I “doveri atlantici” del nuovo Governo | Libertà e Giustizia

I “doveri atlantici” del nuovo Governo

I “doveri atlantici” del nuovo Governo

Abbiamo già osservato sulle colonne di questo giornale (il diavolo e l’acqua santa, 25 maggio) che nel c.d. contratto di governo stipulato da lega e 5Stelle convivono spunti programmatici positivi con elementi velenosi. E’ normale, quindi, che fiocchino le critiche da parte dei principali mezzi d’informazione e che, passando in esame il programma a raggi x, ne vengano messe in evidenza le contraddizioni e gli aspetti più insostenibili. E tuttavia se si spara a palle incatenate contro tutto ciò che annuncia il nuovo governo, come fanno in coro gli organi di stampa vicini al PD, c’è il rischio di nascondere le ragioni profonde dell’avversità dei guardiani dell’establishment nei confronti del nuovo Governo.

Se è facile criticare l’inconsistenza programmatica del nuovo Governo in materia di politica fiscale, non sta qui la ragione profonda di tanta avversità. Nelle vicende politiche italiane, c’è un non detto, un lato oscuro della politica in cui si compiono delle scelte delle quali non si deve assolutamente parlare perché non deve trapelare nulla al popolo italiano. Si tratta di scelte che rimangono indiscutibili anche nell’avvicendarsi dei governi. L’ultimo uomo politico italiano che cercò di sottrarsi a questo destino e compiere delle scelte di politica estera autonome fu Aldo Moro.

Gli uomini politici italiani che hanno sparso tante lacrime di coccodrillo nell’occasione del quarantennale dell’assassinio dell’on. Moro, si sono dimenticati di ricordare che il 25 settembre del 1974, nel corso del suo viaggio negli USA, Moro ricevette una esplicita minaccia di morte da parte di Henry Kissinger, personaggio non aduso a parlare a vanvera. Moro ne restò talmente impressionato che pensò seriamente di abbandonare la politica, ma poi ritornò sui suoi passi e quattro anni dopo le brigate rosse eseguirono la sentenza, togliendo le castagne dal fuoco al Segretario di Stato americano.

Dalla morte di Moro, l’Italia adempie agli “obblighi” dell’Alleanza atlantica, senza discutere, sia che si tratti di collaborare alle extraordinary renditions, (vedi vicenda Abu Omar) sia che si tratti di mandare una brigata in Lettonia per partecipare a delle manovre militari provocatorie nei confronti della Russia, sia che si tratti di mantenere le sanzioni economiche alla Russia, arma strategica per la nuova guerra fredda.

Quando nel suo discorso al Senato il presidente Conte, dopo il rituale atto di fede nell’Alleanza atlantica ha dichiarato che il suo Governo si farà promotore di una revisione del sistema delle sanzioni nei confronti della Russia, probabilmente non si è reso conto, per la sua inesperienza politica, di aver rotto un tabù, di aver superato una linea rossa invalicabile. Infatti il giorno dopo è stato rimproverato dal Segretario della Nato, Jens Stoltemberg, che ha dichiarato che “Mosca deve cambiare comportamento” prima che le sanzioni vengano rimosse. Sull’onda dell’altolà di Stoltemberg, si sono mossi i giornali “indipendenti” che hanno continuato a manganellare Conte, ricordandogli l’obbligo di rispettare i “doveri atlantici”. Per la verità nella storia della seconda metà del 900 si sono verificati molti avvenimenti luttuosi per ricondurre l’Italia al rispetto dei “doveri Atlantici”.

Una valutazione globale del significato della stagione delle stragi, del terrorismo, dei tentativi di colpo di Stato e di altri eventi eversivi è contenuta nella sentenza/ordinanza 18 marzo 1995 del giudice istruttore di Milano, dr. Guido Salvini, che chiuse la prima tranche di un’inchiesta aperta a partire dalla strage di piazza Fontana (1969), in cui si legge:  “Alla luce di quanto emerso in questa ed in precedenti istruttorie in materia di stragi ed eversione di destra, appare francamente inaccettabile la tesi riduttiva secondo cui le attività definite impropriamente “devianti” sarebbero riconducibili a singole “mele marce” all’interno dei servizi segreti, mosse da affinità ideologiche con gli autori delle stragi e dei tentativi di golpe ed appoggiate da qualche uomo politico rimasto quasi sempre nell’ombra. Più probabilmente la presenza di settori degli apparati dello Stato nello sviluppo del terrorismo di destra, non può essere considerata “deviazione”, ma normale esercizio, per un lungo per un lungo periodo, di una funzione istituzionale. (..).

La protezione accordata agli autori delle stragi non è quindi avvenuta in forma episodica, ma all’interno di un rapporto organico di dipendenza e di un disegno strategico a livello più alto. D’altro canto un fenomeno così grave come la protezione dei sospetti autori delle stragi si è ripetuto con le stesse modalità in tutte le indagini concernenti le sette stragi “storiche” (Piazza Fontana, treno di Gioia Tauro, Questura di Milano, Piazza della Loggia, treno Italicus, stazione di Bologna e Ustica) e non si può davvero pensare che il fatto sia casuale. (..) eventi tutti che non avrebbero potuto ripetersi se non fossero stati inquadrati in un disegno politico strategico comune, con ogni probabilità il mantenimento del nostro paese nel campo dell’Alleanza atlantica.”

Corriere Irpinia edito da Quotidiano del Sud, 8 giugno 2018

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