La privacy dei lavoratori nell’era social

Jobs ActNella delega attribuita al governo per il riordino dei contratti di lavoro (il Jobs act, legge 183/2014), all’articolo 1, comma 7, c’è «la revisione della disciplina dei controlli a distanza sugli impianti e sugli strumenti di lavoro» da attuarsi, alla luce dell’evoluzione tecnologica, rendendo compatibili «le esigenze produttive e organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza dei lavoratori».
Oggi qualsiasi azienda, di qualsiasi dimensione, e perfino le persone fisiche possono usufruire di programmi informatici a basso costo (quando non addirittura gratuiti come Google Analytics) che consentono di monitorare il traffico da e verso i propri server, i propri siti e le proprie pagine internet (comprese quelle sui social network e sulle app di messaggistica anche su dispositivi mobili, smartphone e tablet) con un livello di dettaglio che arriva all’identificazione fisica delle controparti in rete e alla loro profilazione: non solo chi sono – cioè la loro identità – ma anche la definizione precisa e automatica della loro attività, eventualmente delle classi di fatturato e perfino come interagiscono con i siti e le pagine visitate. Tutto ciò però rende molto problematico e in qualche caso anche illogico il rispetto della legge in tema di controllo sui lavoratori.

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