Un taglio prima del voto

Ogni promessa è debito. Tranne quelle elettorali, almeno in Italia. Non la pensano così però gli eletti del Movimento 5 Stelle in Sicilia. Avevano promesso di restituire il settanta per cento delle indennità di consigliere regionale. E così hanno fatto: anziché 15 mila euro ne prenderanno 2.500. Il resto? Destinato a un fondo per le imprese siciliane in difficoltà. Non basta: i grillini siciliani proporranno di stabilire in 5 mila euro lordi la retribuzione di ogni deputato regionale. Esibizionismo elettorale? Forse. Sempre meglio però dell’ipocrisia di questi mesi sui tentativi di ridurre le indennità dei parlamentari. La demagogia impone dei costi, ma quelli della politica non sono da meno. E non solo quelli economici. Ci sono, infatti, anche quelli della partecipazione alle prossime elezioni.
In un’Italia in cui le famiglie rateizzano perfino il pagamento delle bollette del gas, con una povertà che falcidia milioni di persone, da Susanna Camusso a Giorgio Squinzi sono tutti d’accordo: nessuna categoria è più al sicuro. Tranne quella dei professionisti del bene comune sinora messisi al riparo da ogni manovra e spending review. La commissione Giovannini incaricata di stabilire dei tetti agli stipendi dei parlamentari ha chiuso i lavori con un deprimente nulla di fatto. Da allora più niente.
Davanti a tanta inerzia e reticenza qualcuno spieghi perché l’indennità dei parlamentari in Spagna sia un terzo di quella italiana (e là nessuno se ne lamenta) e perché da noi sia molto più vantaggioso fare il parlamentare che vincere al Win for Life. E per quale ragione un qualsiasi parlamentare guadagna da solo molto più di quanto percepiscono insieme il presidente della Toscana e il sindaco di Firenze? Vogliamo credere all’equazione più quattrini uguale più autonomia della funzione parlamentare? Ne conosciamo da tempo l’inconsistenza. E allora perché non seguire una proposta facile e comprensibile per tutti? Per esempio quella pubblicamente fatta da Stefano Semplici, professore di Etica sociale e presidente del Comitato internazionale di bioetica dell’Unesco. Eccola: prima delle elezioni ciascun candidato dichiari di rinunciare al 30 per cento di tutti i suoi emolumenti (compresi quelli indiretti) e indichi l’organizzazione no profit cui intende far pervenire la somma.
I vantaggi, ha ragione Semplici, sarebbero immediati: il primo candidato ad aderire probabilmente trascinerebbe con sé anche gli altri, per il timore di concedere vantaggi morali (anche in vista di una riforma elettorale che spazzerà via le liste bloccate dei candidati). Così facendo la questione della riduzione degli stipendi dei parlamentari avrebbe risonanza pubblica e sarebbe inevitabilmente posta all’immediata attenzione delle prossime Camere. Quanto ai cittadini avrebbero qualche ragione in meno per indignarsi e qualcuna in più per andare a votare.
Cominciamo dalla Toscana e vediamo se c’è qualcuno disposto a dare il buon esempio. La motivazione ideale di chi ha l’ambizione di governare un Paese si misura anche da questo.

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