Bersani: Nessuna ritirata, combattiamo. Speranza intanto prepara gli scatoloni

Roma. Roberto Speranza fa sul serio: prepara gli scatoloni, «da lunedì prenderò un’’altra stanza qui al gruppo» anche se non ancora non c’’è un nuovo capogruppo. ««So che a Matteo piace mantenere il punto — scherza — quindi rimane tra noi la distanza sulle riforme ». Ma la minoranza del Pd non si sente davvero sconfitta dopo la riunione bollente di mercoledì notte. «Hanno votato 190 deputati su 310 — sottolinea Alfredo D’’Attorre — . Non è poi un gran risultato». E i numeri in aula non consentono al premier di dormire sonni tranquilli. «Con 30-40 voti segreti poi», osserva Nico Stumpo.
Ecco i numeri. Gianni Cuperlo e Sinistradem hanno 20 onorevoli. Pippo Civati, 4. Area riformista, la componente guidata da Speranza, che pure ha varie posizioni al suo interno (ma il voto segreto alimenta la voglia di sorprese) conta 80 deputati. A loro si aggiungono un’’altra decina di “indipendenti”. Per questo, la strada dell’’Italicum sembrerebbe segnata: il governo può farcela con sicurezza solo con il voto di fiducia. È una strada rischiosa, che spaccherebbe ancora di più il Pd. Renzi lo sa benissimo, malgrado le minacce esplicite e riservate. Per questo, i dissidenti attendono un’’alternativa. E se arrivasse riuscirebbe a riunire il Partito democratico.
Dice Cuperlo: «Se l’’apertura di Renzi sulla riforma costituzionale è vera, cambia molto». Ma quale apertura? Il Senato elettivo, ovvero l’’abbattimento del pilastro su cui si regge la riforma Boschi. «Se Matteo modifica l’articolo 2 bilancia gli effetti dell’’Italicum», osserva Cuperlo individuando il cuore del problema. E Speranza spera ancora in un ripensamento del premier. «Le mie dimissioni sono verissime. Solo una correzione dell’’impianto complessivo permette alla discussione di ricominciare».
Nella difficile notte di mercoledì, Renzi ha promesso modifiche alla riforma costituzionale. Senza entrare nel dettaglio e quando fa così sconta sempre una diffidenza reciproca tra lui e i suoi oppositori. In particolare, con Pier Luigi Bersani. Infatti l’’ex segretario vorrebbe ascoltare le proposte ma avverte: «Penso che ci sia il rischio di prendersi anche un po’ in giro». Da giorni i bersaniani come D’’Attorre ripetono che lo scambio Italicum-legge sul Senato non sta in piedi. Che l’’articolo 2, ossia il nucleo della riforma è stato già approvato in due letture e non ci si torna sopra. «Per l’’amor di Dio — precisa Bersani — se mi dicono che si torna sul Senato sono contento, perché mi pare che la soluzione che abbiamo approvato non sia il massimo. Però non si può più, a meno che non si faccia effettivamente il Monopoli, si ritorna da capo sul Senato. Se si ritorna da capo allora ridiscutiamo tutto. Sennò dobbiamo bercelo per come è stato confezionato».
Bersani non si fida dunque. Nonostante le divisioni, la minoranza rischia di far ballare Renzi. «Nessuna ritirata — dice l’’ex segretario — Noi combattiamo ». Non è una caso che sull’’uscita dalla commissione Affari costituzionali Bersani adesso temporeggi. Attende le mosse di Renzi, giudica inevitabile un’’apertura. Anche sul Senato. «Ci vogliono dei correttivi perché il pericolo di un sistema del “ghe pensi mi” non la accetto. Se mi sbaglio son contento, ma il Pd non può immaginare che sarà sempre lui a governare. Quando si organizza una democrazia si pensa che possa esserci un’’alternanza e che ci sono anche gli altri». Insiste sul fatto che il suo voto pende verso il no. In mancanza di modifiche. «Su temi così non si può invocare la disciplina di partito. Ogni regolamento interno, a cominciare dal nostro, garantisce davanti a temi costituzionali la responsabilità diretta di ogni singolo deputato». Liberi tutti, se Renzi non fa dietrofront e ci si rivede in aula. «Temo sempre che al momento della verità i dissensi si trasformino timide prese di distanza – spiega Pippo Civati -Ma il clima non è buono, neanche per Renzi». Il ribaltone sulla riforma costituzionale è in grado di far girare il vento? Dario Ginefra è convinto di sì: «È stato un grave errore lo strappo sulla legge elettorale. Ma il rimedio c’’è: il confronto maggioranza- minoranza, a partire dal prosieguo della legge costituzionale ».

Repubblica, 17 aprile 2015

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