quanto tale, non è certamente portatore di democrazia. Inoltre dopo la conquista dell’indipendenza, avvenuta tra il 1950 e il 1962, i paesi arabi sono passati ad un nuovo tipo di occupazione, che con la guerra fredda li ha costretti alle logiche dei blocchi americani o sovietici.
Altre attenuanti derivano da fattori interni, al primo posto ricordiamo il “patto” tra i vari regimi dittatoriali e i cittadini: i primi garantiscono agevolazioni rese possibili dall’opulenza del petrolio, come la benzina e la sanità gratuite, i secondi accettano la dittatura con pieno consenso per non perdere questi privilegi.
La guerra in Iraq inoltre e la lotta al terrorismo resa ancora più forte dopo gli attentati del 2001, hanno allungato notevolmente la durata di questi regimi dittatoriali; la lotta al terrorismo ha giustificato deportazioni, uccisioni di innocenti, chiusura delle frontiere e quindi mancanza di democrazia nei paesi arabi, rallentata notevolmente dall’integralismo islamico.
Dopo questa premessa Senouci ci espone le cause della “primavera araba”: innanzitutto il “mal di vivere” dei giovani, la loro mancanza di speranza nel futuro, l’impossibilità di trovare un lavoro, nonostante ogni anno le università arabe sfornino migliaia di laureati, la disparità sociale, la mancanza di una classe media; tutto questo ha esasperato la condizione dei giovani e reso insostenibile la loro disperazione. Poi con la vittoria di Barak Obama e la riconciliazione con la religione islamica, non più ritenuta un pericolo per l’occidente, i regimi dittatoriali hanno cominciato la loro discesa fino alla svolta della rivolta araba.
Ciò che infine Senouci si chiede è se la “primavera araba” sia stata tale ovunque e la risposta non è univoca: in Tunisia la rivolta è stata pacifica, l’uscita di Ben Ali, fuggito in Arabia Saudita, è stata la meno dolorosa di tutte e dopo le elezioni il popolo ha premiato sia i partiti di sinistra che quelli islamici. In Egitto invece la rivolta è da considerarsi incompiuta, il regime militare comandava dal 1952 e dopo la caduta di Mubarak, ci troviamo nuovamente alle prese con un regime militare, quindi la situazione è in una fase di stallo. In Libia purtroppo, come ben sappiamo, è stato un bagno di sangue, lo dimostra l’accanimento anche sul corpo di Gheddafi e il paese si trova attualmente in una situazione di caos totale.
Il processo per la conquista della democrazia è quindi ancora lungo, il 70% del mondo arabo è ancora in mano agli islamisti con un sostegno economico fortissimo fornito in primis dall’Arabia Saudita e dal Qatar, con un’eccellente organizzazione e un potere mediatico assoluto che fa capo ad Al Jazeera, non alla versione “occidentalizzata” che conosciamo, bensì a quella araba che fa breccia nelle menti dei più deboli, fragili e ignoranti (ricordiamo che nei paesi arabi persiste un forte tasso di analfabetismo).
Cosa può fare l’occidente per aiutare il mondo arabo? Bisogna far crescere questi paesi, diffondere la cultura, permettere un maggiore distribuzione della ricchezza, aiutare la società civile ad uscire allo scoperto per fronteggiare l’integralismo islamico, infatti, come conclude Senouci “se i partiti islamici si installeranno nuovamente, i giovani non saranno mai felici”.
Anche Gad Lerner, nella serata al caminetto, torna sulla “primavera araba” con un richiamo ai moti del ‘48, portatori di un formidabile intreccio di patriottismi, della nascita delle nazioni e delle Costituzioni, del grande internazionalismo democratico; non deve quindi stupire e sorprendere ciò che sta accadendo nella sponda sud del mediterraneo, dove il peso nefasto delle disuguaglianze sociali ha portato alle rivolte in corso.
Lerner torna poi all’Italia e mostra preoccupazione per la crisi che stiamo attraversando, per la necessità di riconquistare la fiducia dei mercati internazionali attraverso sacrifici imposti da un governo che da un lato agisce in nome e per conto delle generazioni non solo presenti ma anche future e questo è ammirevole, ma dall’altro costringe chi è in difficoltà ad esserlo ancora di più, a fare ancora più rinunce e a privarsi del poco che ha.
La stessa preoccupazione nel pomeriggio è stata espressa dal giornalista Maurizio Ricci per un’Italia e un’Europa in preda ad una forte instabilità finanziaria, in cui il deficit economico prevale su quello democratico, dove la crescita si è fermata, quando invece sarebbe l’unico mezzo necessario per risanare l’economia.
La scuola si è conclusa domenica mattina con la lezione di Salvatore Veca che prende spunto da una domanda: in un mondo che si globalizza, in che modo le istituzioni e la politica possono rispondere ai mutamenti della geografia globale?
Il professore si ispira alla teoria di Habermas che negli anni della guerra fredda annunciava il passaggio da una “fase di costellazione nazionale ad una fase di costellazione post nazionale”. La prima fase rispecchia l’idea degli stati territoriali moderni con esercizio di sovranità, la seconda invece riflette invece l’idea di una costituzionalizzazione del diritto internazionale.
Nell’etica della globalizzazione, una delle maggiori controversie del diritto contemporaneo è quale sia il modo migliore per ottenere l’equità e la giustizia sociale: da una parte i filosofi cosmopoliti considerano la persistenza delle sovranità nazionali come un ostacolo all’equità sociale e si ispirano al principio secondo cui a ciascuna persona è dovuta giustizia, quindi i governi devono organizzarsi secondo livelli multipli fino a raggiungere un livello planetario di equità globale.
Dall’altra i filosofi statisti considerano la prima tesi come troppo utopistica e affermano che non è possibile fare a meno della sovranità legittima, unico strumento attraverso cui è possibile decidere ciò che è giusto e ciò che non lo è. Ma in un mondo sempre più globalizzato, l’idea che cerca di erodere la legittimità delle sovranità interne e che guarda all’orizzonte di una società universale, è un’idea di speranza per il futuro del nostro pianeta.

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