Vitalizi ai condannati e stipendi. L’’arrocco del Parlamento

 Da mesi il Terrore si aggira nelle immediate vicinanze del Palazzo. Serpeggia nell’’elenco sterminato dei vitalizi degli ex parlamentari, alla ricerca dei condannati in via definitiva, ora sotto il peso di una valanga di carte: otto-pareri-otto prodotti da altrettanti illustri costituzionalisti. Serpeggia da tempo, anche se una brusca accelerazione si verifica a novembre, quando il presidente dell’’assemblea regionale siciliana Giovanni Ardizzone spedisce alla Camera e al Senato il suo carteggio con l’Avvocatura dello Stato sul caso di Salvatore Cuffaro. L’’ex presidente della Regione condannato a 7 anni per vari reati fra cui il favoreggiamento a Cosa Nostra, classe 1958, percepiva un vitalizio regionale di 6 mila euro al mese: impensabile, dopo le furiose polemiche scoppiate sul caso, che non si ponesse un problema. Risolto, appunto, con un parere dell’’Avvocatura dello Stato secondo cui a chi viene colpito dalla pena accessoria dell’’interdizione perpetua dai pubblici prevista per condanne superiori a 5 anni il vitalizio non va soltanto sospeso, ma revocato del tutto. Gli avvocati richiamano quell’’articolo del Codice penale che prevede appunto per quei soggetti la privazione «di stipendi, pensioni o assegni che siano a carico dello Stato». E a nulla vale appellarsi al fatto che la Consulta abbia decretato l’’incostituzionalità della norma nella parte relativa alle pensioni. Perché il vitalizio, argomenta l’’Avvocatura, è cosa ben diversa dalla pensione, essendo legato non a un rapporto di lavoro ma a un mandato pubblico elettivo. Amen.
 Recapitate da Ardizzone ai piani alti della Camera e del Senato, quelle sei paginette contengono un messaggio nemmeno troppo subliminale: e adesso che cosa si fa con i vitalizi parlamentari? Non che ai vertici del Parlamento mancasse la volontà di tirare fori dalla naftalina il dossier degli ex onorevoli condannati e titolari di assegni spesso profumati. Ad agosto il presidente del Senato Pietro Grasso aveva dichiarato pubblicamente l’’intenzione di togliere il vitalizio a quei senatori condannati per i reati che secondo la legge Severino comportano l’’incandidabilità. Ma la vicenda di Cuffaro, che prima di finire in carcere era fra l’’altro anche senatore, è stato un detonatore micidiale. Con il rischio di provocare un’’esplosione ben più grande. Così devastante che subito si sono alzate le barriere protettive. Anche perché al di là dei casi più eclatanti come quello di Marcello Dell’’Utri che come Cuffaro si è beccato 7 anni, i condannati che potrebbero perdere il vitalizio, ora ma anche in futuro, sono un bel numero. E il problema riguarda quasi tutti i partiti, ai quali l’’impostazione rigorista di Grasso non va affatto giù. Scontato, dunque, che trovare un accordo sull’’applicazione immediata di una tagliola fosse impossibile. Come sempre capita in questi casi, è allora partita la sarabanda dei pareri pro veritate: ma giusto per scaricarsi, viene da pensare, della responsabilità di una decisione che per forza di cose sarà tutta (e solo) politica.
 Fra Camera e Senato, come ha raccontato qualche settimana fa sul Corriere Dino Martirano, ne sono stati chiesti addirittura otto, a otto fra costituzionalisti, giuristi, consiglieri e presidenti emeriti della Consulta. Nomi come Sabino Cassese, Michele Ainis, Alessandro Pace, Massimo Luciani, Giancarlo Ricci, Franco Gallo, Valerio Onida e Cesare Mirabelli. Con l’’ovvio esito di trovarsi di fronte a otto punti di vista non coincidenti. E sorvoliamo sul costo: pure chi (per esempio Onida) aveva manifestato l’’intenzione di svolgere l’’incarico gratuitamente, ha dovuto in seguito alle insistenze degli uffici staccare la parcella minima. Da 8 mila euro.
 Il risultato è che mercoledì prossimo, alla riunione congiunta fra i vertici di Camera e Senato per stabilire il da farsi, si finirà probabilmente per rimandare la soluzione a un’apposita legge. Un provvedimento complicato, dove non si potrà non tener conto della legge Severino che impone l’’incandidabilità per pene superiori a due anni. Ma che, immaginiamo, sarà anche un terreno di scontro feroce sulla retroattività delle sanzioni. E se nel frattempo, come vorrebbe qualcuno, anche la legge Severino venisse modificata… speriamo soltanto che non venga fuori l’’ennesimo pasticcio, però le premesse ci sono tutte.
 Come ci sono per un’’altra rogna che la Camera dovrà affrontare giusto il giorno prima, martedì 14. Domani è infatti prevista la riunione della cosiddetta commissione contenziosa, composta dall’’ex grillino Tancredi Turco, dal democratico Alberto Losacco e dal forzista Antonio Marotta, competente per giudicare sui ricorsi dei dipendenti. Pure alla Camera i sindacati hanno contestato il taglio degli stipendi previsto per allinearsi al tetto dei 240 mila euro fissato alle retribuzioni di tutti i dipendenti pubblici. Ma è una decisione, quella affidata domai ai tre, che difficilmente non sarà influenzata da quanto è già accaduto al Senato. Lì i 14 sindacati dei dipendenti non sono riusciti a evitare la riduzione degli stipendi ma hanno portato ugualmente a casa un risultato clamoroso: la temporaneità dei tagli. Resteranno in vigore solo fino al 31 dicembre 2017. Due anni o poco più: poi si vedrà.
 I miracoli dell’’autodichìarazione, principio assurdo in base al quale gli organi costituzionali stabiliscono le regole per se stessi, in barba a quelle che valgono per gli altri comuni mortali, non cessano di stupirci. Ma c’’è da chiedersi se nel 2015 tutto questo abbia ancora un senso. E la risposta è ovviamente una sola: no.

Il Corriere della Sera, 13 aprile 2015

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