“Gli archivi di noi giornalisti al servizio di chi vuol far luce sui mille misteri d’Italia”

IL GIOCO GRANDE 23.10.13

Venerdì 18 ottobre prima presentazione del libro di Sandra BonsantiIl gioco grande del potere” con Anna Benedetti e Gustavo Zagrebelsky a Firenze.

“L’ITALIA è un Paese tragico”, scrive Gustavo Zagrebelsky. In quale nazione vicina alla nostra si contano tante tragedie, tanti assassinii politici, tante stragi? si chiede nella post-fazione al libro di Sandra Bonsanti, edito da Chiarelettere, che l’autrice ha intitolato “Il gioco grande del potere” in ricordo di Giovanni Falcone e che domani presenta a Firenze.
PARTENDO dai suoi taccuini e dagli articoli scritti in oltre 40 anni di lavoro, Sandra Bonsanti ricostruisce nel libro «i misteri della Repubblica, da Gelli al caso Moro, da Gladio alle stragi di mafia». E domani, nel corso della presentazione a «Leggere per non dimenticare», annuncerà un progetto di lavoro «per non darla vinta» a chi impedisce che si faccia luce sui misteri d’Italia.
Come è nato il libro?
«Per preparare un seminario sul segreto di Libertà e Giustizia ho rimesso mano agli appunti. Nadia Urbinati mi ha suggerito di usarli per fare un libro. Sfogliando un taccuino dopo l’altro, scavando nella storia della P2, ho visto che tutto era maledettamente intrecciato, ho capito che non potevo trascurare il contorno e mi sono trovata di fronte al muro dei segreti e dei misteri. E così sono tornata indietro, quando nelle redazioni c’era il rumore delle macchine da scrivere e passavamo ore davanti alle porte di un carcere o alle sedi dei partiti.»
Nella storia dei misteri e delle tragedie d’Italia c’è un filo conduttore?
«Zagrebelsky parla di una sorta di piduismo perenne. Io ho trovato una traccia seguendo alcuni personaggi. Come i Cosentino che furono un tempo fedeli servitori dello Stato. C’è una foto memorabile. Il primo presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, firma la Costituzione. Dietro di lui ci sono Alcide De Gasperi, Umberto Terracini e un giovanissimo funzionario, Francesco Cosentino, che in seguito diventerà il segretario generale della Camera. Ma quando, il 17 marzo 1981, nel corso della perquisizione disposta dai magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone a Castel Fibocchi, saltano fuori gli elenchi della Loggia P2, il suo nome compare fra quelli dei 962 iscritti. Dall’avere il testo della Costituzione sotto braccio, era divenuto l’uomo che quasi certamente aveva collaborato con Licio Gelli nella stesura del famigerato “Piano di rinascita democratica”, che fra l’altro teorizzava la corruzione come mezzo di conquista del potere». L’antistato nel cuore dello Stato.
«Dopo la scoperta degli elenchi vi fu una fase di mobilitazione, un moto di indignazione di fronte alla scoperta di quanto la loggia fosse penetrata nel profondo, di quanto si fosse radicata. Ricordo che il doppio giuramento cui si erano prestati tanti alti ufficiali – uno di fedeltà allo Stato, l’altro alla loggia – faceva indignare Tina Anselmi, la donna straordinaria che ha presieduto la Commissione parlamentare di inchiesta. Ma lo sdegno nei confronti della P2 è durato poco. Era molto scomodo ciò che i magistrati milanesi avevano scoperchiato. Nella lista c’erano i nomi di tre ministri in carica. Quasi ogni partito aveva uomini nella loggia. E presto si mobilitarono coloro che attribuivano la colpa dello scandalo ai pm che lo avevano scoperto, e che hanno costantemente operato per fermare i magistrati e controllare i giornalisti».
Negli anni in cui la P2 aveva così profondamente inquinato lo Stato, l’Italia è stata sconvolta dalla strategia della tensione, dal terrorismo nero e rosso, dal sequestro Moro, dalle stragi, da piazza Fontana alla stazione di Bologna. Centinaia di morti. Nel libro si legge: “Le nostre cronache, allora, erano piene di disperazione”.
«Eravamo disperati perché dovevamo raccontare le uccisioni e risultava che uccidevano sempre qualcuno che avevamo stimato. Ci sembrava che i terroristi di destra come quelli di sinistra lo facessero apposta ad annientare i migliori. Ricordo, fra i tanti, i magistrati Vittorio Occorsio e Mario Amato, assassinati dai neri. Ricordo le loro truci rivendicazioni: “Seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”. Penso a Girolamo Minervini, ucciso dalle Br mentre andava al lavoro in autobus. Stava per essere nominato direttore generale di tutte le carceri italiane e al figlio Mario aveva detto, due giorni prima di essere ucciso: “In guerra un generale non può rifiutarsi di andare in un posto dove si muore”».
Era “un tempo senza speranza”, scrive.
«Era un periodo in cui lo Stato lasciava che venissero sacrificati i suoi figli migliori. Era possibile ribellarsi? Io credo di sì. Accanto allo Stato malato c’è stato anche uno Stato sano, che agiva alla luce del sole. Ci sono state immense mobilitazioni dopo la strage dell’Italicus, dopo quella di Bologna».
Ma l’antistato continuava ad agire. Colpisce quel che Falcone diceva sulle “coincidenze”, per esempio sulla miscela esplosiva usata dai depistatori dell’inchiesta sulla strage di Bologna del 1980, “tutti legati a Gelli e alla P2”, che era identica a quella adoperata per confezionare la bomba che aveva ucciso 85 persone. E dopo che terrorismo rosso e nero sembravano sconfitti sono arrivate le stragi di mafia. Falcone e Borsellino spazzati via, perché certo si sarebbero opposti a ogni patto illegale. Poi, nel ’93, le autobombe di Roma, Firenze e Milano.
«Ancora oggi faccio fatica a capire perché siano stati colpiti gli Uffizi. Ricordo l’ansia e il disorientamento sui volti di Vigna e di Chelazzi, che pure di terrorismo si occupavano da anni. Poi vennero le autobombe di Roma e di Milano. La sola spiegazione che riesco a darmi è che Cosa Nostra volesse alzare il prezzo, forzare la situazione, far capire che poteva colpire ovunque, farsi riconoscere come interlocutore. Dopo gli attentati in Sicilia ero andata a trovare Antonino Caponnetto, il mitico capo del pool antimafia di Palermo. “Falcone – mi disse – era convinto che Lima fosse il garante fra il potere mafioso e il potere politico. Noi dobbiamo cercare i suoi eredi”. Rilevo un fatto storico: proprio mentre la mafia decideva di alzare il tiro contro lo Stato, Craxi incitava Berlusconi a scendere in campo. Era il 4 aprile ’93 e all’incontro ad Arcore era presente Marcello Dell’Utri».
Dopo il ’93 le stragi si sono fermate. Perché? Mafia e antistato hanno vinto?
«Penso che dipenda dal fatto che la trattativa continua. La criminalità organizzata è ormai proprietaria di metà del territorio nazionale. La politica nazionale non ha fatto niente per tagliare i cordoni ombelicali che la legano alle mafie. In questo viluppo prosperano immensi interessi criminali. Camorra e ‘ndrangheta si espandono nel centro e nel nord. Bisogna staccare la spina e invece si finge di non vedere. Lo Stato e la Costituzione sono affidati a minoranze. Una bella responsabilità per i cittadini».
Ed è qui che nasce il progetto per combattere, cercando di svelarne i segreti, il gioco grande del potere.
«Saviano urla per metterci in guardia dall’infezione. Tanti nostri colleghi che lavorano in periferia e scoperchiano trame sono isolati e talvolta rischiano la vita. Tutta questa ricchezza giornalistica non deve andare dispersa, deve trovare il sostegno di altri colleghi. Sarebbe tanto bello creare a Firenze un punto di riferimento per un giornalismo libero».
Che cosa possiamo fare?
«Partiamo dal principio che non possiamo darla vinta a quelli che hanno lavorato e lavorano contro lo Stato e contribuiscono a tenere il nostro Paese in una situazione di oscurità perenne in cui prosperano traffici di ogni genere e una corruzione dilagante e il potere si mantiene attraverso il denaro che produce denaro. Bisogna cercare di andare alle radici del potere. Noi giornalisti possiamo contribuire mettendoci in testa che le nostre agende non devono restare appunti privi di un capitolo finale. Riprendiamoli in mano e unendo le nostre forze, i nostri archivi, i nostri ricordi e i ricordi delle persone che non ci sono più, proviamo a scrivere, a fare il nostro mestiere, a offrire spunti a chi non ha mai cessato di indagare o può riaprire indagini archiviate. Poi questo lavoro diventerebbe pubblico. La Regione Toscana ha un ottimo centro di documentazione sulla legalità. Sia la Regione che la città di Firenze potrebbero avere l’orgoglio e la lungimiranza di accogliere e incoraggiare questa iniziativa, anche nel nome dei tanti magistrati che hanno cercato risposte e che sono morti prima di riuscire a trovarle».

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