“Ecco Küng, che insegna a morire”

veronesi Ho sempre seguito con interesse e attenzione l’’evoluzione di Hans Küng come esempio di fervente cattolico che ha il coraggio di esprimere un pensiero laico, come fa anche in questo libro. All’’inizio del suo percorso, quando era sacerdote a Roma, ha abbracciato la teologia di Karl Barth, cioè la teologia dialettica o della crisi. Barth crede che Dio si sia allontanato dall”uomo e abbia riversato la sua divinità in Cristo, che a sua volta, con il sacrificio della croce, l’’ha riversata nell’’uomo. Küng si è poi successivamente spinto oltre Barth per esprimere le sue obiezioni alla Chiesa, che si possono ricondurre a tre anti-dogmi principali:
- Il papa non è infallibile: è un uomo, sebbene con responsabilità molto complesse, e come tutti gli uomini può sbagliare. Solo Dio è infallibile.
- La madonna non è una divinità e non è stato corretto da parte della Chiesa divinizzarla tramite un processo di santificazione concluso con il dogma dell’’assunzione in cielo del 1950.
 - L’’esistenza umana va vissuta in base al principio della responsabilità della vita: Dio ci dona la vita, e con questo atto ci dà l’’incarico di esserne responsabili, dunque di disporne liberamente . Questo principio va contro il concetto di sacralità della vita, che decreta invece che la vita è dono e proprietà di Dio, che imperscrutabilmente ne dispone.
 Su questo terza coraggiosa obiezione antidogmatica si basa il libro
 Morire felici?
 perché se l’uomo è responsabile della sua vita, lo è anche della fine, perché vita e morte sono inscindibilmente parte dello stesso ciclo. Dunque noi siamo liberi di scegliere quando morire, per essere felici, vale a dire in pace e in armonia con noi stessi. Va detto che per Küng la libertà di morire non è una novità. Nel 1995 scrisse con Walter Jens
” Della dignità di morire: la difesa della libera scelta” quando già aveva scritto le sue 20 tesi sull’’eutanasia. E’ molto interessante il fatto che Küng, rifiuti di utilizzare il termine «eutanasia», ampiamente equivocato a causa del nazismo, e preferisca usare «Sterbehilfe», ausilio alla morte. Anche io ho sempre pensato che, benchè la parola coniata da Francis Bacon sia molto bella perché contiene la radice greca «eu», cioè buono o dolce (unita a Tanatos che significa morte), è culturalmente importante trovare un’’altra definizione che superi la vergogna dei campi di concentramento, dove eutanasia era sinonimo di decimazione. Ciò che è nuovo in questo libro è il racconto degli eventi che hanno avvicinato Küng allo Sterbehilfe. Il primo è la tragica morte del fratello Georg. Küng racconta che alla sua prima messa a Roma, appena ordinato, assistette gran parte della famiglia, ma non il fratello, a causa di un improvviso svenimento. Quel mancamento era il sintomo di un cancro del cervello che, dopo un anno di atroci sofferenze vissute in piena lucidità, fece apparire la morte come un sollievo. La riflessione di Küng fu allora: è possibile che Dio abbia voluto questa sofferenza? E’ possibile che Dio abbia voluto proprio questa morte?
 La sua fede vacillò e rimase a lungo attaccata ad un filo sottile, finchè accettò il principio che la volontà di Dio è imperscrutabile e dunque noi uomini non possiamo sapere cosa egli vuole per ognuno di noi.
 Il secondo episodio fu la morte nel 2013 di quel Walter Jens con cui scrisse il libro. Il paradosso che lo colpì fu che il suo carissimo amico morì in una situazione paradossalmente opposta a quella di Georg, perché nel 2005 gli fu diagnosticato il morbo di Alzheimer, che gli fece perdere gradualmente la lucidità, senza causare grandi sofferenze fisiche. Ma per Walter la percezione dello strazio della mente è stato doloroso come lo strazio del corpo. La riflessione su queste due esperienza ha indotto Kung a concludere che lo Sterbehilfe in alcuni casi è comprensibile, anzi doveroso. Per questo Küng si è iscritto a Exit, nella coscienza che aiutare a morire è un intervento molto difficile, che deve essere riservato a persone serie e preparate, come appunto quelle che appartengono all’’associazione svizzera.
 Leggendo le sue pagine sofferte mi sono reso conto dello sforzo intellettuale del teologo che mantiene intatta la sua fede cattolica, pur contestandone un dogma fondamentale, come appunto la sacralità della vita. Come esprime nell’’intervista a Anne Will, che il libro riporta, Küng ritiene che la religiosità debba essere illuminata per essere buona e che la areligiosità illuminata sia altrettanto buona. L’’essenziale è che l’’uomo emani una luce, intesa come forza positiva. Questa posizione va nella direzione del dialogo fra scienza e fede e fra fedi diverse aprendo il dibattito sul fine vita a un ventaglio di questioni etiche e umane che ci riguardano tutti da vicino, credenti e non credenti.

La Stampa Tuttolibri, 28 marzo 2015
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