Dove è finito il pluralismo informativo?

SchermoRaiNel turbine delle larghe (e poi ristrette) intese, delle opinabili ambizioni di riforme costituzionali,  della concreta e drammatica condizione di vita di molti cittadini del nostro paese, qualcuno si ricorda che il nostro sistema dell’informazione è tuttora regolato dalla famigerata legge Gasparri? Oggi si chiama Testo unico della Radiotelevisione, ma l’origine e i contenuti delle norme sono quelli.
Sembra quasi vano – la fastidiosa ripetizione di una vicenda legislativa che certo non fa onore al nostro paese – rammentare che la normativa che presiede all’emittenza televisiva nazionale è nata e si è evoluta (si fa per dire) tutta nell’alveo di una duplice fondamentale esigenza: proteggere, da un lato, il monopolio sull’emittenza televisiva privata ottenuto da Fininvest a partire dalla fine degli anni 80; e garantire, dall’altro, la sottomissione sistematica delle reti pubbliche e private al controllo dei partiti e dei governi.
Abbiamo assistito, nel ventennio berlusconiano, ad un succedersi di leggi e leggine dirette ora ad aggirare i divieti posti dalla Corte Costituzionale, ora ad allargare le maglie della legge per consentire alle reti Mediaset ulteriori sviluppi; e al tempo stesso abbiamo visto, nella Commissione di Vigilanza sulla RAI e nell’Autorità delle Comunicazioni, e persino nel sistema di governo della stessa società erogatrice del servizio pubblico, un susseguirsi di nomine politiche, che da tutto nascevano tranne che da competenza e indipendenza.
E i risultati si sono visti: la qualità e indipendenza della programmazione delle sei reti televisive nazionali in chiaro  sono del tutto insoddisfacenti mentre, per quanto riguarda la RAI, la subalternità – sia politica che culturale – a Mediaset si è tradotta in un progressivo degrado, tale da metterne a rischio la sopravvivenza: e non per caso.
Lo scandalo non potrebbe essere più grave, né più evidente: forse per questo nessuno, al governo o all’opposizione, sembra per ora intenzionato a mettere mano alle norme che disciplinano l’informazione in Italia. Un nodo troppo complesso e incancrenito anche per i (pochi) coraggiosi.
Tuttavia, un piccolo anelito di civiltà comincia a farsi strada nei pressi del Parlamento: l’associazione Move On Italia, insieme a Tana De Zulueta e ai rappresentanti di varie altre associazioni, tra cui Libertà e Giustizia,  ha promosso un tavolo di discussione sul sistema dell’informazione, che si propone l’ambizioso obiettivo di riscriverne le regole, partendo da quelle che riguardano la proprietà e il governo della RAI.
Il sistema dell’informazione che si vorrebbe costruire è conforme alle molte raccomandazioni provenienti da organi europei ed internazionali, nonché all’esempio di altri paesi europei: un sistema autonomo dai governi e dai partiti, che fornisca ai cittadini un’informazione imparziale e completa, e nel quale i cittadini stessi abbiano un potere di interlocuzione e controllo.
Il compito non è certo semplice, ma un certo interesse e sostegno è stato manifestato dai rappresentanti di alcuni partiti, invitati permanenti alla discussione.
Parallelamente, è nata un’altra iniziativa a tutela della libertà di informazione: l’Iniziativa dei Cittadini Europei per il pluralismo informativo. Quello dell’ICE è uno strumento di democrazia diretta introdotto dai recenti trattati, che consente ai cittadini europei di esercitare un potere di iniziativa legislativa, presentando una proposta di direttiva sostenuta da un milione di firme, raccolte in sette paesi dell’Unione.
L’ICE presentata nelle scorse settimane a Napoli, alla presenza tra gli altri  di Tana De Zulueta e  Roberto Mastroianni, chiede la revisione della direttiva sui servizi media audiovisivi, o l’adozione di una nuova direttiva, al fine di armonizzare le normative europee in tema di concentrazioni nei mezzi di informazione e di tutela del pluralismo, garantendo l’indipendenza degli organi di governo dei mezzi medesimi.
Dettagli sull’iniziativa e sulla base giuridica che dovrebbe sostenere la Commissione UE nell’opera di armonizzazione che le viene richiesta, insieme alla possibilità di sottoscrivere l’ICE sul pluralismo, si trovano sul sito www.mediainitiative.eu . Il tempo per raccogliere le firme è limitato, occorre aderire in fretta!
In fin dei conti la televisione è affetta dagli stessi vizi della politica nel nostro paese: è serva di interessi particolari – della principale concorrente, dei gruppi di potere che se la spartiscono – anziché essere al servizio dei cittadini; è portatrice di una cultura mediocre e retriva, anziché di una cultura e di un’informazione aperta e ricca di contenuti; è, quasi sempre, nemica dei fatti e dedita ad occultare la realtà anziché farla conoscere.
E non si creda che questi vizi, nella società di internet, divengano irrilevanti: questo alibi è servito egregiamente, negli anni, a chi la televisione non la voleva cambiare! Basti vedere che enorme quantità di tempo gli italiani passano mediamente davanti alla televisione per rendersi conto che non è più tempo di farsi prendere in giro: è tempo invece di affrontare finalmente questo difficile tema e dare all’Italia una televisione indipendente e autorevole.

2 commenti

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  • Finalmente ! E’ molto grave che le forze democratiche in Italia lascino passare questa concentrazione del potere televisivo, unica nel mondo occidentale. Secondo i parametri dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), che supervisiona i processi elettorali, le elezioni italiane sono “tecnicamente non democratiche”, perchè uno dei partiti ha un potere mediatico abnorme. Hanno addirittura messo fuori legge l’onesta RSI, radiotelevisione svizzera in lingua italiana, che un tempo trasmetteva nel Nord Italia. Senza monopolio televisivo, il berlusconismo crolla. Ovvio. E’ tempo di reagire. Grazie Elisabetta Rubini !

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