Lo scontro. La minoranza dem pronta all’astensione sulle riforme

legge elettorale

L’obiettivo grosso è la legge elettorale, alla Camera a maggio. Ma, per preparare il terreno, un segnale della minoranza del Pd a Matteo Renzi potrebbe già arrivare dopodomani, in occasione del voto finale sulla riforma costituzionale a Montecitorio. Un’«azione simbolica», come la definiscono: dopo aver votato gli emendamenti, pur a denti stretti, ora, sull’ultimo voto necessario per spedire la legge al Senato, stanno pensando di astenersi o non partecipare.

«Domani noi deputati di minoranza della Commissione Affari costituzionali ci riuniamo e valutiamo come muoverci», fa sapere Alfredo D’Attorre, «il pacchetto riforma costituzionale più legge elettorale non sta in piedi», dice, e ne è tanto convinto che domani interverrà anche, con altri della minoranza, a un incontro partecipato da varie associazioni – da Libertà e Giustizia alla Fiom: previsto Landini – che chiedono di «bloccare stravolgimenti della Costituzione». «Non sosterremo nel voto la riforma del Senato», diceva ieri a «Libero» Fassina, anche se difficilmente si arriverà a un voto contrario, pur ininfluente ai fini dell’approvazione della legge.

Pesanti critiche alle due riforme sono arrivate anche da Bersani, pronto a non votare l’Italicum se, come insiste Renzi, non saranno concesse modifiche: «La proposta che farò è di andare nella stessa direzione tenuta sino ad oggi», ripete il premier. «Quelli del Pd che vogliono discutere avranno le assemblee dei gruppi e la Direzione del partito», taglia corto: domani ci saranno incontri su fisco e Pa, dopo quelli tanto discussi di dieci giorni fa, ma saranno disertati dalla minoranza, critica sul metodo.

Minoranza che, in attesa di dare battaglia sull’Italicum, valuta se sia il caso di lanciare un messaggio già martedì. Ci sta pensando Gianni Cuperlo, ma anche Francesco Boccia: «La cosa più saggia è che tutti quelli che non sono d’accordo prendano la medesima posizione sulla riforma del Senato»; per quanto lo riguarda, «se resta la chiusura del governo, temo di non votarla».

Posizioni che però non preoccupano Renzi: «In Parlamento i voti sulle riforme ci saranno». E se martedì dovesse riprodursi lo scenario del Jobs Act (33 deputati Pd non lo votarono), sospira il renziano Carbone, «sarà poi il referendum a stabilire se gli italiani stanno con noi o con loro».

La Stampa  -  8 Marzo 2015

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