Francesco Postorino: Lo spirito azionista è ‘morto’, gli azionisti no

Francesco Postorino: Lo spirito azionista è ‘morto’, gli azionisti no

Calogero, Calamandrei, Gobetti, de Ruggiero, Bobbio e Capitini sono i protagonisti del nuovo li-bro del giovane studioso di filosofia politica Francesco Postorino (Croce e l’ansia di un’altra città, prefazione di Raimondo Cubeddu, Mimesis 2017, pp. 212), anche se tutti loro ruotano intorno alla figura centrale di Croce. A legare i primi è il fil rouge del liberalismo di sinistra e, dunque, gli chiediamo quali siano le affinità e le differenze tra questi pensatori anti-storicisti, liberal e in parte anti-crociani.

Non definirei «anti-storicista» il contributo filosofico e teorico-politico offerto dalla variegata tra-dizione dell’azionismo italiano. Gli azionisti non viaggiano tra le nuvole, e non andrebbero troppo avvicinati ai pur autorevoli «colleghi» anglosassoni del socialismo liberale, il cui approccio liberal – penso soprattutto a Rawls e alla sua original position – non verrebbe totalmente accettato dagli allievi di Croce, Gentile e Salvemini. E si tratta, come dicevo, di una cultura variegata perché la cornice azionista ospita anime a volte inconciliabili, ma che si riconoscono in un comun denominatore: la tensione normativa. Il loro realismo, infatti, non è assoluto, scettico o cinico. Il senso del concreto, per Calogero, Bobbio e Rosselli, deve vivere un rapporto di proficua tensione con gli ideali. In breve, con un occhio si guarda la realtà, e con l’altro si insegue il dover essere.

Cosa sarebbe più giusto recuperare del pensiero azionista oggi, dato che a essere messa in discussione è proprio la libertà di ciascuno e la dimensione autentica dell’umano?

La voglia di cambiamento. Il coraggioso tentativo − non esente da ingenuità filosofiche e politiche − di trasformare la realtà evitando di scivolare nel buio dei fondamentalismi. Urge ripristinare quel sentimento pedagogico che, con laica intelligenza, rifiuta le logiche pure del giacobinismo. E recuperare il tratto nevralgico del motivo azionista, quel bisogno inesauribile di introdurre pezzetti di giustizia nell’oceano confuso della storia.

Qualche anno fa Giorgio Bocca disse che nel nostro paese si parla ancora di azionismo perché dal 1946 a oggi c’è sempre stato «un anti-azionismo senza azionisti».

L’Italia, per vocazione e costumi, non ha mai accolto con favore il sentimento pedagogico di cui parlavo. Siamo conservatori. Il cambiamento fa paura. Con miopia e mala fede si accetta la «prima offerta», ed è senz’altro vero – come sostiene Gobetti – che non abbiamo mai avuto la nostra Riforma. L’anti-azionismo è una reazione rapida, fisiologica e implicita dettata il più delle volte da una incultura di base. Il vecchio “Sollen” di Kant (quell’idea del “dover essere”), gli imperativi, la lezione del dovere, l’impegno civile vengono puntualmente sbeffeggiati dal «sano realismo» del popolo italiano. Un popolo che, a parte qualche ribelle e/o partigiano della verità, subisce in silenzio la dittatura di turno.

Ma gli azionisti ci sono?

Spesso manca la genuinità e il rigore morale in quei pochissimi che rivendicano l’abito azionista. Ognuno pensa al suo orticello. L’intellettuale progressista guarda dalla finestra. Chi è ben «sistemato» (politici, giornalisti, professori e artisti di fama) non lotta perché non gliene frega nulla dell’altro, ovvero del «lui» enunciato con brivido kantiano da Calogero, Capitini e Lévinas. Certo, non mancano slogan suggestivi e non mancano i salotti borghesi dove si intonano ad effetto i principi illuministici, dietro lauto compenso. Chi ha qualche responsabilità istituzionale e culturale vede morire la nuova generazione e porta avanti la narrazione del privilegio. Lo spirito azionista è morto, ma gli azionisti ci sono. Il liberal postmoderno veste bene, si presenta in tv e ogni tanto firma autografi.

È possibile individuare qualche tratto «azionista» nelle attuali sinistre europee e mondiali?

Mi vengono in mente la «terza via» d’ispirazione ulivista, i molteplici seguaci di Blair, Giddens e la prepotenza di Renzi. Il riformismo post-socialdemocratico di oggi si consuma in una chiacchiera, nel «si dice», e si culla nelle sfere del libero mercato e della tanto sbandierata meritocrazia liberale. Il celebre annuncio di Nietzsche della «morte di dio» segna il progressivo spegnimento di ogni valore e punto di riferimento, e perciò accade che la sinistra del disincanto diviene la destra, in un gioco impazzito che tradisce la speranza degli ultimi, dei disagiati, dei senza voce, di chi, come il giovane giornalista Lorenzo Baldino, riceve un «foglio di via obbligatorio» (decreto Minniti) e gli viene impedito di partecipare al corteo anti-G7 per motivi a dir poco inspiegabili.

La sinistra di governo confonde il senso della realtà con l’adesione acritica alla teologia capitalistica e rinvia le attese degli schiavi del call center, dei precari di ogni tipo, immigrati, di milioni di persone che non vivono una vita degna di essere vissuta. Forse servirebbe un po’ di «ansia di un’altra città», riassaporare l’ideale, l’essenza, la metafisica dei giusti.

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