Più del freddo sui numeri pesa la disaffezione verso la politica

Finalmente, dopo una lunga e non entusiasmante campagna elettorale, siamo giunti al momento del voto. Oggi, già nel pomeriggio, grazie alle proiezioni, sapremo i primi risultati e potremo immaginare la composizione del governo che verrà. Gli ultimi sondaggi, effettuati anche in queste ore, ci forniscono qualche idea, ma è indispensabile attendere la verifica finale sulla base di ciò che ci diranno le urne. Intanto è possibile fare qualche ragionamento sui dati, anch’essi inevitabilmente provvisori, relativi all’affluenza ai seggi. Che appaiono però di grande rilievo. È infatti confermato l’andamento già rilevato in occasione delle ultime tornate elettorali, vale a dire la progressiva diminuzione della percentuale dei votanti. Ma, almeno sulla base dei dati delle 22, il trend ha subito una improvvisa e molto consistente accelerazione: si è infatti recato alle urne addirittura il 7,3% in meno. Nei contesti ove si è votato anche per l’elezione del presidente della Regione, la partecipazione è maggiore se confrontata alle amministrative precedenti, ma non rispetto alle politiche. La competizione nazionale ha «trainato» quella delle regionali. Ma nell’insieme la partecipazione è diminuita. E di molto. Si tratta di un fenomeno che può essere ricondotto a due diversi ordini di motivi; il primo, per così dire, strutturale e il secondo, più importante, legato agli atteggiamenti dei cittadini. Innanzitutto, si deve registrare il progressivo invecchiamento della popolazione e, di conseguenza, la maggiore difficoltà per un numero crescente di persone a recarsi alle urne, specie con il cattivo tempo. Ma il fattore atmosferico — è la prima volta che si vota in inverno — avrà anche sicuramente frenato la partecipazione di cittadini di altre classi di età, già perplessi sul votare o meno a causa della disaffezione dai partiti e dagli affari pubblici in generale. Ed è specialmente quest’ultima a costituire il fattore determinante dell’aumento di astensionismo. Essa è legata al crescente disinteresse (finiti i tempi del voto di appartenenza, il seguire le vicende politiche e farsi un’opinione richiede un impegno cui molti, sempre di più, non sono disponibili) e, sopratutto, al disprezzo verso la politica. Vista come il ricettacolo di privilegi ingiusti, a fronte di una azione inefficace e, talvolta, non corretta se non addirittura illegale: i ripetuti scandali succedutisi anche in questi ultimi mesi hanno inevitabilmente allontanato i potenziali elettori dalle urne. In qualche misura, questa tendenza è stata «frenata» dalla capacità di attrazione del Movimento 5 Stelle, che tende a raccogliere e incanalare la scontentezza. Ciò vale però soprattutto per i più giovani, più orientati verso le proposte di Grillo, mentre nelle altre classi di età al disinteresse o all’insoddisfazione per la politica corrisponde una maggiore propensione all’astensione. Con la conseguenza di un progressivo minore afflusso alle urne. Un fenomeno che, ancora una volta, dovrebbe costituire un severo monito nei confronti dei partiti tradizionali e, specialmente, uno stimolo per essi a riconquistare la fiducia dell’opinione pubblica. C’è da sperare che coloro che siederanno nel prossimo Parlamento tengano conto di questi segnali.

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