La sinistra, “Grave errore, così si accentua lo scontro tra di noi”

 ROMA . «Ci vuole disciplina, non si può andare avanti come nei mesi passati in cui ciascuno ha fatto quello che ha voluto… ». Non è più possibile perché in assenza del Patto del Nazareno, cioè dell’intesa con Forza Italia — spiegherà oggi Luigi Zanda, il presidente dei senatori dem nell’assemblea del gruppo — votare in dissenso creando una situazione di anarchia significa mettere a rischio il governo. La stretta nel Pd è stata annunciata ieri nell’ufficio di presidenza di Palazzo Madama.
 E la giornata parlamentare del resto già parlava da sola. Due volte al Senato è mancato il numero legale in mattinata sull’informativa sul calcio per i fatti di Roma-Feyenoord. Il ministro Angelino Alfano non si è presentato, il vice ministro Filippo Bubbico è stato accolto da contestazioni, due volte seduta sospesa e alla fine salta l’informativa. Nel pomeriggio poi il governo è stato battuto su un emendamento sugli ecoreati: la maggioranza, assottigliata da assenze giustificate, non ha retto. L’ennesimo episodio, dopo tante gocce che hanno fatto traboccare il vaso. A gennaio le mine sull’Italicum, ovvero le richieste di modifica soprattutto della sinistra dem, sono state schivate dal governo grazie al “soccorso azzurro”. E solo una settimana fa l’Imu agricola e la raccolta di firme su un emendamento in dissenso di Roberto Ruta ha irritato non poco i renziani.
 Il clima quindi è teso. La sinistra dem si ribella al diktat. Ma la parola d’ordine del governo, del capogruppo e dei renziani è: «Serriamo le file, basta dissensi». Uno dei dissidenti bersaniani, Miguel Gotor dice che «Zanda ha ragione, serriamo pure le file, l’abbiamo fatto finora, tanto che abbiamo festeggiato la 34esima fiducia al governo… poi però c’è la politica». Tra i civatiani, come Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci, Laura Puppato l’insofferenza è palpabile. Tocci presentò le sue dimissioni da senatore (poi respinte) dopo il voto sul Jobs Act, lacerato tra l’obbedienza al gruppo e il dissenso motivato. Zanda ha osservato, e ribadirà oggi, che «non si possono non avere regole» e che «ci vuole il rispetto delle decisioni prese a maggioranza ». Il capogruppo dem chiederà ai senatori di chiarire come intendano comportarsi nei prossimi giri di boa. «Non ci possono essere trabocchetti che partano dalle nostre file, così ci si mette fuori dal gruppo», sarà il pressing. La strada in Senato è tutta in salita. Non solo sulla riforma costituzionale e sull’Italicum, per ora alla Camera, ma anche sull’anticorruzione e su divorzio breve e unioni civili che sono i prossimi nodi al pettine. La sarabanda dei veti e del fuoco incrociato spaventa governo e Pd. Lucrezia Ricchiuti — che ha detto “no” sul Jobs Act, sui capilista bloccati nell’Italicum e sul Senato dei non-eletti — contrattacca: «Se nel gruppo si pensa di risolvere il dissenso minacciando e imponendo l’obbedienza, credo sia davvero la strada sbagliata. Così si acuisce lo scontro. Le fratture saranno solo più profonde. Invece ci vorrebbe da parte della maggioranza più confronto e capacità di ascolto». «Non siamo sabotatori — ripetono nella sinistra dem — però non si può pensare di mettere a tacere chi dissente».
Puppato invita a non esasperare il confronto: casomai ci vuole più ascolto. Però da parte di Renzi e del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi c’è il timore che la maggioranza di Palazzo Madama, già sul filo, possa traballare fino a cadere.

la Repubblica

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