Perché perde la sinistra

Perché perde la sinistra

Ho letto una massima sul video di un taxi: “Ogni movimento comincia con un’idea”. E, si potrebbe aggiungere, “declina insieme al declino dell’idea”. Questa massima sembra perfetta per illustrare il fallimento del partito socialdemocratico alle elezioni tedesche, un partito che ha smarrito l’idea che lo qualificava e lo rendeva riconoscibile a chi è anziano come a chi è giovane, perché sedimentata abbastanza da essere memoria condivisa: l’idea di eguaglianza e di giustizia nella libertà.

Parole semplici e impegnative, che fanno immediatamente capire da che parte sta la sinistra. E che non sono astratte e inservibili. Se è vero che sono riuscite a unire e convincere milioni di persone nel corso dei decenni, e a concretizzarsi in decisioni politiche e nella vita quotidiana di ognuno di noi. E se è vero che i partiti che le rappresentavano sono retrocessi, a volte tragicamente, quando le hanno lasciate cadere, annacquandole con idee di esclusione nazionalista o con un’idea della libertà economica totalizzante al punto da monopolizzare ogni altra libertà. I partiti di sinistra sono in ritirata in tutti i paesi europei. Falliscono di fronte ad un’opinione pubblica che è preoccupata per il lavoro che spesso non c’è o è precario, pensando di risolvere questa preoccupazione con la chiusura delle frontiere o con la cancellazione dei diritti del lavoro.

Questa strada la possono percorrere i partiti e i movimenti di destra, e mostrano di saperlo fare con determinazione. Una determinazione che manca dall’altra parte, per incertezza nelle convizioni e per l’idea, che si dimostra ogni volta sbagliata, che facendosi simili all’emergente destra si può vincere. È un calcolo errato proprio perché il movimento variegato della sinistra ha un’identità ideale diversa da quella delle destre; e le imitazioni vengono riconosciute a pelle, non ingannano.

Se l’imitazione non riesce la ragione sta nel fatto che esistono identità politiche diverse, e questa diversità deve emergere bene. Come l’andare a destra non paga, anche l’inseguire il centro ha il fiato corto e alla lunga indebolisce. La Spd non ha tenuto il centro e ha perso sulle questioni sociali che sono state intercettate dalla politica della paura. Ha dimostrato quel che non si deve fare.

Le destre fasciste e xenofobe — poiché questa è oggi la destra, senza se e senza ma — acquistano forza (aiutate anche dal sensazionalismo con il quale i media tradizionali pensano di competere con i social) facendo leva sulla paura: in uno scenario globalizzato, con sovranità nazionali impotenti e con le crescenti diseguaglianze degli uguali (di “noi”) che ossigenano la paura e fanno costruire barriere di filo spinato.

Di fronte a tutto questo occorre che la sinistra si proponga come un’alternativa credibile alla destra, e alle sue varie diramazioni più o meno radicali o populiste. La credibilità si conquista su questioni fondamentali su cui la destra non ha nulla da dire. Chiarezza su eguaglianza e su diritti.

Poiché è un fatto che le democrazie del dopoguerra hanno creato società più giuste e aperte – che decadono se diventano ingiuste e chiuse. Non vi è confusione qui. Per difendere la democrazia occorre riandare ai principi, ai fondamenti. E se nel dopoguerra la condizione per fare attecchire quei fondamenti fu la costruzione di democrazie costituzionali e pluraliste, oggi quegli stessi fondamenti richiedono la costruzione di un’Europa politica che abbia quelle stesse caratteristiche democratiche e che possa fronteggiare la globalizzazione; che metta in circolo politiche e risorse per un governo democratico delle frontiere regolandone i flussi e non chiudendole, e per un welfare che si basi comunque sul lavoro e l’eguaglianza, non sulla carità.

Ogni movimento nasce da un’idea e la sinistra è nata per difendere la dignità e la libertà di coloro che non hanno e nemmeno vogliono privilegi. La destra non può promettere questo. Perché l’idea che la muove non è né l’eguaglianza, né la giustizia. Può solo renderci tutti più paurosi e rancorosi e quindi più tristi e miseri.

 

la Repubblica, 29 settembre 2017

 

 

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