Tano Grasso, «Serve una carta dell’antimafia contro i pregiudizi ideologici»

mafia-uccide-silenzio-purePalermo. «Una carta delle antimafie che definisca principi e modalità operative vincolanti per ogni associazione che voglia definirsi antimafia». È la proposta lanciata da Tano Grasso, oggi presidente onorario della Fai, la Federazione delle associazioni antiracket, che 25 anni fa da Capo d’Orlando, in provincia di Messina, avviò la nascita del movimento antiracket nel nostro Paese. La proposta, articolata in una lunga intervista pubblicata sul sito della Fai (www.antiracket.info) punta a evitare che a distribuire la “patente” di antimafia sia questo oquello magari sulla base di «un pregiudizio ideologico di cui sono vittime gli imprenditori -dice Tano Grasso- E la vicenda che riguarda Antonello Montante sta lì a dimostrarlo». La vicenda che coinvolge il presidente di Confindustria Sicilia, che sarebbe indagato a Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa, è dunque paradigmatica di un certo atteggiamento contro la «cosiddetta antimafia padronale», che rischia di azzerare il valore della svolta e della battaglia antimafia concreta, portata avanti dagli imprenditori siciliani: «Noi -dice Grasso- nutriamo incondizionata fiducia nella magistratura e quando parlo di pregiudizio ideologico non mi riferisco ai magistrati, ma la notizia di un’indagine che coinvolge il presidente di Confindustria Sicilia non può essere utilizzata per cancellare il valore della rivoluzione che Confindustria stessa ha avviato», proprio a Caltanissetta, sin dal 2005. Perché, spiega ancora Grasso «grazie a Confindustria la lotta al racket ha compiuto uno straordinario salto di qualità: per oltre 15 anni l’antiracket ha visto come protagonisti piccoli e piccolissimi operatori economici, soprattutto commercianti. Noi sappiamo bene che hanno effetti diversi l’acquiescenza di un commerciante con la sua azienda familiare rispetto a quella di una grande impresa con centinaia di dipendenti». E qui sta il punto, perché l’azione portata avanti dagli imprenditori siciliani in questi anni ha disarticolato un sistema che si fondava sull’acquiescenza e che dunque concorreva a rafforzare il sistema di potere mafioso. Grasso non dimentica gli anni in cui, dal 1990 al 2005, i commercianti erano spesso soli nelle loro battaglie mentre la grande impresa, quella stessa che era stata messa sotto accusa da Libero Grassi, imprenditore ucciso nel 1991 per aver detto di no al racket mafioso, «è rimasta del tutto estranea alle dinamiche di opposizione alla mafia». Il danno era enorme perché «l’acquiescenza di una grande impresa – insiste Tano Grasso rappresenta un formidabile pilastro del potere mafioso nel controllare l’economia e il territorio: ecco perché non è esagerato parlare di rivoluzione a proposito di quelle che sono state le scelte compiute da Confindustria Sicilia. Perché la loro iniziativa ha aperto nella storia secolare dell’antimafia un significativo varco attraverso l’opposizione della grande impresa». Che non può essere trattata dunque in maniera riduttiva sulla base di convinzioni ideologiche: «Non si può, quando si fa riferimento a Confindustria Sicilia, parlare come fa qualcuno di “antimafia padronale” in termini chiaramente dispregiativi spiega Grasso. «A mio avviso, anzi, è il contrario: nella scelta di una parte dei datori di lavoro di rompere ogni legame con la mafia si manifesta un fatto straordinariamente innovativo. Il problema vero è che la cosiddetta “antimafia padronale” dovrebbe essere ancora più forte e soprattutto più presente in altre aree del Paese: dalla Calabria a Nord». Insomma, per Grasso è necessario un confronto per laicizzare il movimento perché, «oggi l’antimafia non può che essere plurale. Non può esserci una sola antimafia, ma le antimafie; e di conseguenza non può esserci un pensiero unico dell’antimafia o un’unica centrale che distingue i buoni dai cattivi. Il vero problema è che tutte le esperienze devono condividere momenti di reciproca legittimazione. È indispensabile il confronto e anche la concorrenza, che non necessariamente è una brutta parola. L’importante è sottrarsi ad una sterile conflittualità. Da quando la Fai non è più l’unico soggetto dell’antiracket per noi c’è stato un grande arricchimento e un potenziamento. I monopoli fanno sempre male, anche nell’ambito dell’associazionismo, e tanto più nell’antimafia».

Il Sole 24 Ore, 4 aprile 2015

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