Il dovere di rompere il silenzio

toni morrisonE’ il giorno dopo Natale del 2004, dopo la rielezione alla Casa Bianca di George W. Bush. Guardo fuori dalla finestra: sono di umore estremamente cupo, mi sento impotente. Poi un amico, anche lui un artista, mi chiama per farmi gli auguri. Mi chiede come va e invece di rispondergli il classico «Tutto bene, e tu?», non riesco a trattenermi dal dirgli la verità: «Non bene. Oltre a essere depressa non riesco a lavorare, a scrivere: è come se fossi paralizzata, non riesco a proseguire il romanzo che ho cominciato. Non mi sono mai sentita così, ma le elezioni…». Prima di potergli dare altri dettagli, lui mi interrompe gridando: «No! No, no, no! È proprio questo il momento in cui un artista deve darsi da fare: non quando tutto va bene, ma nei tempi di paura. È questo il nostro compito!».
Mi sentii stupida per tutto il resto della mattinata, specialmente quando ripensavo agli artisti che facevano il loro lavoro dentro gulag, celle di prigione, letti di ospedale; che fecero il loro lavoro mentre erano perseguitati, esiliati, ingiuriati, messi alla berlina. E a quelli che erano stati giustiziati. L’elenco – che abbraccia secoli interi, non solo l’ultimo – è lungo. Per proporre un breve campione posso citare Paul Robeson, Primo Levi, Ai Weiwei, Oscar Wilde, Pablo Picasso, Dashiell Hammett, Wole Soyinka, Fëdor Dostoevskij, Aleksandr Solgenitsyn, Lillian Hellman, Salman Rushdie, Herta Müller, Walter Benjamin. Se volessi fare una lista accurata, dovrei citare centinaia di nomi.
Dittatori e tiranni inaugurano sempre il loro regno e alimentano il loro potere con la distruzione deliberata e calcolata dell’arte: la censura e i roghi di libri non conformi, le vessazioni e le incarcerazioni di pittori, giornalisti, poeti, commediografi, romanzieri, saggisti. È il primo passo di un despota, che nei suoi istintivi atti malevoli non mostra semplicemente sconsideratezza o malvagità, ma anche capacità di percezione. Questi tiranni sanno benissimo che la loro strategia di depressione consentirà ai veri strumenti del potere oppressivo di prosperare. Il loro piano è semplice:

1. Selezionare un nemico utile – un “Altro” – per convertire la rabbia in conflitto o addirittura in guerra.
2. Limitare o cancellare l’immaginazione che offre l’arte, e anche il pensiero critico di studiosi e giornalisti.
3. Distrarre con giochi, sogni di bottino e temi di superiorità religiosa o sprezzante orgoglio nazionale che nascondono al loro interno passati dolori e umiliazioni.
In questo mondo contemporaneo di proteste violente, guerre intestine, richieste accorate di cibo e di pace, dove intere città vengono tirate su in fretta e furia nel deserto per dare riparo a popolazioni espropriate, abbandonate, terrorizzate, che fuggono per la loro vita e la vita dei loro figli, che cosa dobbiamo fare noi, i cosiddetti civilizzati?
Le soluzioni gravitano verso l’intervento militare e/o l’internamento: uccidere o imprigionare. Qualsiasi altra azione, in questo clima politico degradato, è vista come un segnale di debolezza. Viene da chiedersi perché essere “deboli” sia diventato un peccato estremo, imperdonabile. Forse perché siamo diventati una nazione tanto spaventata dagli altri, da se stessa e dai suoi cittadini da non riuscire a riconoscere la debolezza autentica, la vigliaccheria dell’insistere sulle armi ovunque, sulla guerra dovunque? Quanto è adulto, quanto è virile sparare contro medici che praticano aborti, bambini che vanno a scuola, passanti, adolescenti neri che scappano? Quanto è forte, quanto è potente la sensazione di avere un’arma omicida in tasca, alla cintola, nello scomparto portaguanti della propria macchina? Quanto è autorevole minacciare la guerra in politica estera semplicemente per abitudine, paura artefatta o ego nazionale? E quanto è patetico? Patetico perché non possiamo non sapere, in qualche recesso della nostra coscienza, che la fonte e la ragione della nostra aggressività inculcata non è soltanto la paura. È anche il denaro: lo stimolo del profitto dell’industria degli armamenti, il sostegno finanziario del complesso militar- industriale contro cui ci metteva in guardia Eisenhower.
Costringere una nazione a usare la forza è facile quando i cittadini sono largamente scontenti, quando provano sensazioni di impotenza che la violenza può facilmente alleviare. E quando il dibattito politico è straziato da un’irragionevolezza e un odio così profondi che le offese volgari appaiono normali, la disaffezione impera. I nostri dibattiti, nella maggioranza dei casi, sfigurerebbero anche nel cortile di un asilo nido: insulti, schiaffi verbali, pettegolezzi, risatine, il tutto mentre le altalene e gli scivoli del buongoverno rimangono vuoti.
Per gran parte degli ultimi cinque secoli, l’Africa è stata vista come un posto povero, disperatamente povero, nonostante sia scandalosamente ricca di petrolio, oro, diamanti, metalli preziosi e così via. Ma poiché quelle ricchezze non appartengono, in larga parte, alle persone che vivono lì da sempre, il continente è rimasto nella mente dell’Occidente meritevole di disprezzo, cordoglio e naturalmente saccheggio. A volte ci dimentichiamo che il colonialismo è stato ed è guerra, una guerra per controllare e possedere le risorse di un altro Paese, che significano denaro. Possiamo anche illuderci e pensare che i nostri sforzi per “civilizzare” o “pacificare” altri Paesi non abbiano a che fare con i soldi. Lo schiavismo è sempre stato una questione di soldi: manodopera gratuita che produce denaro per possidenti e industrie. I lavoratori poveri e i disoccupati poveri dei nostri giorni sono come le ricchezze dormienti dell’“Africa coloniale più scura”, esposti al furto di salario e di proprietà, posseduti da grandi corporation cancerogene che soffocano le voci dissidenti.
Nulla di tutto questo lascia presagire un futuro incoraggiante. Eppure mi ricordo quel grido del mio amico in quel giorno dopo Natale: no! È proprio questo il momento in cui un artista deve darsi da fare. Non c’è tempo per la disperazione, non c’è posto per l’autocommiserazione, non c’è spazio per la paura. Noi parliamo, noi scriviamo, noi facciamo lingua. È così che la civiltà guarisce.
So che il mondo è ferito e sanguinante, e se è importante non ignorare il suo dolore è anche fondamentale non soccombere alla sua cattiveria. Come l’insuccesso, il caos contiene informazioni che possono condurre alla conoscenza, perfino alla saggezza. Come l’arte.
(The Nation Traduzione di Fabio Galimberti)

(*) Toni Morrison, premio Nobel per la letteratura 1993
La Repubblica, 11 aprile 2015

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