Riforma Boschi, il plebiscito sul premier oscura i contenuti

Riforma Boschi, il plebiscito sul premier oscura i contenuti

Renzi chiude la discussione generale per il voto conclusivo sulla riforma costituzionale e per un attimo ci fa sognare. Promette risposte nel merito su ben venticinque punti. Ma, come sappiamo, di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno.

Comincia con uno scarico di responsabilità. Tutto parte da Napolitano, ampiamente citato: «un senatore senza il quale tutto questo passaggio non sarebbe stato possibile». Non è necessario entrare nelle polemiche su Napolitano, o in quelle odierne su Mattarella, anche richiamato da Renzi per il suo intervento alla Columbia University dell’11 febbraio 2016. Non è dubbio che il Capo dello Stato non possa nella specie andare oltre la moral suasion. Chi non è convinto può sempre dire no.
Renzi continua poi con gli argomenti già noti. Tutto è andato per il meglio, senza forzature, ed anzi i parlamentari «hanno dato una grandissima lezione di dignità al resto della classe dirigente … la politica quando è sfidata in positivo è capace di far vedere la pagina più bella». Ma davvero? Dignità o miserabile attaccamento alla poltrona? Perché allora le continue minacce sul votare secondo il volere del governo o tutti a casa? Perché imbavagliare chi ha osato alzare la testa? E vogliamo davvero credere che la pagina più bella rechi la firma di Verdini? O che venga da quella fecondazione assistita e abortita che fu il patto del Nazareno?
Anche sul referendum nulla cambia. Renzi ribadisce la richiesta dei parlamentari di maggioranza: è consentita. Certo, ma la scelta di chiedere il voto popolare è politica, e non è necessitata.
Quel che conta è la motivazione. E se l’esito si lega alla persona del premier e alla sopravvivenza del governo, la torsione plebiscitaria è inevitabile e voluta. Cosa importa che venga da un accordo politico, come ricorda Renzi? L’obiettivo di verificare l’orientamento popolare sul merito della riforma potrebbe essere anche comprensibile e persino meritorio: ma solo se si togliesse dal piatto la posta della crisi e dello scioglimento anticipato nel caso di vittoria dei no, e si rendesse ai cittadini la libertà di voto che si vuole con tale minaccia nei fatti espropriare.
Tutto per un testo costituzionale concepito male e scritto peggio. Non c’è pubblicità ingannevole che tenga. Tale è il caso ad esempio della semplificazione e della rapidità nella produzione legislativa, pezzo forte della rappresentazione renziana. Basta pensare che l’articolo 72 della Costituzione vigente disciplina la formazione delle leggi con un totale di 190 parole.
L’articolo 12 della riforma, che lo sostituisce, giunge a 442 parole. Si è mai visto qualcosa che semplifichi più che raddoppiando in lunghezza?
Renzi sostanzialmente nulla dice sulle critiche di fondo. Nulla sulla concentrazione del potere in capo all’esecutivo. Il voto a data certa a richiesta del governo è cosa buona e utile. Che poi metta l’agenda parlamentare nelle mani dell’esecutivo che importa? Nulla sulla sinergia perversa tra riforma e Italicum, che con il trucco del ballottaggio senza soglia apre la via a governi fortemente minoritari nel consenso ma blindati per la legislatura in numeri parlamentari posticci. Con indebolimento inevitabile dell’impianto dei checks and balances e della stessa rigidità della Costituzione, pietra angolare del sistema.
Proprio i numeri dati da Renzi sulle maggioranze, solo formalmente mantenute, attestano l’indebolimento. Cita la sentenza 1/2014, che dichiara l’illegittimità costituzionale della legge elettorale – il Porcellum – ma «non travolge la legittimazione giuridica né politica delle Camere», abilitate quindi a riformare. Ma la Corte nulla dice della legittimazione politica. Mentre invece Renzi bene dovrebbe occuparsene, visto che senza i numeri parlamentari drogati i voti per la riforma non li avrebbe avuti. Invece, con l’Italicum ha riprodotto i vizi di incostituzionalità del Porcellum fulminati dalla Corte.
Infine, una menzione speciale merita la citazione renziana di Terracini. Il 15 gennaio 1947 nella II Sc., I Sez., mette ai voti il principio per cui il governo ha titolo a prendere l’iniziativa sulla revisione costituzionale. La Sottocommissione approva. Renzi ne trae una trionfale conferma che il suo governo ben poteva fare quel che ha fatto.
Chi conosce la storia sa che in quel tempo i governi furono di fatto attentissimi a non interferire con il lavoro costituente. Una decisione saggia, che consentì di continuare la stesura della Costituzione anche dopo la rottura dell’unità antifascista e l’uscita delle sinistre dall’esecutivo con il IV De Gasperi nel maggio del 1947.
Più modestamente, possiamo qui ricordare a Renzi che i verbali vanno letti per intero. In quella seduta si discuteva in astratto di molteplici modalità possibili per la revisione costituzionale. Nulla di più. Subito dopo il passaggio citato Terracini mette ai voti se l’iniziativa possa essere attribuita al parlamento. E successivamente mette in votazione il principio per cui dopo la prima approvazione del progetto di revisione le assemblee legislative debbano essere sciolte, per procedere a nuove elezioni. La Sottocommissione approva (AC, II Sc., I Sez., 15 gennaio 1947, pag. 137).
Quindi, se Renzi vuole davvero onorare fino in fondo la citazione, cominci a preparare le valige. E intanto dica al suo scriba – chiunque sia – di studiare di più.

il manifesto, 13 aprile 2016

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