Stefano Parisi, “Il Sì non è l’ alternativa al caos. Anzi: così si divide il Paese”

Stefano Parisi, “Il Sì non è l’ alternativa al caos. Anzi: così si divide il Paese”

 

No al referendum d’ autunno, poi assemblea costituente. Queste le proposte di Stefano Parisi, già candidato sindaco a Milano e ora in corsa per diventare il nuovo “federatore” del centrodestra.

Come ha deciso di schierarsi per il no?

Leggendo la proposta di riforma: è farraginosa e non risolve i problemi d’ ingovernabilità del nostro Paese. Genera confusione e aumenterà il contenzioso tra i diversi livelli amministrativi, Stato, Regioni, enti locali. In più, cancella definitivamente qualsiasi ipotesi di federalismo fiscale: attua una ricentralizzazione dura dello Stato. Io penso invece che bisogna responsabilizzare il potere politico a ogni livello: chi eroga servizi, i sindaci, devono poter anche controllare le tasse, e i cittadini devono sapere quelle tasse quali servizi finanziano.

Insieme al no, lei propone l’ assemblea costituente.

Sì, non si può sottostare al ricatto che sta facendo il governo: o il Sì o il caos. Ci sono caduti anche gli osservatori internazionali, il Financial Times. Ma in Italia c’ è una grave crisi economica che è precedente al lancio del referendum e che prescinde dal Sì o dal No. Chi vota No, ma ha anche uno spirito riformatore, deve però proporre un percorso di rinnovamento. Il Paese ha bisogno di riforme profonde, anche della Costituzione: non penso che la nostra Costituzione vada bene così. Bisogna dare al governo una maggiore stabilità e soprattutto bisogna garantire che la maggioranza in Parlamento corrisponda alla maggioranza nel Paese, altrimenti gli italiani continueranno ad abbandonare il voto.

Come si arriva all’ assemblea costituente?

Propongo che, anche prima del referendum, il Parlamento approvi una legge costituzionale che abroghi da subito il Senato e lo sostituisca con un’ assemblea costituente, eletta con il proporzionale, che abbia 18 mesi per preparare una proposta di riforma ordinata, chiara, non compromissoria. Gli eletti a questa assemblea non potranno poi ricandidarsi in Parlamento, in modo da distinguere il lavoro della costituente dalla maggioranza di governo.

Questa proposta prevede dunque un passaggio elettorale a breve.

Certo. Con una campagna elettorale chiara, in cui ogni movimento politico proporrà una soluzione al nostro assetto costituzionale e i cittadini potranno votare la soluzione che ritengono più adatta: il presidenzialismo oppure il premierato, una o due Camere, Sì o No alle Regioni eccetera. Con un processo trasparente che coinvolga l’ opinione pubblica. Nel referendum di oggi invece la maggioranza degli italiani non sa che cosa voterà e il voto diventerà inevitabilmente un Sì o un No a Matteo Renzi, piuttosto che un Sì o un No al caos.

Non tutto il centrodestra è schierato in maniera convinta per il no, né vuole l’ assemblea costituente. Le sue proposte la metteranno in difficoltà nella corsa a diventare il leader del centrodestra?

Il mio è un contributo di idee.

Non deve essere una sintesi per forza. Io sono convinto che coloro che votano no debbano avere una proposta alternativa. Se diciamo: votiamo No solo per mandar via Renzi, rischiamo di dare un argomento in più a coloro che dicono: o il Sì o il caos. Dobbiamo mostrare un chiaro spirito riformatore: votiamo No perché questa riforma non va bene e ne vogliamo una migliore. Ancor più innovatrice. Dobbiamo spiegare che chi vota Sì dimostra di avere uno spirito riformatore debole e un po’ confuso.

Renzi ha iniziato proponendo il referendum come plebiscito sulla sua persona.

Ho paura che questa “renzizzazione” del referendum, voluta da Renzi stesso, spacchi il Paese in due. Rendendolo più debole e più marginale anche in Europa. E questo l’ Italia non può permetterselo, visti i problemi enormi che ha, economici, sociali, internazionali. Per questo dobbiamo avviare da subito, con senso di responsabilità, un percorso che punti a unificare il Paese dopo il referendum, qualunque risultato abbia.

Parisi è anche il fondatore di Chili tv, che ha appena incassato un accordo con le americane Paramount (Viacom) e Warner Bros. Non doveva comprarvi Berlusconi?

Dopo una trattativa durata parecchi mesi, le due major Usa sono entrate nel capitale di Chili perché vogliono essere presenti sul mercato europeo della distribuzione digitale dei film. Questo rafforza Chili e smentisce seccamente le falsità messe in giro sull’ ingresso di Mediaset in cambio del mio impegno in politica.

Però Chili ha appena ottenuto un finanziamento di 1,2 milioni dalla Regione Lombardia: soldi pubblici.

È una richiesta di fondi europei avanzata da tante aziende che fanno innovazione tecnologica. Chili l’ ha fatta nel 2014, quando io non avevo neppure in mente la politica. Chili non è stata privilegiata, ma penso non debba neanche essere penalizzata per il fatto che uno dei suoi azionisti si è impegnato in politica.

Il Fatto Quotidiano, 17 agosto 2016

 

 

 

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