Il ritorno al futuro degli Stati Nazionali | Libertà e Giustizia

Il ritorno al futuro degli Stati Nazionali

Il ritorno al futuro degli Stati Nazionali

Prendere la temperatura geopolitica al nostro pianeta è impresa forse eccessivamente ambiziosa. Eppure è quanto si accinge a tentare, da domani a domenica (4-6 maggio ndr) al Palazzo Ducale di Genova, il Quinto Festival di Limes, inaugurato dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in occasione del venticinquesimo anno di pubblicazione della rivista italiana di geopolitica. Lo dice il programma del Festival – “Lo stato del mondo” – più che mai ricco di analisti e decisori, italiani e stranieri, a confronto sulle principali crisi in corso. Lo preannuncia il nuovo volume della rivista italiana di geopolitica, ora in uscita, che porta lo stesso titolo.

E allora proviamo ad azzardare, in quattro provocatori punti, le premesse da cui potrebbe partire una perlustrazione così avventurosa.

Primo. Contro ogni profezia corrente solo pochi anni fa – ricordate i bestseller sul “mondo piatto” e sulla fine dello Stato nazionale”? - viviamo tuttora, anzi sempre più, in uno scenario geopolitico i cui protagonisti primi restano gli Stati. I quali vivono una fase d’inflazione: a fondare le Nazioni Unite, nel 1945, erano in 51, oggi al Palazzo di Vetro se ne accalcano i rappresentanti di 193. Un’esplorazione del planisfero ne scoprirebbe altre decine, informali ma attivi, dalle novelle Tortuga dove s’incistano trafficanti e terroristi ai paradisi fiscali nascosti, ai domini mafiosi con protocollo istituzionale.

Vi sono poi gli Stati che esistono sugli atlanti ma non nei fatti. Tanto per citarne qualcuno dove abbiamo o abbiamo avuto qualche ruolo anche militare: Libia, Iraq, Somalia, Afghanistan. Il guaio è che gli oltre duecento Stati o staterelli sedicenti tali non sono affatto omologhi. Un vero Stato nazionale non si organizza e non si pensa come uno staterello mafioso e viceversa. E il governo mondiale, ammesso sia cosa buona e giusta, è utopia di ieri.

Secondo. Il mondo è dinamico sotto ogni profilo, geopolitica inclusa. Lo è soprattutto dal punto di vista demografico. Oggi siamo 7 miliardi e mezzo in quello che lo storico e demografo Massimo Livi Bacci ha definito, in un suo incisivo saggio, ” il pianeta stretto”. Ma saremo (saranno) quasi 10 miliardi nel 2050, oltre 11 a fine secolo. Sempre più inegualmente distribuiti: l’Africa raddoppierà di popolazione fra 30 anni, la (quasi) raddoppierà di nuovo fra 70, superando i 4 miliardi.
L’Asia resterà il continente più popoloso – attorno ai 5 miliardi di anime. Noi europei, saremo esigua minoranza in decrescita (dai 700 ai 600 milioni circa), sempre più anziani (età mediana di 44 anni, contro i 18 dei nigeriani, principale Paese di emigrazione verso l’Italia in questi anni).
Se sommiamo alla demografia i mutamenti ambientali (desertificazione, crisi delle foreste pluviali, innalzamento del livello delle acque) e la frammentazione geopolitica, ne traiamo che accettare queste inerzie può avere esiti distruttivi.

Terzo. Gli Stati Uniti restano il Numero Uno, considerando i maggiori parametri militari, economici, tecnologici e culturali. Ma il trumpismo - cioè l’avventurosa tentazione di trincerarsi in sé stessi, trascurando la dimensione imperiale – sopravvivrà a Trump. Abbiamo e probabilmente avremo nel futuro prevedibile una superpotenza non davvero egemone, in affanno, refrattaria a risolvere le crisi, tentata forse di accenderne per appaltarle ad altri affinché non coltivino idee di grandezza.

Quarto e ultimo. Se osserviamo la carta geopolitica del pianeta, l’Italia si trova in una collocazione cruciale. Siamo la frontiera meridionale del mondo della pace, del (relativo e ineguale) benessere, dotato ancora di regole non sempre morte o aggirate (Ordolandia, per i lettori di Limes). Oltre il Canale di Sicilia (e lo Ionio) si allarga a macchia d’olio un emisfero di conflitti, caos, (relativa e ineguale) povertà, che preme alle nostre porte (Caoslandia). Di qui l’inaggirabile sfida delle migrazioni, ovvero della crescente intrinsichezza euro- africana, che investe la nostra stessa identità. Nel contempo, i nostri riferimenti esterni classici (Nato e Unione Europea) non vivono la loro età augustea.

Mentre la Cina (vie della seta e non solo), batte alle nostre porte. Anzi è già dentro casa. La sfida Usa-Cina per l’egemonia ci investe e ci imporrà scelte ardue. Proprio ciò che, per abitudine o carattere, abbiamo dimostrato di voler quasi sempre evitare.

La Repubblica, 3 maggio 2018 

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