«Io non sono terrorista». Intervista a Chaimaa Fatihi

«Io non sono terrorista». Intervista a Chaimaa Fatihi
Chaimaa Fatihi è una ragazza italo-marocchina di 23 anni con una forte inclinazione per gli studi di legge. Ama la vita come tutte le sue coetanee e disprezza l’altro Islam; anzi, il finto Islam: quel «disegno criminale» che violenta la libertà e provoca sofferenza gratuita. Delegata nazionale dei Giovani Musulmani d’Italia, e con in mente il desiderio di poter collaborare in futuro con le organizzazioni internazionali, Chaimaa e il suo sorriso sfidano il nichilismo di chi annuncia con terrore la fine dell’Occidente. Lo fa in modo semplice, con la sua voce e la sua penna. Di recente ha scritto un libro che sta riscuotendo un gran successo: Non ci avrete mai. Lettera aperta di una musulmana italiana ai terroristi (edito da Rizzoli) è un grido toccante contro ogni manifestazione di odio. Nel novembre dell’anno scorso, a seguito dell’attacco jihadista nel cuore di Parigi, una sua piccola lettera veniva pubblicata da “Repubblica” e ripresa da altri quotidiani.
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Cosa ti aveva spinto a scriverla?
L’avevo scritta in maniera spontanea e di getto. Con rabbia, ma con la giusta lucidità al fine di corroborare la netta distanza fra me e loro. O meglio: fra noi e loro. Io non sono terrorista! L’Islam non è terrorista. Intendevo esplicitare i miei sentimenti, che erano accomunati a quelli di altri amici musulmani vicini a me in quegli istanti. Volevo dire la mia contro i volti del male, contro coloro che hanno recato sofferenza gratuita dietro un disegno criminale che non ha nulla a che vedere con la fede, l’amore, il rispetto, la religione. Dimostrarmi cittadina completa e attiva. E provare magari a svegliare le coscienze offrendo un piccolissimo contributo a una giusta causa, quella in favore dell’umanità. Da quella lettera è nato il mio libro.
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Che hai dedicato a Valeria Solesin e Giulio Regeni
Sì. Il mio voleva essere un semplice ricordo di due ragazzi deceduti nel fiore degli anni, che perseguivano le loro ambizioni con spirito di sacrificio e passione. Un esempio per tutti noi. Valeria e Giulio studiavano all’estero, avevano il coraggio di essere curiosi, di viaggiare,
sbagliare e conoscere il mondo. Due storie parallele spezzate dall’odio. Due biografie che mi hanno molto colpita.
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La radice del nome «Islam» vuole dire pace. Allora per quale motivo alcuni giovani musulmani europei si avvicinano sempre di più all’universo terrorista?
Il problema non è l’Islam. Il problema è il vuoto interiore che si genera quando non sai più chi sei, perché ti mettono nella condizione di dover scegliere una identità piuttosto che un’altra e questo crea conflitti interiori non indifferenti. Il primo che riempie quel vuoto, seppur con la violenza, vince. Ecco perché bisogna attivarsi sin da piccoli e colmarne i vuoti attraverso la cultura. Solo con la cultura è possibile trionfare sul terrorismo che, ribadisco, non c’entra nulla con l’Islam. Esiste un solo Islam, ed è quello praticato e vissuto da tutti coloro che anelano alla pace, alla vita, al desiderio di tuffarsi nella dimensione degli altri e capirli.
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Il terrorismo è l’esito di un inquietante svuotamento della soggettività. La religione, mi sembra di capire dalla tua analisi, è nel suo tratto intrinseco la continua rivendicazione del bene, del giusto, della comprensione. I terroristi quindi uccidono in primo luogo «Dio» e feriscono l’autentico atto di fede?
Esatto. Uccidono la speranza.
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L’uomo di fede come può attraversare il sentiero del dialogo e interloquire seriamente con un’altra visione del mondo? In altri termini, dove finisce la narrazione di Dio e inizia quella dell’uomo?
Provo a rispondere così. Se tutti quanti seguissero la nostra bella Costituzione, i valori umani verrebbero attuati e pienamente valorizzati. Quello che molti non riescono ancora a capire è che la nostra Costituzione ospita valori imprescindibili anche per la mia religione. L’Islam, infatti, cioè il vero Islam, si riconosce in essa, nel suo spirito, perché ama i diritti inderogabili, quali la solidarietà, la giustizia, il lavoro, l’eguaglianza, la tutela delle minoranze ecc. Il pluralismo racchiuso nel nostro testo normativo più importante rappresenta insomma la via più sicura per potenziare il dialogo interculturale e riscoprire l’eguaglianza nelle differenze.
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Nomini spesso Papa Francesco. Cosa significa per te e che rapporto vivi con la religione cristiana?
Papa Francesco è senza dubbio un mio punto di riferimento. Offre illuminanti messaggi di pace e non guarda di certo ad un’unica religione o ad una specifica interpretazione della vita. Bisogna trasformare le sue parole in doverose azioni di civiltà. Ogni giorno mi ritrovo a contatto con cristiani, sia cattolici che non, sia praticanti che non. Vi sono momenti irrinunciabili di condivisione e dialogo interreligiosi. Dal mio punto di vista, tutte le religioni sono un nobile tentativo di «trascendenza», vale a dire di progressiva emancipazione dal particolare, da un quotidiano che non di rado racconta episodi di morte o di indifferenza. Essere religiosi significa vivere con gioia la propria libertà.
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Si tende spesso a equiparare la cultura islamica al nostro medioevo. Come se ancora i figli di Allah continuino a far fatica a sposare i punti cardini dell’umanesimo. Trovi lacune o «ritardi culturali» nella tua religione?
Gli errori, a mio parere, non sono rinvenibili nell’Islam, bensì in taluni musulmani: esseri umani erranti. Io sono dell’avviso che bisogna seguire l’interpretazione delle fonti in base al luogo e al tempo in cui si attua la dottrina, quindi è necessario dare maggiore forza alle letture di sapienti e veri studiosi della Dottrina Islamica.
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Passiamo ai temi etici e sociali. Qual è la tua posizione in merito all’omosessualità, all’aborto o all’eutanasia?
Un diritto in più concesso ad altri non toglie un diritto a me. Seguo il principio per cui Dio è giudice e solo Lui può giudicare. Più in generale, l’atteggiamento laico deve essere mantenuto e vivificato nel continuo riconoscimento dell’altro. Ciò naturalmente non significa limitarsi a un rapporto di tolleranza formale, di freddezza fra la gente. Non si può smettere di ascoltare e, per quanto possibile, abbracciare la diversità.
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E sul ruolo che la donna ricopre in Occidente o in Oriente come ti pronunci?
La donna sta facendo grandiosi passi avanti sia in Occidente che in Oriente. In Marocco ho visto donne indipendenti, attive in svariati ambiti, dalla cultura alla politica, dal sociale alla
formazione. In Italia, com’è noto, abbiamo straordinari esempi di donne che hanno fatto e continuano a fare la differenza. Ma non basta. Occorre sottolineare con fervida passione il ruolo e la dignità della donna. Il femminicidio nel nostro Paese è uno dei tanti drammi. Dobbiamo proseguire con intelligenza la lotta culturale e di educazione, fronteggiando senza timidezza qualunque atto di violenza.
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Una docente del liceo Marco Polo di Venezia pare abbia augurato la morte a tutti i bambini musulmani, cioè «ai futuri terroristi del Pianeta». Il caso è arrivato in Parlamento.
Sì, ho saputo. Le sue affermazioni sono disumane e indegne. Anzitutto perché vuole la morte di altri esseri umani; ciò significa che non è per nulla adatta a svolgere la funzione educativa e formativa. Ma è anche discriminatoria in quanto pone il focus sui musulmani.
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Che proponi?
Io credo che in questi casi bisogna licenziare la professoressa di turno. Non vedo altre soluzioni. Chi è razzista, ripeto, non può insegnare. In ogni modo, spero che venga ripristinato al più presto l’imperativo pedagogico. Ne vale del futuro del nostro Paese.
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MicroMega online, 24 ottobre 2016

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