LUCIANO GALLINO, COSTRUIRE LE FABBRICHE DEL DISSENSO

LUCIANO GALLINO, COSTRUIRE LE FABBRICHE DEL DISSENSO

Luciano Gal­lino è morto a 88 anni. L’ultima volta che l’ho sen­tito al tele­fono, per un’intervista, era ai primi di luglio 2015. Ci era­vamo lasciati con un appun­ta­mento in autunno, quando sarebbe uscito il suo nuovo libro Il denaro, il debito e la dop­pia crisi, una lunga let­tera ai suoi nipoti, più che un testa­mento uno stru­mento di bat­ta­glia con­tro l’austerità. Pen­sa­vamo a un’altra inter­vi­sta, per discu­tere del libro. Mi disse: “Sa sono stato male, ma ho con­ti­nuato a lavo­rare al libro. Adesso sto cor­reg­gendo le bozze”.Era pieno di ener­gia, mi disse. Lo richia­mato più volte, nelle ultime set­ti­mane. Non è stato pos­si­bile parlarci.

Il tic­chet­tìo dell’Olivetti

Era diven­tata un’abitudine, que­sta lunga fre­quen­ta­zione tele­fo­nica ini­ziata, credo, nel 2009.

Il nostro metodo di lavoro era improv­vi­sato, ma era sem­pre pre­ciso, infal­li­bile. Lo chia­mavo al mat­tino, pro­spet­tavo l’argomento dell’intervista: una dichia­ra­zione del governo di turno, un avve­ni­mento poli­tico euro­peo di primo piano, un movi­mento degli stu­denti, una legge finan­zia­ria, l’ultimo libro pub­bli­cato. Mi rispon­deva cor­tese, sem­brava pren­dere appunti a mente, mi chie­deva sem­pre di richia­marlo al pome­rig­gio. Pren­deva molto sul serio l’argomento, sem­brava volerlo stu­diare a fondo. Lo richia­mavo e, alla prima domanda, ini­ziava a par­lare con un filo di voce, con calma, a raf­fica. Fati­cavo a star­gli dietro.

Durante un dia­logo avve­nuto a fine 2012, per una lunga inter­vi­sta pub­bli­cata a fine anno su Il Mani­fe­sto, si inter­ruppe. Mi chiese: “Ma lei sta scri­vendo men­tre parlo?”. “Sì, pro­fes­sore”. “Ah che bello, mi ricorda l’Olivetti, que­sto tic­chet­tìo continuo”.

Gal­lino ha col­ti­vato a lungo l’esperienza di vita, e di lavoro, per il grande indu­striale di Ivrea. La sua col­la­bo­ra­zione con “l’impresa respon­sa­bile” dell’ingegnere (a cui ha dedi­cato uno dei suoi ultimi libri) ini­ziò nel 1956, all’Ufficio Studi Rela­zioni Sociali, una strut­tura di ricerca azien­dale all’avanguardia per i tempi, qual­cosa che oggi appare fan­ta­scienza per gli ita­liani. Per gli undici anni suc­ces­sivi, fino al 1971, ha diretto il Ser­vi­zio di Ricer­che Socio­lo­gi­che e di Studi sull’organizzazione (SRSSO) sem­pre all’Olivetti, negli stessi anni ini­ziava a Stan­ford una car­riera scien­ti­fico che lo avrebbe por­tato a diven­tare uno dei socio­logi del lavoro, dell’industria, della teo­ria sociale rico­no­sciuti in tutto il mondo. Per capire Gal­lino, e la sua ten­sione verso l’innovazione e diritti dei lavo­ra­tori, biso­gna capire con chi lavo­rava a Ivrea. Il suo diri­gente era Paolo Vol­poni, lo scrit­tore di “Cor­po­rale” o de “Le Mosche del Capi­tale” che molto rac­contò dell’esperienza di fab­brica da parte degli intel­let­tuali mar­xi­sti, e non, divisi tra la visione auto­ri­ta­ria della Fiat e quella illu­mi­ni­stica, razio­nale e neo-comunitaria di Olivetti.

Il tic­chet­tìo della tastiera del mio com­pu­ter, mi disse, gli ricordò quella sta­gione a cui è rima­sto for­te­mente legato: la sta­gione degli scrit­tori e poeti in fab­brica: Giu­dici, For­tini, Vol­poni, Sini­sgalli, Pam­pa­loni. Ma anche di intel­let­tuali di grande respiro euro­peo come Ser­gio Bolo­gna. Tutta una gene­ra­zione for­mata allo stu­dio con­creto, mate­riale dell’organizzazione dell’impresa intrec­ciata con la vita al lavoro dei lavo­ra­tori. A con­tatto con i cir­cuiti della pro­du­zione, con le asprezze della media­zione sin­da­cale e poli­tica, con l’esigenza di por­tare l’impresa nel ter­ri­to­rio, o nella città, e non di sus­su­mere il ter­ri­to­rio e la vita nell’impresa. Gal­lino cono­sceva la tec­nica dall’interno e la pen­sava con un dop­pio cer­vello: la scienza dell’organizzazione ame­ri­cana e la teo­ria cri­tica della scuola di Francoforte.

Al tele­fono

Ho cono­sciuto Gal­lino dai suoi libri, non come stu­dente, o come col­lega. Il dizio­na­rio di socio­lo­gia, Se tre milioni vi sem­bran pochi. Sui modi per com­bat­tere la disoc­cu­pa­zioneIl costo umano della fles­si­bi­lità,Finan­z­ca­pi­ta­li­smo. La civiltà del denaro in crisiLa lotta di classe dopo la lotta di classeIl colpo di stato di ban­che e governi. L’attacco alla demo­cra­zia in Europa, tra i tan­tis­simi. E l’ho cono­sciuto al tele­fono. Uno stru­mento che per­mette di man­te­nere una strana inti­mità pur restando dei per­fetti estra­nei. Il tele­fono per­mette di man­te­nere la giu­sta distanza dalle cose, in un equi­li­brio tra ciò che si sa e lo sconosciuto.

Per­ché, al tele­fono, il pen­siero viene messo al lavoro. A una domanda, può cor­ri­spon­dere una rispo­sta impre­ve­di­bile. Ad esem­pio, nel 2009: in un’intervista sul pre­ca­riato dell’università, che molto ha pre­oc­cu­pato Gal­lino, il pro­fes­sore eme­rito mi sor­prese, spin­gendo a cam­biare com­ple­ta­mente il senso dell’intervista. Ini­ziò a par­lare di red­dito di base per tutti, una pro­spet­tiva — mi disse — non pro­prio con­ver­gente “con la mia for­ma­zione di socio­logo dell’industria”. Con­ti­nuavo a scri­vere, pro­vando a non per­dere una parola. Gal­lino, dopo una breve rifles­sione, era pronto a rove­sciare le sue case­matte e stare all’altezza del pro­blema. La pro­spet­tiva non lo con­vin­ceva, ma andava sino in fondo alla que­stione, con una deci­sione che nel tempo sarebbe diven­tata un vero stile poli­tico. Ecco cosa mi disse:

“Una delle posi­zioni etico-politiche del red­dito di base è ren­dere gli indi­vi­dui mag­gior­mente liberi dinanzi alle scelte lavo­ra­tive e, si può pre­su­mere, anche alle scelte nel per­corso uni­ver­si­ta­rio e post-universitario. Se una per­sona è a red­dito zero, cioè se non ha mai avuto un lavoro nor­mal­mente retri­buito o è un gio­vane in cerca di una prima occu­pa­zione, accet­terà qua­lun­que tipo di lavoro. Se, invece, avesse un red­dito di base, il cui scopo è tenere le per­sone al di sopra della soglia di povertà, sarebbe più libero di com­piere le sue scelte. Non cer­che­rebbe a tutti i costi uno sbocco lavo­ra­tivo red­di­ti­zio. È un po’ tutto da spe­ri­men­tare, ma ritengo che que­sto carat­tere del red­dito di base, cioè la costru­zione di mag­giori spazi di libertà fuori dall’assillo del bilan­cio quo­ti­diano, potrebbe avere effetti posi­tivi anche sulla ricerca e sui per­corsi uni­ver­si­tari in genere. Chi è pre­giu­di­zial­mente ostile al red­dito di base tro­verà infi­nite ragioni per opporsi. Vi sono molti pro e molti con­tro. Per ragio­nare in con­creto, il red­dito dovrebbe assor­bire tutte le spese che ven­gono ero­gate sotto la forma di ammor­tiz­za­tori sociali e assi­mi­lati. Se si mette insieme il costo della cassa inte­gra­zione ordi­na­ria, cassa straor­di­na­ria, cassa inte­gra­zione in deroga, liste di mobi­lità, pre­pen­sio­na­menti, assi­stenza ai pen­sio­nati sotto la soglia di povertà e altre forme di assi­stenza, sono miliardi di euro. In altre parole, biso­gna pen­sare ad una gene­rale tra­sfor­ma­zione delle poli­ti­che sociali. I cal­coli che si fanno sta­bi­li­scono che per stare al di sopra di una soglia della povertà una fami­glia avrebbe biso­gno di 1.500 euro o giù di lì, 5 o 600 euro per due fami­liari, la metà per uno o due figli. Ci sarebbe comun­que un mar­gine non coperto, però la tra­sfor­ma­zione degli ammor­tiz­za­tori sociali come — per fare un gioco di parole — base per il red­dito di base potrebbe far fare un grande passo in avanti. Il red­dito di base non è con­di­zio­nato dal fatto di avere avuto un lavoro. La cosa para­dos­sale oggi è che per avere un sus­si­dio di disoc­cu­pa­zione biso­gna avere ver­sato almeno 52 set­ti­mane di contributi”.

La lotta di classe dall’alto

Sin dalla fine degli anni Novanta, Gal­lino ha espli­ci­tato la ten­sione etico-politica, comune a molti intel­let­tuali tori­nesi, che lo ha por­tato a inter­ve­nire nel pre­sente con una ric­chezza di posi­zioni tutte ispi­rate a un rin­no­vato senso della radi­ca­lità. Radi­cale, lo era Gal­lino sia nell’impietosa e spesso dispe­rante ana­lisi del domi­nio capi­ta­li­stico, sia nell’evocazione degli stru­menti della resi­stenza e dell’alternativa.

L’approccio di Gal­lino non si limi­tava all’analisi delle dise­gua­glianze, oggi piut­to­sto in voga da quando Tho­mas Piketty ha avuto suc­cesso con un libro pre­ten­zio­sa­mente inti­to­lato “Il capi­tale del XXI secolo”. La gigan­te­sca espro­pria­zione della ric­chezza  del lavoro avve­nuta a par­tire dalla fine degli anni Set­tanta ad oggi, Gal­lino la chia­mava “Lotta di classe”. Coniando — già dal titolo di un libro inter­vi­sta — la for­tu­nata for­mula di “lotta di classe dall’alto”.

In una lunga serie di volumi militanti,in cui non man­cava certo il rigore infles­si­bile dello scien­ziato sociale, que­sta vio­len­tis­sima asim­me­tria del potere dei ric­chi con­tro un lavoro sem­pre più debole e vul­ne­ra­bile è stata squa­der­nata con una peri­zia costante. Nel tempo Gal­lino ha affi­lato lo stile di inter­vento poli­tico giun­gendo a ren­dere il suo ultimo libro Il denaro, il debito e la dop­pia crisi una mor­dace ope­ra­zione di com­bat­ti­mento dia­let­tico con­tro l’oligarchia al potere. Spie­tato il suo giu­di­zio con­tro i “quat­tro governi del disa­stro” che hanno gestito i primi anni della crisi ita­liana: Ber­lu­sconi, Monti, Letta e Renzi. Sono l’espressione di un “colpo di stato delle ban­che e dei governi”:

“Si può par­lare di colpo di stato quando una parte dello stato stesso si attri­bui­sce poteri che non gli spet­tano per svuo­tare il pro­cesso demo­cra­tico — mi disse Gal­lino in un’altra inter­vi­sta del 2013 — Oggi deci­sioni di fon­da­men­tale impor­tanza ven­gono prese da gruppi ristretti: il diret­to­rio com­po­sto dalla Com­mis­sione Ue, la Bce, l’Fmi. I par­la­menti sono svuo­tati e hanno dele­gato le deci­sioni ai governi. I governi li hanno pas­sati al diret­to­rio. Se que­sta non è la fine della demo­cra­zia, è cer­ta­mente una ferita grave. Pen­siamo al patto fiscale, un enorme impe­gno eco­no­mico e sociale con una valenza poli­tica rile­van­tis­sima di cui nes­suno pra­ti­ca­mente ha discusso. I par­la­menti hanno sbat­tuto i tac­chi e hanno votato alla cieca per­ché ce lo chie­deva l’Europa. Non esi­stono alter­na­tive, ci è stato detto. Que­sta espres­sione è un corol­la­rio del colpo di stato in atto”.

L’orologio a cucù

«La con­ce­zione dell’essere umano per­se­guita con dram­ma­tica effi­ca­cia dal pen­siero neo­li­be­rale — ha scritto Gal­lino — ha lo spes­sore morale e intel­let­tuale di un oro­lo­gio a cucù». Ne emerge il ritratto della stu­pi­dità delle nuove classi domi­nanti. La stu­pi­dità è il risul­tato morale e intel­let­tuale di chi ha assunto acri­ti­ca­mente l’idea della fun­zione gover­na­men­tale della finanza e delle ban­che; del verbo divino di teo­rie eco­no­mi­che smen­tite dalla vio­lenza della crisi nel 2008; della morale della «casa­linga sveva» Angela Mer­kel che «spende sol­tanto quel che incassa e non fa debiti».

Infles­si­bile è stato il suo schie­rarsi a fianco dei subal­terni, facendo appello alle forze per la tra­sfor­ma­zione poli­tica in un con­ti­nente dispe­rato come l’Europa. Mai Gal­lino ha man­cato di riflet­tere sul nesso con la pro­du­zione: una tra­sfor­ma­zione è poli­tica quando cam­bia il modo di produzione.

“Cam­biare para­digma pro­dut­tivo non implica solo cam­biare indi­ca­tori, com­porta una tra­sfor­ma­zione poli­tica. In que­sta fase man­cano le pre­messe poli­ti­che per rea­liz­zarla. I discorsi che i governi euro­pei fanno sull’economia, in Ita­lia come in Ger­ma­nia, sono di un’ottusità incom­pa­ra­bile. Vanno tutti in dire­zione con­tra­ria a quello che biso­gna fare, e di certo non ser­vono per rifor­mare la finanza, mutare il modello pro­dut­tivo e ope­rare una tran­si­zione di milioni di lavo­ra­tori verso nuovi set­tori ad alta inten­sità di lavoro. La crisi deve essere affron­tata in tutti gli aspetti e non solo su quello finan­zia­rio e pro­dut­tivo. Pur­troppo la discus­sione pub­blica è a zero”.

Costruire le fab­bri­che del dissenso

La tri­lo­gia com­po­sta dal denaro, il debito e la dop­pia crisiFinan­z­ca­pi­ta­li­smoIl colpo di Stato di ban­che e governi, da leg­gere insieme a libri come Attacco allo stato sociale e Vite rin­viate, lo scan­dalo del lavoro pre­ca­rio, ha tro­vato un com­pi­mento nell’ultimo libro con la defi­ni­zione dei linea­menti del «pen­siero cri­tico», oscu­rato e rimosso dalle riforme della scuola e dell’università Moratti-Gelmini e imba­stite da quel con­cen­trato di idio­zie mer­can­ti­li­sti­che della legge «di sini­stra» Berlinguer.

Biso­gna costruire, per tutta la pros­sima gene­ra­zione, le «fab­bri­che del dis­senso» ha scritto Gal­lino. Le idee ci sono, ispi­rate a un «socia­li­smo eco­lo­gico» o a un «socia­li­smo demo­cra­tico», lo defi­ni­sce Gal­lino: riforma della finanza, rot­tura con il cen­tri­smo neo­li­be­rale che uni­sce destra e sini­stra, riuso intel­li­gente del neo­key­ne­si­smo per il popolo, e non per la finanza. «Non sarà un supe­ra­mento totale del capi­ta­li­smo, come forse sarebbe neces­sa­rio – con­clude Gal­lino – ma un modo rea­li­stico per ten­tare una volta ancora di sot­to­porlo a un grado ragio­ne­vole di con­trollo demo­cra­tico». Resta da capire se la ragio­ne­vo­lezza basterà per resi­stere alla sfida mor­tale di que­sto capitalismo.

“Oggi siamo ad un bivio — mi disse in un’altra inter­vi­sta del 2013 sul ruolo del sin­da­cato, a cui non rispar­miò cri­ti­che — da un lato c’è la demo­cra­zia, dall’altro il capi­ta­li­smo. È pos­si­bile avere l’una senza l’altro? È pos­si­bile un qual­che tipo di accet­ta­bile con­ci­lia­zione tra i due come nel tren­ten­nio dopo la seconda guerra mon­diale? Lo sarà solo se alcuni milioni di per­sone si sve­glie­ranno, insieme ai par­titi poli­tici. Oggi, pro­ba­bil­mente, una qual­che solu­zione è pos­si­bile. Altri­menti andremo verso un capi­ta­li­smo senza demo­cra­zia o con forme dav­vero povere di democrazia”.

“Con­si­de­rate que­sto pic­colo libro un mode­sto ten­ta­tivo volto a aiu­tarvi a col­ti­vare una fiam­mella di pen­siero cri­tico nell’età della sua scom­parsa - ha scritto Gal­lino - Da noi la cul­tura di sini­stra, quale cul­tura dif­fusa di ampie for­ma­zioni poli­ti­che, è morta, insieme con i par­titi che la divul­ga­vano. Appar­tiene alle scon­fitte da cui sono par­tito. Ma nes­suno è vera­mente scon­fitto se rie­sce a tenere viva in se stesso l’idea che tutto ciò che è può essere diver­sa­mente, e si ado­pera per essere fedele a tale ideale”.

il manifesto, 8 novembre 2015

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