L’intervento di Walter Tocci

Signora Presidente, onorevoli senatori, come le persone, anche le parole si stancano, dice il libro dell’Ecclesiaste: sotto il peso delle promesse, degli inganni e delle delusioni, si è sfiancata la parola «riforma»; concediamole un po’ di riposo, almeno in questo dibattito.
Nessuno dei problemi istituzionali è stato risolto e molti sono stati aggravati dalla proposta di revisione costituzionale insieme all’Italicum, tra i quali segnalo quattro punti.
In primo luogo, da quasi un decennio, gli elettori chiedono di poter guardare in faccia gli eletti, ma qui si decide di voltare le spalle. I cittadini continueranno a non scegliere i deputati e non eleggeranno neppure i senatori, né il Presidente della Città metropolitana, né i consiglieri della Provincia (che rivive con il brutto nome di «area vasta»). Il risultato è che il ceto politico eleggerà il ceto politico: è un grande azzardo, a mio avviso, restringere la rappresentanza, proprio mentre viviamo forse la più grave frattura tra società e istituzioni della storia italiana.
I consiglieri regionali che hanno problemi con la giustizia saranno incentivati a farsi nominare senatori per godere dell’immunità estesa alle cariche non elettive e per i cittadini viene indebolito lo strumento del referendum: ad esempio, quello di Mario Segni nel post Tangentopoli non sarebbe più possibile. È un segno dei tempi: accade infatti alle rivoluzioni mancate di essere poi anche rinnegate. Nel complesso, si perde l’occasione per riconquistare la fiducia popolare verso le Assemblee elettive.
In secondo luogo, si compie un passo indietro nel punto più delicato del bilanciamento dei poteri. Un partito minoritario, che raccoglie meno del 20 per cento degli aventi diritto al voto, può vincere il premio di maggioranza e utilizzarlo per conquistare le massime cariche dello Stato, come la Corte costituzionale e la Presidenza della Repubblica.
I relatori hanno riconosciuto che il problema esiste, ma non hanno saputo, o voluto, risolverlo. La proposta di alzare il quorum nelle prime otto votazioni non impedisce al primo partito di attendere la nona votazione per imporre il proprio candidato. Saremmo di fronte ad un presidenzialismo selvaggio, privo di contrappesi.
Ma mi si risponde che era già così con il Porcellum. Bene, lo si dovrebbe dunque correggere. Invece, il testo aggrava lo squilibrio. La Camera, infatti, mantiene 630 deputati con la forza del premio di maggioranza, mentre si indebolisce l’altro ramo dei 100 senatori privati della libertà di mandato, che può fondarsi solo sull’elezione diretta.
Migliore equilibrio si avrebbe con la diminuzione del numero dei deputati, oggi il più alto in Europa, in rapporto alla popolazione. Nessuno ha spiegato perché non si può fare. Perché? Eppure, dovrebbe esserne entusiasta Matteo Renzi, che voleva risparmiare l’indennità. E il PD negli anni passati l’ha sempre considerata una priorità. E i colleghi Romani, Sacconi e Casini la votarono quando erano in maggioranza, nel 2005. Perché tutti ci hanno ripensato?
In terzo luogo, il superamento del bicameralismo paritario era l’occasione per rafforzare la democrazia parlamentare. Invece, il potere legislativo viene assoggettato definitivamente all’esecutivo, il quale sarà tentato di utilizzare il premio di maggioranza, non solo per governare il Paese, come è del tutto legittimo, ma anche per stravolgere a suo piacimento la legislazione fondamentale: ad esempio sulla libertà di stampa, i servizi segreti, l’autonomia della magistratura, l’amnistia, l’indulto, le sensibilità religiose, le libertà personali; oppure per modificare a proprio favore la stessa legge elettorale al fine di ottenere la vittoria alle successive elezioni.
Cari colleghi, potrebbe diventare di parte anche la decisione più grave: quella della guerra. «Mai più!» è l’ammonimento che ci consegneranno in eredità i Padri costituenti con quel verbo: «ripudiare». Eppure oggi la guerra è diventata un evento quotidiano, una banalità del male, che arriva in casa con la televisione e oggi con questa terribile, drammatica foto dei corpi inermi di quattro bambini davanti la moschea di Gaza. «Mai più!», urliamo anche oggi, con la Costituzione in mano.
Tutte queste garanzie nella proposta Chiti erano sottratte allo spirito di parte, in modo da costringere i partiti a condividere le regole fondamentali nel Senato eletto con legge non maggioritaria e a competere per il Governo nella Camera depositaria del voto di fiducia. Era il passo in avanti tanto atteso nella storia italiana verso una democrazia matura. Si attua, invece, il premierato assoluto paventato da Leopoldo Elia, indebolendo la separazione dei poteri come non accade in nessuna democrazia europea.
In quarto luogo, la relazione Stato-Regioni diventa ancora più confusa, anche per la scarsa cura, voglio dirlo, che la Commissione affari costituzionali ha dedicato all’argomento, pur essendo tecnicamente più complesso degli altri. È un grave errore, cari colleghi, abbandonare la legislazione concorrente, che è l’essenza di un regionalismo cooperativo, l’unico possibile in un Paese segnato da storiche fratture, come ha sottolineato il costituzionalista Massimo Luciani. Si sceglie, al contrario, una netta separazione tra competenze esclusive dello Stato e delle Regioni, che non lascia più alcun margine di mediazione, rendendo quindi irrisolvibile il conflitto di competenze.
Come queste vengono attribuite non è qui rilevante, perché è sufficiente una semplice considerazione logica per riconoscere che qualsiasi modello esclusivo aumenta il contenzioso rispetto al modello cooperativo! Quest’ultimo modello non ha funzionato negli anni duemila non per i suoi presunti difetti, come è stato ripetuto banalmente da tanti colleghi nell’ambito di questo dibattito: non ha funzionato per la sua dissennata applicazione da parte dei Governi, di destra e di sinistra, che avrebbero dovuto elaborare solo leggi cornice e, invece, hanno proseguito a legiferare nel dettaglio, istigando le Regioni a eccessi di segno contrario.
Il Senato delle Autonomie non sarà in grado di comporre i conflitti, anzi potrebbe esasperarli. Adesso viene attribuita una fantomatica funzione di raccordo, con un’espressione retorica priva di qualsiasi significato giuridico cogente. Nella realtà quell’assemblea sarà chiamata ad approvare dei testi normativi sui quali si formeranno delle maggioranze e delle minoranze in base ai rapporti di forza tra Regioni ricche e Regioni povere, venendo a mancare la mediazione politica della rappresentanza territoriale, che pur con i suoi limiti in questi anni ha contenuto le pulsioni separatiste. Il nuovo Senato accentuerà la frattura tra Nord e Sud, con il rischio di indebolire ulteriormente l’unità nazionale.
Spero sinceramente che il testo finale mi consenta di rivedere questi giudizi negativi.
Onorevoli senatori, ho fiducia in quest’Aula e soprattutto nella possibilità che tra noi si affermi uno spirito davvero costituente. Ci sono emendamenti di diverse parti politiche che possono migliorare i punti essenziali: il rapporto eletti-elettori, l’indipendenza del Quirinale, le garanzie del nuovo bicameralismo, il regionalismo cooperativo.
Ma consentitemi di rivolgere un appello alla mia parte politica. Abbiamo discusso a lungo, nel Gruppo del Partito Democratico. Sono chiare le differenze, ma per me sono più importanti le comuni visioni. Tra noi condividiamo anche alcune insoddisfazioni per certi articoli: non lasciamole ai discorsi di corridoio, non abbandoniamole ai rimpianti silenziosi, trasformiamole in proposte da condividere con gli altri Gruppi. La lunga durata costituzionale non consente a nessuno di riconoscere un errore senza impegnarsi a correggerlo.
In quest’Aula, il primo partito deve essere protagonista fino alla fine nel migliorare la Costituzione. Le migliorie saranno tanto più intense quanto più ci allontaneremo dalle motivazioni e dai metodi che hanno fin qui deformato il dibattito. Per la cancellazione del Senato elettivo sono state portate motivazioni occasionali, alcune surreali, del tipo: serve a creare posti di lavoro; altre motivazioni tipiche del provincialismo italiano: Cameron, Merkel o Hollande non sarebbero mai andati al vertice europeo per fare bella figura cancellando gli organi costituzionali dei propri Paesi.
Ma c’è una motivazione più vecchia che ritorna: togliere il freno al Governo, togliere il freno che impedisce al Governo di decidere. È la bufala che politici e giornalisti raccontano agli italiani da vent’anni. Si dicono falsità sulle navette di leggi che vanno più di una volta da un ramo all’altro del Parlamento, ma sono solo il 3 per cento e riguardano testi scritti molto male dai Governi.
È invece troppo facile approvare leggi, e anzi le più veloci sono anche le più dannose: sono bastate poche settimane alla destra per approvare il Porcellum e le leggi ad personam e alla sinistra per contribuire al pasticcio degli esodati e allo sfregio costituzionale del vincolo di pareggio in bilancio, che tra l’altro, per inciso, qui viene esteso anche alle Regioni.
Tutti i campi della vita pubblica, è la nostra esperienza quotidiana a confermarcelo, sono soffocati dall’asfissiante produzione legislativa di questi anni: nella scuola, nel fisco, nell’amministrazione, nella previdenza, nel territorio; ogni settimana arrivano in Aula decreti omnibus, disegni di legge pomposamente chiamati riforme, che spesso sono accozzaglie di norme improvvisate, eterogenee tra di loro, spesso dannose o inutili, tant’è vero che sono rimasti nei cassetti ben 750 decreti attuativi. Qui si dovrebbe davvero cambiare verso: poche leggi l’anno, delegificazioni per costringere i Ministri ad amministrare, invece che legiferare (quello dovrebbe essere il loro compito), e controlli parlamentari sui risultati di queste leggi.
A tale innovazione valeva la pena di dedicare il nuovo Senato come Camera alta delle leggi organiche, dei grandi codici unitari, dei princìpi di attuazione costituzionali, della raccolta dei frutti della conoscenza e della cultura del Paese, coinvolgendo le migliori competenze nazionali. Con la produzione di leggi cornice la Camera alta avrebbe portato ordine anche nella relazione Stato-Regioni, più autorevolmente di quanto possa fare il Senato delle Autonomie. Il superamento del bicameralismo paritario era l’occasione per dedicare un ramo del Parlamento ai pensieri lunghi, all’intelligenza riformatrice, alla saggezza pubblica.
L’Italia avrebbe proprio bisogno di una Camera alta, come volontà aristocratica di derivazione democratica, così la chiama il costituzionalista Mario Dogliani. L’Italia avrebbe bisogno di una Camera alta per contrastare i vizi antichi e moderni del pressapochismo, dell’improvvisazione e del nuovo plebeismo mediatico che ammorba lo spirito pubblico italiano.
Per quanto riguarda il metodo, sono stati inanellati tanti strappi, mai visti nella storia repubblicana: mai il Governo aveva imposto una revisione costituzionale; mai il relatore era stato costretto a presentare un testo che non condivideva quasi nessuno, come si è visto poi dalle tante modifiche necessarie.  Mai i senatori erano stati destituiti da una Commissione per motivi di opinione.  Arroganze inutili, che hanno solo fatto perdere tempo. Se il Parlamento avesse potuto lavorare serenamente, la riforma del bicameralismo sarebbe già stata approvata da mesi.
Non ho mai detto che si tratta di una svolta autoritaria, né che si stravolgono i principi costituzionali. Non c’è neppure una, parola mia, che possa dare adito a queste interpretazioni. Ci tengo a sottolinearlo, e ricordo che ho votato contro la pregiudiziale insieme al mio Gruppo.
È in pericolo, invece, un aspetto più semplice e, per così dire, più intimo: lo stile del dibattito costituzionale. I critici della proposta sono stati definiti «gufi», «sabotatori», «rosiconi», «ribelli». Sono parole che non sarebbero mai state pronunciate dai Costituenti, certo divisi dalla guerra fredda, dalle ideologie novecentesche, ma sempre disponibili al colloquio delle idee. Proprio oggi che siamo diventati tutti liberali viene meno il rispetto, nel dibattito e nel confronto delle idee. È il paradosso del nostro tempo. La politica post moderna infatti ha sempre bisogno di fabbricarsi un nemico. Come in un videogioco si elimina un mostro e subito se ne presenta un altro per tenere alta la tensione emotiva, così qui l’operazione simbolica vince sul merito: conquistare lo scalpo del Senato elettivo sembra parte di un incantesimo che serve a rassicurare e a consolare i cittadini per la mancanza di vere riforme. Dopo questa previsione, chi leggerà la Carta tutta di un fiato esclamerà: «ciò che è bello non è nuovo, ciò che è nuovo non è bello». L’elegante lingua italiana dei Padri costituenti con le sue parole semplici e profonde (riconoscimento, lavoro, dignità) è improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito da rinvii a commi, come un normale regolamento di condominio. È la parte che si sta scrivendo oggi.
Il linguaggio è la rivelazione dell’essere, diceva il filosofo. La Costituzione è come la lingua che consente a persone diverse di riconoscersi, di incontrarsi, di parlarsi. La Carta è il discorso pubblico tra i cittadini e la Repubblica; di più, è il racconto del passato rivolto all’avvenire del Paese. Se la Costituzione è la lingua, lo stile è tutto; se manca lo stile, è possibile l’autocompiacimento del ceto politico, ma non il riconoscimento repubblicano.

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