Rapporto di Ban Ki-moon: la guerra civile totale è dietro l’angolo

«La Libia è pericolosamente vicina al baratro di una guerra civile totale». Non ha usato mezzi termini, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, nel rapporto che ha appena presentato al Consiglio di Sicurezza, per sollecitare la prosecuzione della missione Unsmil e l’accelerazione del negoziato diplomatico per creare un governo di unità nazionale. L’alternativa al dialogo fra le parti è «la prosecuzione della violenza e il disordine politico, che serviranno solo a minare l’unità nazionale e l’integrità territoriale del paese». E questo a fronte di una minaccia terroristica che Ban definisce «un pericolo imminente». Fonti ben informate dicono che ormai è «questione di settimane». Una via d’uscita politica si può ancora trovare, ma il cammino e i tempi sono molto stretti.
 Rinnovare la missione
 L’Onu è stato il crocevia delle manovre diplomatiche sulla Libia durante la settimana che si è appena conclusa. Oltre al rapporto di Ban, infatti, il Palazzo di Vetro ha ricevuto la visita dell’ambasciatore italiano Giuseppe Buccino, l’ultimo ad aver lasciato Tripoli. Gli alleati ammettono che nessuno conosce il paese come noi, e gli incontri con i membri del Consiglio di Sicurezza e le potenze della regione sono serviti a fare il punto sulla situazione e discutere la possibile strategia.
 Il primo punto all’ordine del giorno è il rinnovo della missione Unsmil, che scade il 13 marzo. L’inviato dell’Onu Bernardino Leon potrebbe continuare la sua opera di mediazione anche senza, ma ne uscirebbe indebolito. Ban quindi suggerisce di rinnovare il mandato per un altro mese, riducendo però il personale a 15 o 20 unità, che faranno la spola dalla Tunisia. Questo elemento basta già a capire la difficoltà della situazione e l’urgenza: un mese, al massimo, per trovare l’accordo.
 La diplomazia stenta
 La questione politica è sempre la stessa. Il governo laico di Tobruk, appoggiato dall’Egitto, si considera l’unico esecutivo legittimo e chiede che la comunità internazionale lo aiuti a riprendere il controllo del paese con la forza. Il governo di Tripoli, legato alle formazioni islamiche, risponde che la situazione sul terreno è ormai diversa e bisogna prenderne atto. Il pericolo sempre più concreto è che fra i due litiganti goda il terzo, ossia il terrorismo.
 I servizi italiani non pensano che l’Isis sia vicino a prendere il controllo, come ha fatto in Siria e Iraq. Se però Tripoli e Tobruk non trovano un accordo, che consenta poi un intervento internazionale per aiutare la tenuta del governo di unità, i terroristi possono diventare in fretta il punto di riferimento della popolazione esausta. La soluzione militare non c’è, nel senso che nessuna delle due parti sembra in grado di prevalere sull’altra. Quindi la prospettiva, senza un accordo politico, è quella di una guerra civile di lungo termine, nella quale l’Isis troverebbe enormi spazi da sfruttare.
 Al momento i terroristi sono concentrati soprattutto nella zona di Derna, in Cirenaica, e Sabratha, l’area archeologica ad ovest di Tripoli. Questa è anche la regione da dove partono la maggioranza delle imbarcazioni con gli immigrati illegali, e non è lontana dalle piattaforme dove opera l’Eni, con personale italiano ancora a bordo. È una posizione più sicura di quella sul terreno e offre rapide vie d’uscita, ma è anche esposta ad attacchi dal mare da parte dei terroristi. Un piano B non esiste, per ora. Se però l’accordo politico non si materializzerà nel giro di qualche settimana, la priorità dovrà diventare quella di difendersi.

La Stampa

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