Lettere,memorie e discorsi di Bobbio e Pavone dedicati alla lotta per la liberazione

Norberto Bobbio (1909-2003) e Claudio Pavone (1920): un filosofo del diritto e uno storico che, dopo avervi partecipato, non hanno mai smesso di interrogarsi sulla Resistenza. Lo attestano tre recenti libri. Il primo racchiude scritti di entrambi, a cura di David Bidussa, con un’appendice di sedici lettere (1983-2001) dal loro carteggio. Il secondo è una silloge di testimonianze e discorsi del solo Bobbio, redatta da Pina Impagliazzo e Pietro Polito. Il terzo è uno stralcio delle memorie inedite di Pavone, incentrato sul 1943-45. In tutte queste pagine si rispecchiano le speranze e le inquietudini di quella minoritaria galassia terzaforzista che scorse nella Resistenza una felice eccezione italiana.
Diciamolo subito: nel confronto, Pavone brilla più di Bobbio. Il filosofo torinese è spesso convenzionale e a tratti persino retorico, nonostante il proverbiale pessimismo. Pavone, invece, ragionando sempre da storico, è più penetrante. È vero che un lontano intervento di Bobbio del 1965 sembra quasi prefigurare la tripartizione della Resistenza in guerra patriottica, civile e di classe, introdotta da Pavone nel suo ormai classico tomo del 1991 (Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza). Ma è anche vero che il miglior scritto di Bobbio sul tema è proprio una densa recensione del volume di Pavone, spartiacque nel campo degli studi storici. Quel libro monumentale sdoganò fra gli antifascisti il termine «guerra civile», verso il quale il filosofo s’era mostrato a lungo tiepido, come risulta anche dal loro epistolario («la guerra partigiana – scriveva ancora nel 1987 – non è una guerra civile, perché è una guerra contro lo straniero, se pure interno»). Del resto, l’antifascismo sabaudo è rimasto per anni appiattito su un lavoro di Guido Quazza, Resistenza e storia d’Italia (1976), che, riletto oggi, si rivela quantomeno datato.
Furono entrambi resistenti senz’armi, Bobbio e Pavone: separati non soltanto da undici anni d’età, ma anche da due biografie intellettuali non sovrapponibili. Quando il 6 dicembre ’43 il trentaquattrenne Bobbio fu arrestato a Padova, dove insegnava, e trattenuto in carcere per un paio di mesi, era già un professore affermato. Invece Pavone conoscerà la celebrità solo a settant’anni suonati, grazie alla citata monografia sulla guerra civile, dopo una vita come archivista di Stato. Nemmeno in queste asciutte Memorie di una giovinezza rinuncia all’abito schivo. La sua Resistenza – prima a Roma, poi a Milano – diventa un’attività clandestina «molto modesta», in cui «è più facile essere uccisi che uccidere». Spiccano gli incontri con uomini del calibro di Eugenio Colorni e Delfino Insolera, senza dimenticare il sofferto addio al cattolicesimo, proprio in quei mesi. All’epoca simpatizzante del Partito socialista, dopo il ’45 Pavone si definirà «azionista postumo». Alcuni lampi sui nodi più scabrosi – l’8 settembre, il dilemma della scelta, la moralità della violenza, l’«acquiescenza passiva» dei burocrati, Piazzale Loreto con la sua folla «non degna della tragicità di quello spettacolo» – sono un distillato delle sue future ricerche al riguardo. A riprova di quanto, per lui, studiare la Resistenza abbia significato «fare i conti con la mia esperienza in essa».
Non mancano i momenti involontariamente grotteschi. Una sera d’ottobre del ’43, Pavone si disfa di alcuni fogli compromettenti, gettandoli all’interno di una grossa auto nera parcheggiata con il finestrino aperto. Ma l’auto è sorvegliatissima, essendo quella di Guido Leto, già capo dell’Ovra e poi vice-capo della polizia repubblichina. Una leggerezza che gli costerà l’arresto e lunghi mesi di prigione, tra Regina Coeli (dove conosce Leone Ginzburg, portato via dai tedeschi sotto i suoi occhi) e il penitenziario di Castelfranco Emilia.
Il carcere è un abisso di ozio e brutalità. I geloni, la presenza «disgustosa e umiliante» del bugliolo, la paura dell’insonnia (vinta recitando nella sua mente vasti brani della Divina Commedia), i dialoghi con i detenuti comuni, «espressione di un mondo a me ignoto». Un giorno, le autorità fasciste prelevano venti prigionieri, da fucilare in rappresaglia ad un’azione partigiana. Pavone è uno dei cinque risparmiati. Fu straziante: «sperare di non essere scelto e sapere che questo significava la morte di un altro al posto mio».
Liberato a fine agosto ’44, approda fortunosamente a Milano, scaricato da una camionetta davanti a Palazzo Reale, «proprio dove molti anni dopo sarei passato tante volte per andare all’Istituto Nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia». Il successivo 25 aprile la città si risvegliava in una bolla d’euforia, con il nostro narratore finalmente fuori dalla clandestinità e felice di «non aver ammazzato nessuno».

Il Sole 24Ore, 14 giugno 2015

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